Perché un colosso svizzero mette un italiano a capo dello stabilimento in Cina?

Lo Shanghai-Nanchino viaggia ad alta velocità e ferma a Changzhou alle 14:43. Spacca il minuto. Mi lascio alle spalle lo scintillio di Shanghai. Dal finestrino vedo campagne scolorite, capannoni, ciminiere fumanti. In circa un’ora arrivo a Changzhou: 4.5 milioni di abitanti, ma per i cinesi è solo una tranquilla e ricca città di provincia. Per me, europea nostalgica e shanghai-centrica, è un anonimo non-luogo dell’impero celeste, senza anima, senza storia, senza charme.

Ma gli incentivi agli investimenti esteri da parte del governo locale, hanno attratto molte aziende del manifatturiero, facendo di Changzhou uno dei più ricchi poli industriali del Jiangsu.

Mi accoglie una stazione nuova, di ferro bianco e granito a specchio. Per salire sul prossimo treno, la gente aspetta in file ordinate davanti a un numero sulla banchina che indica dove si fermerà il vagone. Qualcosa che mi ricorda il Giappone. Non è certo la Cina che appartiene all’immaginario collettivo: è la Nuova Cina, quella che sta cambiando il proprio volto e il mondo.

Sono qui per conoscere Simone Rancan, un manager italiano che oggi, a 39 anni, è Vice Presidente di un Gruppo svizzero del meccanotessile, quotato in borsa a Zurigo, 5000 dipendenti, di cui 1200 in Cina.

Visito con lui capannoni argentei dal design curato: un’enclave di ordine, silenzio e pulizia. Molte macchine, pochi operai. Mi spiega la catena di montaggio – dalla fusione dei metalli alla verniciatura della macchina finita – e il funzionamento di questi enormi robot che partoriscono altrettanto enormi macchinari.

Fusi che vanno a quindicimila giri al minuto sostituiscono quello che un tempo era il lavoro manuale. E mentre Simone parla, lo ascolto e capisco come la sua competenza e passione abbiano conquistato gli Svizzeri.

– “Tu hai un approccio molto da ingegnere. Ti interessano i meccanismi e gli ingranaggi, ami l’organizzazione”.

-“La vita è già così costellata di incertezze, di cose che sfuggono al nostro controllo o alla logica. Quello che mi piace della matematica è che lì, invece, tutto torna e segue leggi ben precise”. Adesso ti preparo un caffè. Anche questo è svizzero”, mi dice con un sorriso ironico.

 

A proposito di imprevedibilità, avresti mai immaginato questa svolta cinese nella tua vita?

La svolta cinese è stata una sorpresa anche per me.

Tutto è cominciato dall’università. Mentre frequentavo la facoltà d’ingegneria a Padova, ho vinto una borsa di studio all’ETH di Zurigo. Quegli otto mesi in Svizzera hanno segnato una svolta nella mia carriera e nella mia vita. E’ così che miei studi e poi il lavoro hanno cominciato ad avere un taglio più internazionale.

La mia carriera inizia in Italia con la classica gavetta, da semplice impiegato all’ufficio acquisti. Partire dal basso mi ha insegnato a capire i meccanismi aziendali con maggiore tranquillità. Dopo un anno e mezzo, sono divento il responsabile del reparto.

I primi viaggi in Cina cominciano nel 2004, quando la mia azienda vicentina si fonde con una concorrente svizzera. Mi mandano in Cina a seguire un progetto per la costruzione di una macchina tessile, poi l’azienda decide di aprire una filiale cinese e quindi mi scelgono come supporto del amministratore delegato nella start up. Vedo così nascere da zero una realtà che, in un paio d’anni, diventa un’azienda di ottanta persone, fin da subito in pareggio.

Nel 2008 vengo assunto da quella che allora era la più grande azienda italiana del settore delle macchine tessili. Del gruppo facevano parte anche un importante stabilimento in Svizzera e uno in Cina. Nel mio ruolo di direttore acquisti del gruppo, mi sono spostato tra i vari siti. Cina e Svizzera non mi erano nuove e questo mi ha spianato la strada.

