A tu per tu con un campione di freccette al Bobo’s bar di Dalian

Dalian, città di mare e di confine, oltre sei milioni di abitanti, estati temperate, inverni glaciali che sfiorano i -20 °C. Traffico moderato, viali alberati, spiagge, edifici che ricordano la presenza di Inglesi, Russi e Giapponesi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Se alla reception dell’Hotel Furama notate un occidentale in giacca grigia e papillon, è lui: Alessandro Galimberti, annata 1990, così giovane e serioso che non la smette di chiamarmi “Signora” e di darmi del Lei per tutta l’intervista…

Da circa un anno e mezzo Alessandro si è lasciato alle spalle il lago di Como per trasferirsi sulle sponde del mare di Dalian, ma la sua prima tappa cinese è Chongqing. Nel 2007-2008, grazie ad una borsa di studio di Intercultura, Alessandro frequenta un anno di liceo in Cina, ospite della famiglia Zhong. Un anno indimenticabile, anche perché, nel maggio 2008, la terra trema in Sichuan (80,000 vittime). Alessandro è in classe, al quindicesimo piano, a soli a 100 km dall’epicentro. La scossa, la paura e il dolore per le vittime sono forti.

Dopo l’anno Intercultura, Alessandro torna alla sua routine comasca. Finisce il liceo scientifico e inizia la facoltà di Mediazione interlinguistica e culturale a Como, ma dopo corsi estivi ad Hangzhou e stage di lavoro a Wenzhou, abbandona l’università in Italia e si iscrive all’università di Dalian, consigliatagli da un suo professore.

Da grande vuole fare il traduttore.

Se non lo intercettate al Furama Hotel, lo potete trovare al Bobo’s bar con altri campioni locali di freccette. Da vero nerd del cinese, passa però anche molte ore serali a un corso di perfezionamento di cinese o a fare i compiti.

Alessandro, il tuo primo incontro con la Cina è stato grazie a Intercultura. Come mai, a soli diciassette anni, hai deciso di partire proprio per un paese “difficile” come la Cina?

Ad essere sincero, il mio interesse per la Cina, che ora è diventato una vera e propria passione, è cominciato vivendoci. La decisione di venire qui era dettata soprattutto dal desiderio di vivere in un Paese lontano e sconosciuto.

Nel 2005, mio fratello era tornato dagli Stati Uniti, anche lui dopo un’esperienza di studio con Intercultura.

Affascinato dai suoi racconti, capii che era giunta la mia occasione per dare una svolta alla monotonia della mia quotidianità comasca. Volevo un posto nuovo, il più strano e affascinante possibile… Così, nel 2007-2008, a cavallo delle Olimpiadi di Pechino, contro il volere di tutti: genitori, amici, professori…, ho deciso di partire per un anno scolastico in Cina.

In quell’anno, partirono con me per la Cina altri tre ragazzi italiani, su duecento borsisti Intercultura che avevano scelto altre mete.

Arrivati in Cina, dopo una breve preparazione/ambientazione di circa una settimana a Pechino, fummo smistati in diverse città e affidati alle rispettive famiglie. Io ed altri due italiani, fummo mandati a Chongqing, ma date le dimensioni della città (circa 30 milioni di abitanti) e i grossi problemi di comunicazione soprattutto iniziali, era molto difficile incontrarsi anche se la voglia di certo non mancava mai: all’inizio eravamo parecchio spaesati!

Chongqing non risplende né a livello turistico, né climatico [N.d.R. confermo: è decisamente brutta, ma questa è solo un’opinione personale dell’intervistatrice]. E’ una megalopoli industriale della Cina occidentale, ma sono stato molto felice di essere stato mandato in questa città: nella Cina più interna, l’influenza occidentale all’epoca non era ancora arrivata, e ho potuto meglio conoscere e apprezzare questa cultura, e tanti piccoli riti e usanze ormai abbandonati nelle grandi metropoli moderne.

Andando al liceo, che idea ti sei fatto del sistema scolastico cinese?