Nel 2009 l’azienda mi manda stabilmente a Songjiang, uno dei distretti industriali di Shanghai, come Direttore Generale della nostra filiale cinese, che allora contava circa 250 dipendenti.

Erano gli anni della fase acuta della crisi. Il mio compito è stato ristrutturare l’azienda e renderla nuovamente competitiva. Esperienza molto formativa e altrettanto difficile, ma ho toccato con mano cosa succede quando si licenzia in Cina e come i cinesi reagiscono in questo tipo di situazioni. In Cina, non ci sono le rappresentanze sindacali e si è impegnati in discussioni con ogni singolo dipendente che deve essere licenziato, almeno ai livelli impiegatizi.

I cinesi sono grandi negoziatori soprattutto quando si tratta dei loro interessi. Sono dei veri maestri a imbastire sceneggiate incredibili, minacciando di divulgare chissà quali segreti aziendali (e a volte lanciando minacce anche all’incolumità tua o dei tuoi familiari)… Tutto questo per esercitare pressione sul management e ottenere un pugno di yuan in più di liquidazione. Firmato l’accordo, fine della sceneggiata e amici come prima…

Devo dire che è stato molto educativo, vedere persone che sembravano innocue e sorridenti diventare belve inferocite ai limiti della dignità, veramente per pochissimi soldi in più. Questo da’ la misura di quanto qui conti il denaro rispetto a certi valori etici. Ovviamente sto generalizzando, ci sono anche persone che reagiscono in modo ragionevole, ma sentendo altri manager, questa situazione in Cina non è infrequente.

Nel 2012, sono stato contattato dall’azienda svizzera per cui lavoro oggi. La mia storia professionale coincideva con il profilo che cercavano. Sicuramente ha giocato un ruolo decisivo il fatto che avessi maturato un’esperienza pluriennale in questo specifico settore e che avessi già lavorato in Cina e Svizzera.

Ma è stato altrettanto importante essersi costruito negli anni una reputazione nel nostro ambiente professionale.

Per la mia attuale azienda, sto seguendo lo sviluppo della fabbrica di Changzhou che oggi, con l’ufficio commerciale di Shanghai, conta circa 1200 dipendenti.

Che tipo di sfida è per te ogni giorno dirigere 1200 dipendenti, quasi tutti cinesi, tranne un paio di svizzeri e tedeschi?

E’ sicuramente stimolante. Devo seguire diversi aspetti della produzione e della gestione e questo nell’ultimo anno mi ha permesso di imparare moltissimo.

Una delle tante sfide è inculcare l’attenzione per le regole di sicurezza e prevenzione; in una realtà di queste dimensioni è importante cercare di limitare al massimo le possibilità d’infortuni. E’ uno sforzo quotidiano, che fa parte di molte iniziative per creare una cultura aziendale che porti attenzione verso il prodotto e l’ambiente in cui è fabbricato. Certo, questo è uno sforzo addizionale ai normali compiti relativi a contenere i costi, essere puntuali nelle consegne, migliorare i cicli produttivi e via dicendo. Ma una volta che questa cultura sarà finalmente inculcata, si attiverà un circolo virtuoso per cui le persone inizieranno autonomamente a prendersi cura di se’, dell’azienda e dei prodotti senza dover essere ogni giorno spinti a farlo. E questo avrà delle conseguenze naturali sui risultati economici dell’azienda, chiaro che tutto ciò presuppone un’ottica di medio-lungo periodo.

Qual è secondo te il valore aggiunto che un manager italiano può portare in Cina?

Credo che quello che più conti sia la tua competenza, l’esperienza e una certa flessibilità anche nelle relazioni umane. Se hai queste capacità, la tua nazionalità viene in secondo piano. Ed è giusto che sia così.

La società per cui lavoro, pur essendo svizzera, ha messo a capo degli stabilimenti più importanti (Cina e India)un italiano e uno svedese, di 39 e 33 anni.

In Cina, la selezione e la concorrenza, sono molto più spietate che in Italia. Se non si è all’altezza della situazione, in poco tempo si soccombe: se si arriva qui senza saper fare nulla (tendenza degli ultimi anni), meglio ammetterlo subito e dire “sono qui per imparare”, altrimenti consiglio di non venire.

Ho conosciuto molti italiani che sono qui in Cina a portare le loro competenze. Ho in mente molte aziende di Suzhou, dove gli italiani stanno facendo un grandissimo lavoro, con mezzi di solito molto inferiori a quelli di aziende di altri Paesi.

La capacità italiana di leggere tra le righe dell’animo umano è sicuramente uno dei nostri punti di forza. Me ne rendo conto nel confronto quotidiano con i colleghi tedeschi o svizzeri, che possiedono comunque altre qualità encomiabili. Noi italiani siamo bravi nell’intuire il non detto, nel conoscere le debolezze umane, nel prevedere i fini probabili per cui le persone agiscono. Siamo un popolo estroverso, empatico e fantasioso nel trovare soluzioni creative. Un po’ come lo siamo anche nel calcio…

Parlando di calcio… mi è giunta voce che ultimamente sei stato molto impegnato sui campi di calcio di Changzhou

…dire “molto impegnato” e’ eccessivo… diciamo che e’ una buona occasione per sgranchirsi un po’ le gambe ed essere a contatto con i colleghi… Dopo avermi “testato” hanno deciso di farmi giocare in attacco sulla destra, ma se manca qualcuno gioco anche sulla sinistra, ci adattiamo alle situazioni e il mio ruolo e’ tirare il pallone dalla fascia al centro sperando che qualcuno dei nostri lo tenga in campo. Partecipiamo a un torneo tra squadre di diverse aziende internazionali qui a Changzhou, ogni squadra deve avere almeno uno “straniero”, ecco perché servo. Il livello e’ amatoriale, ma c’e’ chi gioca benino, per cui e’ piacevole e non prendendoci troppo sul serio diventa una specie di pic-nic condito da attività fisica. Lo spirito di squadra e’ buono, la palla gira, non c’e’ il “campione” che vuole fare tutto da se, per cui e’ per me anche un momento di relax.

Si sente spesso dire negli ultimi tempi che ormai, per lavorare in Cina, la conoscenza del cinese è diventata un requisito necessario, anche se non sufficiente. I colloqui sono spesso in cinese. Tu lo parli?

Continuo a studiarlo, lentamente ma inesorabilmente, e piano piano faccio lenti progressi. Capisco solo conversazioni di base, ma almeno in un meeting so se i ragazzi si mettono a parlare dei loro nuovi appartamenti o del tema della riunione… Riesco a leggere circa settecento caratteri, ancora non sufficienti per leggere il giornale ma, al ritmo di quattro o cinque ogni settimana, prima o poi capirò di più.

La lingua è un fattore importante per l’integrazione professionale e personale, credo però che, sul lavoro – almeno per quanto mi riguarda – quel che più conta è trovare soluzioni tecniche e la lingua viene in secondo piano rispetto ad altre competenze.

Io stesso, quando assumo non bado come prima cosa alla lingua. Se è cinese, l’inglese viene in secondo piano rispetto alle sue competenze tecniche “vere” e, se è straniero, il cinese è dirimente solo se cerchiamo una mansione che richieda la conoscenza della lingua, non se si tratta di tecnici.

Changzhou è forse (in)giustamente sconosciuta ai più. E’ la classica città della provincia cinese, ricca, in pieno fermento da investimenti, economica per vivere e con scarso appeal anche climatico. Tu come la vedi?

Per me Changzhou è soprattutto un luogo di lavoro.