Ho frequentato il primo anno di gaozhong(高中)corrispondente alle nostre scuole superiori italiane, presso la “Number 8 middle school” di Chongqing, nel quartiere di Saping Ba.

La vita di uno studente cinese è molto dura. [N.d.R. Dura?? E’ una specie di libertà vigilità, una prova generale della vita in un’accademia militare, leggete… mi ricorda vagamente un liceo che ho frequentato nel 1990 a Berlino Est… sarà il tocco didattico dei regimi comunisti…]

La scuola inizia alle 7.30; ma alle 7:15 tutti gli studenti sono già ai loro banchi, perché in Cina il ritardo è considerato una mancanza di rispetto.

7:45: in tutta la scuola parte una campanella o una musica che ricorda marce dei tempi rivoluzionari per avvisare dell’inizio del quarto d’ora di ginnastica mattutina (obbligatorio). Migliaia di studenti, entro dieci minuti, devono radunarsi nel campo sportivo per fare gli esercizi. Ogni classe forma una fila indiana, in ordine di altezza, prima le ragazze e poi i ragazzi con il capoclasse in prima fila. Non sono ammessi ritardi!

7:55: inizio della ginnastica: quindici minuti di movimenti preparati a tempo di musica per sciogliere il corpo e svegliare la mente [N.d.R. Da quanto vedo a Shanghai, non sempre questo obiettivo viene raggiunto…]. Finita la ginnastica, tutti in classe e alle 8.20 iniziano le lezioni.

10:30 intervallo di venti minuti in cui, sempre a tempo di musica, lo studente dovrà eseguire massaggi agli occhi e alla tempia per rilassarsi e preparasi alla lunga giornata di studio.

12:20: fine delle lezioni, pausa pranzo ed eventuale riposino in dormitorio o in classe, non sono ammesse altre attività fino alle 14:00, quando riprenderanno le lezioni pomeridiane, fino alle ore 16:20.

Finalmente alle 16:30 tempo libero, ma solamente fino alle ore 19:00, quando… si ritorna tutti in classe per eventuali lezioni serali oppure lo svolgimento dei compiti assegnati durante la giornata (tutto sorvegliato ovviamente dai prof).

Questo orario viene seguito per tutta la settimana, fatta eccezione del weekend. Ma non è finita: il sabato, le lezioni finiranno alle ore 16.30, mentre la domenica ci sono “solamente” le lezioni serali.

Nonostante questa rigidità negli orari, durante le lezioni è assolutamente lecito dormire, dirigere il traffico epistolare sul telefonino, giocare a tetris o comunque farsi i cavoli propri, mentre il prof spiega. Unica condizione è che non si disturbino i compagni e l’assoluto silenzio che deve regnare in classe e fare da sfondo al monologo del prof. In Cina, se uno studente non dimostra impegno, viene lasciato indietro con totale indifferenza. [N.d.R.: E se non fa domande è meglio per tutti. Se vuoi capire perché, leggi l’intervista a Michele Marini Insegnare l’Italiano, imparare l’Italiano. A Nanchino e a Ileana Pieretti Nella terra incantata dei panda: un marito cinese e una cattedra di italiano).

Il rapporto tra professore e studente è molto diverso da com’è in Italia. In Cina, l’insegnante è anche un maestro di vita, che ascolta e dispensa consigli anche nelle attività extra scolastiche.

Ben diverso invece è il rapporto tra ragazzi e ragazze. All’interno dell’istituto non sono ammesse relazioni (regola scolastica) ed è vietato qualunque tipo di atteggiamento affettuoso, non parliamo poi di contatto fisico [N.d.R. Regola monastica]. Io stesso sono stato rimproverato e minacciato di essere rispedito in Italia, per avere salutato con un abbraccio la sorella del mio migliore amico! [N.d.R il solito Latin lover italiano ;-)]

Durante le superiori, sono previste per tutti gli studenti due settimane di “addestramento” obbligatorie. Tipo naia. Gli studenti sono mandati in campi speciali, dove riceveranno un duro allenamento sull’ordine e sulla disciplina militare: cose molto semplici, come marciare a tempo, stare sull’attenti, resistere alla fatica. Queste due settimane di solito si concludono con una lunga parata all’interno della scuola, davanti a dirigenti, insegnanti e generali dell’esercito. [N.d.R. Vedendo l'”ordine” e la “disciplina” dei cinesi, credo che alla fine questo ritiro da “boy scout” non sia poi un’idea malvagia… certo… i risultati ancora non sono tangibili, ma confido che arriveranno).