Durante questo primo anno e mezzo, ho provato a trasferire la famiglia a Changzhou, ma alla fine io e mia moglie abbiamo preferito mantenere la casa a Shanghai, perché nostra figlia potesse frequentare delle scuole migliori.

Faccio spesso il pendolare sul treno veloce Shanghai-Changzhou, quando posso, raggiungo la famiglia a Shanghai, diversamente mi fermo a dormire a Changzhou, dove ho casa.

E’ indubbiamente un sacrificio, perché, quando mi fermo a Shanghai, la mia giornata inizia alle 5.30 per prendere il treno veloce delle 7.00, direzione Changzhou. In treno inizio a rispondere alla mail arrivate durante la notte dall’Europa. Alle 7.45 arrivo a Changzhou e alle 8 sono in ufficio.

Sono comunque uno di quelli che amano cominciare la giornata presto e i miei colleghi cinesi apprezzano il mio essere mattiniero, perché capiscono che non sono uno di quei “laowai” che è in Cina per vacanza…

Changzhou non è proprio minuscola: ha circa 4.5 milioni di abitanti, come il mio Veneto, e si trova in una posizione strategica: a circa 150 km da Shanghai e a 100 da Nanchino nella provincia del Jiangsu, una delle più sviluppate economicamente. Con l’alta velocità, si arriva a Shanghai in 45 minuti. Ci sono ancora spazi per investire, e il governo locale supporta gli investimenti.

Non esiste un centro storico, anzi, non c’è nemmeno un vero e proprio centro. Ci sono vari centri in corrispondenza di centri commerciali e di hotel importanti. La città si è fortemente sviluppata negli ultimi tre – quattro anni. Io stesso, da quando ci vivo, ho visto spuntare come funghi nuovi ristoranti e shopping mall.

Il clima è simile a Shanghai, siamo in una zona pianeggiante con molti laghi, in generale è caldo e umido. Diciamo pure senza tanti eufemismi che il clima è pessimo. Le giornate con il cielo limpido sono un evento raro come una cometa, e c’è sempre una foschia dovuta a fattori inquinanti più che climatici.

Se si è disposti a girare un po’ in macchina, c’è una discreta scelta di negozi, ristoranti e locali passabili per gli occidentali, ad esempio attorno al mall Wanda ci sono stradine ormai affollate di bar e ristoranti cresciuti nell’ultimo anno, dove si può mangiare anche italiano e dove si incontra qualche expat, soprattutto tedeschi. Non a caso, ci sono diversi ristoranti tedeschi in città.

Per quanto riguarda le strutture sanitarie, è meglio andare a Shanghai.

Hai conosciuto altri italiani da quando sei arrivato a Changzhou?

Essendo arrivato a Changzhou da poco più di un anno, non ho una grande rete di relazioni con altri italiani, ne conosco solo uno: il mio ex-capo di quando lavoravo a Vicenza: l’ho ritrovato qui a Changzhou dopo otto anni… Incredibile! Due italiani provenienti dalla stessa azienda del Nord-Est, si trovano oggi a dirigere due delle più importanti società straniere a Changzhou, una Svizzera e una Tedesca.

Lavorando per un’azienda Svizzera mi capita più spesso di gravitare nel gruppo degli espatriati tedeschi o svizzeri, che a Changzhou sono un bel numero. Gli italiani sono più attivi a Suzhou, a 30 minuti di treno veloce da qui.

Sei riuscito ad avvicinarti ai Cinesi, a stringere amicizie con loro?

La Cina mi ha dato molto, anche sul piano personale. Mia moglie è cinese. Ci siamo sposati nel 2010. E per me è già il secondo matrimonio.