Le strutture scolastiche in Cina sono di gran lunga migliori di quelle italiane. Sono stile campus americano e sono concepite per soddisfare tutti i bisogni dello studente. In ogni scuola ci sono vari tipi di campi sportivi per giocare a pallavolo, basket, calcio, volano, ci sono piscine, piste di atletica, mense, piccoli supermercati, dormitori, laboratori…

Secondo me, la forza della scuola cinese sta nel fatto di sfornare ogni anno studenti preparati in ogni campo, ma tutti hanno delle debolezze, perché questi studenti modello sembrano bambini inesperti se messi al di fuori dell’ambiente scolastico.

Come è stato trapiantarsi per talea da Como a Chongqing e come ti sei trovato con la tua famiglia ospitante?

 

Dopo ben trentanove ore di treno da Pechino (all’epoca l’alta velocità non era sviluppata come oggi), arrivai finalmente a Chongqing, dove mi aspettava la famiglia Zhong. I primi tempi, le difficoltà di comunicazione sono state immense, (non biascicavo mezza parola di cinese), però da subito sono stato accolto come un figlio. Il loro più grande sogno era avere una famiglia numerosa, ma la legge sul figlio unico lo impedisce.

La mia famiglia era composta da mamma Xu Ya, impiegata in un’azienda di prodotti alimentari, grande appassionata di ginnastica e massaggi (è grazie a lei che sono riuscito a capire la bellezza e l’efficacia di un massaggio); da papà Zhong Xue Bin, manager della stessa impresa e direttore di una piccola officina per la produzione di macchinari industriali, grande appassionato di karaoke [N.d.R. ah però!] e di pesca, ricordo ancora le infinite giornate trascorse sotto la pioggia al freddo a cercare di pescare qualche pesce da portare alla mamma a casa (se non pescavamo nulla, lo compravamo); infine il piccolo Hang Hang, teen ager di 14 anni, appassionato di basket e di sassofono. E poi c’erano i meravigliosi nonnini (sia materni che paterni) che hanno svolto un ruolo fondamentale per me quando vivevo là: sempre a disposizione sebbene la comunicazione tra noi fosse parecchio incriccata. La loro più grande preoccupazione era che non mi nutrissi abbastanza e, ad ogni incontro, non importava a che ora, c’era sempre frutta fresca sul tavolo e padelle in azione.

 

Grazie ai Zhong, ho potuto passare momenti unici che hanno reso la mia esperienza indimenticabile. Nonostante i kilometri che oggi ci separano, resta ancora un affetto profondo che mi lega alla mia famiglia di Chongqing.

La loro casa si trovava al 28° piano di un grattacielo, nei pressi del quartiere Shijiaopu, molto lontano dalla scuola, così trascorrevo la maggior parte delle mie giornate dai nonni tornando a casa solo per i weekend, insieme a Hang Hang. La casa della mia famiglia e quella dei nonni riflettevano perfettamente il salto generazionale e i cambiamenti della Cina degli ultimi anni: la prima era ipertecnologica, dotata di lavatrice, lavastoviglie, vasche da bagno, maxi schermi, condizionatori, arredamento all’ultima moda, il tutto tenuto con la massima cura. La casa dei nonni rispecchiava la parte più povera e più arretrata della Cina: letti di legno, una turca al posto del water, ventilatori al posto dei condizionatori, lavaggio a mano sia dei vestiti che dei piatti… devo ammettere che a volte l’igiene mancava, specialmente in cucina, ma forse è tutta questione di punti di vista…

Cos’ hai imparato vivendo con loro e andando a scuola in Cina?

 

Riassumo in quattro punti:

1. sapersi accontentare di quello che si ha e gioire delle piccole cose. A volte bastano quattro sgabelli e un tavolino in mezzo alla strada per passare grandi serate.

2. le conoscenze (le famigerate “guangxi”) in Cina più che altrove, possono aprirti una porta, attenzione però a chi si va a conoscere! .

3. lavorare per obiettivi. In Cina è molto importante visualizzare l’obiettivo fissato e impegnarsi con tutte le forze nel raggiungerlo.

4. l’unione fa la forza! Dove non può arrivare il singolo ci arriva il gruppo!

 

Il tuo anno Intercultura a Chongqing ha coinciso con il grande terremoto del Sichuan, nel maggio 2008, dove hanno perso la vita 80,000 persone e circa 24,000 sono rimaste ferite. Tu eri a 100 km dall’epicentro. Cosa ricordi di quel tragico episodio?

 

Ancora oggi, ripensare al terremoto del Sichuan del 2008 mi riempie il cuore di una profonda tristezza.

Erano circa le 13:30, ero in classe, al quindicesimo piano. Io e i miei compagni stavamo aspettando l’insegnante per ricominciare le lezioni. All’improvviso tutto comincia a tremare, gli oggetti cadono dai banchi, alzarsi e scappare è impossibile perché la scossa è talmente forte che nemmeno riusciamo a stare in equilibrio. Non possiamo far altro che rimanere seduti ai nostri banchi, immobilizzati, e pregare che tutto finisca al più presto. La scossa dura due lunghissimi minuti e appena finisce corriamo via, nella speranza che nessuno di quei grattacieli immensi ci crolli sulla testa!

Ai tempi non mi resi subito conto della gravità della situazione. Chongqing era a 100 km dall’epicentro e, sebbene la scossa sia stata molto forte anche da noi, a parte una scuola, nessun altro edificio è stato danneggiato. Mi resi conto della catastrofe, solo il giorno dopo, quando papà Xue Bin fu incaricato di portare aiuti umanitari nell’epicentro del terremoto e mi chiese di accompagnarlo. Villaggi rasi al suolo, ponti sbriciolati, gente che rovistava tra le macerie, nella speranza di trovare qualcosa di utile per sopravvivere, militari che scavavano sotto le macerie alla ricerca di sopravvissuti. Questo lo scenario che mi si è presentato una volta arrivato. Non lo dimenticherò mai.

 

Nei grandi centri di raccolta la gente si ammassava per trovare da dormire o anche solo un po’ di riso con poche verdure. L’istante però che più mi ha toccato è stato il minuto di silenzio, organizzato in tutta la Cina, in cui ogni cosa si è fermata in ricordo delle vittime: le città si sono bloccate come di incanto, nessun rumore permesso, solo il suono costante di una sirena. Impossibile trattenere le lacrime.

 

Dopo essere rientrato in Italia nel 2009, hai dato la maturità scientifica e ti sei iscritto alla facoltà Mediazione interlinguistica e culturale di Como, ma dopo il primo anno, hai deciso di ritornare in Cina perché il cinese lo volevi imparare sul posto…

 

Sì, tornato in Italia dopo la mia prima esperienza in Cina, ho finito l’ultimo anno che rimaneva di liceo scientifico e mi sono iscritto alla facoltà di mediazione interlinguistica e culturale presso l’Uninsubria di Como, ma più studiavo, più mi rendevo conto che studiare la cultura cinese era tanto importante quanto studiare la lingua. Non esisterà mai un buon traduttore che abbia studiato il cinese solo sui libri.

Essendo la cultura cinese così lontana da quella italiana, il rischio di “gaffe” o di incomprensioni, se non ci si è preparati nel modo adeguato, è sempre altissimo. Un altro aspetto molto importante nello studio della lingua cinese è la costanza e la ripetizione: tutti i giorni o quasi si deve fare continuamente esercizio di ascolto, di lingua parlata e scritta, ma ovviamente questo in Italia non è possibile, in quanto sono in pochi a parlare cinese.