Senza dubbio mia moglie e la sua famiglia mi hanno aiutato a capire comportamenti che sfuggono a una pura logica occidentale. Ad esempio quella che ancora oggi è l’importanza del figlio maschio rispetto alla figlia femmina e il fatto che gli sforzi della famiglia siano mirati al successo del maschio. Oppure i motivi per cui si preferisce seguire anziché prendere iniziative, e da dove questa attitudine deriva, partendo sia dall’ambiente familiare che dall’educazione scolastica. E soprattutto le molteplici interpretazioni di un “sì” che può essere un “no”, un “forse”, un “vorrei, ma non posso”, oppure un vero “sì’”. In ogni caso il “forse” vuol dire no di sicuro…

Per capire i cinesi, ci vuole moltissima pazienza, occorre adattare il proprio modo di pensare a una logica completamente diversa dalla nostra. E’ importante agire in base ai fatti e non in base a sensazioni e simpatie, che sono il più delle volte sbagliate.

In genere c’e’ molta diffidenza verso persone che non sono della propria cerchia, per cui è difficile diventare amici, ma una volta entrati nel cerchio, si ha accesso a un inaspettato fiume di informazioni, opinioni, pensieri.

Nel mio caso ho avuto la fortuna che, pur essendo la famiglia di mia moglie, tutto sommato, tradizionale, non è stata pregiudiziale nei miei confronti. Unico passaggio ufficiale è stato la prima cena con i miei allora futuri suoceri, organizzata in presenza di un mio amico cinese il quale ha fatto da traduttore e anche da garante della mia “rispettabilità”. Usanza vuole che fossi introdotto ufficialmente da una terza parte. In ogni caso dobbiamo anche metterci nei loro panni, sicuramente hanno almeno per un momento pensato: chissà quanto tempo questo “laowai” rimarrà in Cina? Non è che dopo un anno questo se ne scompare e torna in Europa lasciando qui mia figlia? Il tutto assolutamente comprensibile. La famiglia non è poi invadente come nel caso di altre famiglie cinesi, anche perché i genitori hanno tre figli da seguire, quindi la “pressione” familiare è assolutamente contenuta. Ovviamente la nostra casa è sempre aperta, e capita che, rientrando a casa la sera, io trovi ospiti inaspettati, ma la situazione è così rilassata e gradevole che ormai anche per me è una sorpresa positiva trovare ospiti a casa. Pochi formalismi e appunto un’atmosfera serena, non pretenziosa… ma qui dipende anche dal carattere di ognuno. Nelle serate trascorse nel villaggio d’origine della famiglia di mia moglie che è dell’Hubei durante il capodanno cinese, ho imparato a giocare a Majiang, e questo mi permette un po’ di socializzare al di là dei problemi di lingua, passare le serate con i familiari, specialmente la suocera che è una giocatrice agguerrita e uscire la sera verso mezzanotte a mangiare negli “xiaokao” lungo strada come un vero cinese di provincia.

Come hai conosciuto la tua moglie?

Ci siamo conosciuti durante un viaggio a Dalian. Lei e’ cinese, ma molto “tedesca” di mentalita’, precisissima, odia il pressapochismo che non è certo lesinato qui in Cina. Presta molta attenzione alla famiglia, il senso della famiglia e’ molto simile a quello che abbiamo in Italia; fortunatamente, nell’educazione di nostra figlia non si e’ ancora fatta prendere da certe smanie dei genitori asiatici (parecchio diffuse anche a Shanghai) che vedono bambini di 2-4 anni già oberati di corsi e lezioni per diventare sin da subito dei primi della classe e dei campioni sportivi, più competitivi che mai nella loro piccola grande corsa verso il successo.

Lei potrebbe tranquillamente vivere anche in Italia, queste grosse differenze di mentalita’ nelle generazioni piu’ giovani sono meno presenti, ma forse e’ dovuto più banalmente al fatto che, se ci siamo sposati, e’ anche perche’ siamo simili.

Ti vedi in Cina per sempre?

Vorrei rimanere in Cina per altri cinque anni, e poi dipende da come il mondo e la famiglia evolveranno. In ogni caso, in Veneto ci sono gli ulivi e le viti dei miei genitori che aspettano solo il momento in cui io decida di rientrare.

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