E così hai deciso di lasciar perdere l’università italiana e, su consiglio di un tuo professore, ti sei iscritto a un corso di Cinese a Dalian che ha una rinomata Università. Com’è Dalian?

 

Sì, un mio professore a Como, mi ha suggerito di studiare cinese a Dalian perché qui c’è un’ottima università e devo dire che, vivere in una città minore può essere anche più semplice per uno studente che voglia fare una full immersion nella lingua, oltre che ad essere più economico che vivere e studiare a Pechino o a Shanghai.

Dalian, mi piace. Ci vivo ormai da un anno e mezzo e mi ci sono ambientato. Ha più di sei milioni di abitanti, ma rimane secondo me una delle città più rilassanti e più gradevoli da visitare in tutto il nordest della Cina. E’ il terzo porto della Cina, ma è molto più di un importante centro economico. Ci sono suggestivi viali alberati, numerose aree verdi, un patrimonio artistico soprattutto degli inizi del 1900, un pittoresco litorale orlato da numerose spiagge, un traffico moderato e un’aria pulita. Rimane la città ideale per trascorrere qualche giorno di relax.

In estate, il clima rimane temperato e ben ventilato, la temperatura non supera quasi mai i 30 °C, il clima perfetto per fuggire dal caldo di alcune città del sud cinesi. Mentre d’inverno le temperature scendono fino a -20 °C, rendendo la città un po’ meno ospitale, anche perché soffia un vento gelido!

 

 

 

Le principali attrazioni sono:

Piazza Xinghai: costruita in occasione del ritorno di Hong Kong alla Cina, che con i suoi 1,1 milioni di metri quadri rimane la più grande piazza urbana di tutta l’Asia!

Zona paesaggistica Banchuidao: si trova alla fine di binhailu, la strada costiera più famosa di Dalian, ricca di colline, zone verdi, spiagge, in parte però chiusa al pubblico durante il periodo estivo causa soggiorno di ufficiali governativi in vacanza.

Lushun: conosciuta anche come Port Arthur, piccolo villaggio di 220 mila abitanti nella zona periferica di Dalian, punto fondamentale di controllo per le rotte marittime nel Mar Giallo. Famosa inoltre per il museo storico riguardante le lunghe battaglie avvenute dagli inizi del 1900 per il controllo della città tra Giappone e Russia. Ritornata in pieno possesso dei cinesi solo nel 1945, oggi comando navale della marina cinese nei territori del nord.

Dalian laohutan: ambita zona turistica sia per la presenza di molti negozi sia per la zona paesaggistica che la circonda. Rinomata inoltre per la presenza di uno tra i più grandi parchi oceanici.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Sono addetto all’accoglienza e assistenza dei clienti stranieri, all’hotel Furama, nel centro di Dalian: traduco e faccio da tramite tra lo staff e i clienti e mi prendo cura di loro se sono persi nella Cina profonda.

Nelle città meno occidentalizzate come Dalian, spesso non è facile comunicare in inglese, e questo può creare ancora disagi non solo per il cliente, ma anche per lo staff.

Apprezzo veramente questo lavoro. Certo, mi devo accontentare. Non guadagno cifre stratosferiche, ma mi pagano vitto e alloggio in un hotel a 5 stelle, il rapporto con i miei capi e lo staff è ottimo e quello che per me ora più conta è imparare il cinese. E ogni giorno miglioro la conoscenza della lingua e della cultura e con il mio lavoro conosco sempre un sacco di gente da tutte le parti del mondo.

Questo anno, ad esempio, a settembre Dalian ha ospitato Davos, è ho conosciuto e accolto da noi il vice presidente russo, il presidente del Vietnam ed altre personalità importanti che alloggiavano presso l’hotel Furama.

Ci sono molti stranieri a Dalian?

Dalian è molto vicino al confine coreano, c’è una grande a comunità straniera e te ne rendi conto facendo due passi in centro. Ci sono soprattutto russi, coreani, giapponesi che vengono a trascorrere le vacanze in estate e a godersi le spiagge, i campi da golf, i parchi, ma anche in inverno gli stranieri sono a Dalian sia per la presenza di grandi scuole, come la University of Technology, considerata uno tra i migliori politecnici in Cina, sia per il commercio, soprattutto nel settore navale e ittico, sia per investimenti.

Gli europei sono pochi, alcuni lavorano per grandi marchi della moda, o sono commercianti di pesce, architetti e ingegneri. Molti provengono dal Nord Europa.

Quasi nulla invece è la presenza della comunità italiana: qualche chef, pochi studenti sparsi in tutte le diverse scuole e lavoratori e penso qualche uomo d’affari. Credo che saremo al massimo una ventina, ma non ne sono certo.

Parliamo di un’altra delle tue passioni. Tu sei un campione di freccette e sei riuscito a trovare il modo di praticare questo sport anche in Cina. Come hai fatto, visto che mi sembra uno sport di nicchia anche in Italia?

 

Giocavo in Italia a freccette, prima solamente con amici al bar, poi ho cominciato a praticarlo a livello agonistico sia a squadre sia a livello individuale. Con la mia squadra, i “war pigs”, nel 2011 siamo riusciti a classificarci terzi nel campionato nazionale nella categoria C “open darts figs”, mentre nel 2012 ci siamo classificati primi nel campionato regionale. Temevo di dover abbandonare questa mia passione una volta arrivato in Cina, ma con un po’ di impegno, sono riuscito a trovare anche qui un gruppo di appassionati di freccette (飞镖). Ora gioco nel campionato di Dalian presso il Bobo’s bar. Sebbene lontano dai livelli in cui giocavo in Italia, posso almeno continuare questa mia passione anche in terra straniera. Chissà… magari un giorno diventerò il primo campione italiano di freccette in Cina.

Mi hai raccontato di aver assaggiato un po’ di tutto. Quali sono i cibi più strani che metteresti nel tuo “menu degli orrori”?

 

In Cina, soprattutto per chi è abituato alla cucina mediterranea, le stranezze in fatto di cibo sono all’ordine del giorno.

I serpenti sono solitamente cotti alla griglia oppure tagliati a pezzi e serviti in una zuppa piccante, il cui sapore non va molto lontano da quello del pollo.

Il cane è venduto e cucinato solo in alcuni ristoranti specializzati, soprattutto nelle città meno occidentalizzate dell’interno. Avendo sempre avuto un cane, mi è mancata la forza di assaggiarlo.

Scorpioni, millepiedi giganti e cavallette sono serviti impanati e fritti oppure scaldati alla piastra: basta solo non pensare a cosa avete in bocca e si scopre una certa somiglianza con le patatine fritte.

Le zampe di gallina sono servite sottolio, al vapore oppure dentro una tazza di the, sono ottimi stuzzichini per far passare la fame.

Tutti questi cibi non fanno parte della cucina quotidiana cinese, ma sono piccole eccezioni che si posso trovare girovagando da queste parti.

[N.d.R. Poco dopo aver rilasciato questa intervista, Alessandro e la sua ragazza italocinese sono stati brevemente ricoverati in un modernissimo ospedale di Dalian per un’intossicazione alimentare. Tutto risolto ora. Solo grandi crampi allo stomaco].

Ti vedi in Cina ancora per molto?

 

Si, certamente! La strada per diventare un 中国通 (esperto di lingua e cultura cinese) è ancora lunga. Il mio sogno è diventare un ottimo traduttore. Mi piacerebbe un giorno lavorare come traduttore per l’ambasciata italiana a Pechino e avere un ruolo nella gestione delle relazioni tra Italia e Cina.

Che cosa diresti ad un ragazzo della tua età che in questo momento si trova in Italia e non ha un lavoro?

 

Il mondo è grande e le occasioni non mancano. Basta aprire gli occhi e impegnarsi al massimo nel raggiungere i propri obiettivi! Mi spiace solamente che in Italia ora non sia più così…

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