Un coniglio di nome Salmì

Davide Saccon, annata 1968, cresciuto in un paesino del Varesotto. Dopo la maturità scientifica e la laurea in Scienze dell’Informazione si trasferisce a Milano, dove vive e lavora per una dozzina d’anni.
 Poi nel 2006 si trasferisce in Cina. Prima a Huizhou, cittadina semisperduta del Guandong e, successivamente ad Hangzhou, dove lavora come General Manager per un’azienda italiana che fa assemblaggio di prodotti elettomeccanici.
Ha una moglie, due figli, un gatto e un coniglio di nome Salmì.

 Hangzhou, capitale dello Zhejiang, dista 180 km da Shanghai percorsi in circa un’ora di treno veloce. Decisamente più mondana di Huizhou, resta comunque seconda fascia.
Da sempre città molto ricca, Hangzhou è considerata dai cinesi come un posto da sogno per via del lago (grigiastro) e delle colline del te. Non ho mai capito il fascino di Hangzhou.

Davide traduce per sport poesie di poeti di epoca Tang e scrive da anni – con la dovizia di particolari degna di un amanuense – della sua vita in Cina. Il suo blog è “Itariajin – My life in China”



Partiamo!

 



Davide, come mai tutto questo sacro fuoco per la Cina?



Fin da piccolo sono stato appassionato di Asia. All’inizio mi ero invaghito della lingua giapponese, poi sono stato morso dal Dragone, e ho cominciato a familiarizzare con il cinese. 
Il primo viaggio in Cina risale al 1993, appena laureato.
Una vacanza memorabile: allora la Cina era ben diversa da oggi, era ancora un paese “disagiato”. Quando camminavo per strada venivo seguito da codazzi di persone curiose, e le infrastrutture erano agli albori. 
Una volta, per andare da Wenzhou a Shanghai in autobus, ci ho messo circa 10 ore, in una notte nera come la pece e su una strada con delle buche che in altri contesti si sarebbero potute definire barriere anticarro. Le sospensioni del bus erano ormai andate a fare compagnia agli Antenati, così mi dovevo tenere saldamente afferrato al sedile davanti per non venire sbalzato via dagli scossoni.
 Ad un certo punto il motore si rompe, ci fermiamo e gli autisti (che erano in tre) tentano di ripararlo.
Alla fine ci comunicano che si puo’ ripartire, ma l’avviamento e’ definitivamente rotto quindi bisogna spingere l’autobus.
 Donne e bambini salgono, mentre noi uomini spingiamo il macigno finche’ l’autista riesce a ripartire.
 Comunque, a parte questi ricordi di gioventù, ho iniziato la carriera in Italia come professionista dell’Information Technology, poi sono entrato nell’IT in una banca 
d’investimenti, dove sono rimasto per otto anni.
 Appena potevo, facevo le vacanze in Cina, e spesso usavo le ferie per fare l’interprete in missioni commerciali. 
Dopo una dozzina d’anni di esperienza di lavoro in Italia, ho trovato un’azienda che cercava proprio il mio profilo per una posizione in Cina. Era il 2006 .
Negli anni poi ho acquisito altre competenze e ora faccio il direttore generale, che è una maniera pomposa per dire che sono responsabile di tutto: dal bilancio alle traduzioni delle email dei colleghi italiani, alla soluzione di problemi tecnici in officina, per poi tornare a casa impiastricciato di grasso lubrificante.

 

 

Parliamo delle tue frontiere, prima nel profondo sud della Cina, a Huizhou e ora ad Hangzhou



 

Quando nel 2006 mi sono trasferito in Cina, era per lavorare alla start up di un sito produttivo di un’azienda italiana.
Il posto era sperduto nelle campagne intorno alla città di Huizhou, nel Guangdong. Ci sono rimasto per 5 anni.
 Huizhou è una cittadina relativamente piccola, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. 
Laggiù quando vedevi un altro straniero per strada, ti fermavi e attaccavi bottone. 
Nei supermercati, non esisteva né formaggio né pane né caffè né niente. La pizza l’avevano vista solo in fotografia. Inutile tentare di parlare inglese con chicchessia.
Però il traffico era inesistente, l’aria relativamente pulita.
C’erano varietà di frutta sconosciute alla scienza moderna, era estate dieci mesi all’anno e, a meno di un’ora di macchina, c’è un mare balneabile.
 Nel 2011 ho preso al volo un’occasione di lavoro e ora sto con la famiglia a Hangzhou, capitale dello Zhejiang.

 

Hangzhou è una grande città cinese, caratterizzata da un traffico disumano e lunghe code per accedere a qualsiasi tipo di servizio, dalla bancarella di baozi [N.d.R dei panozzi cinesi] per strada alle visite all’ospedale. 
Per i cinesi questa città corrisponde al paradiso in terra ma per noi stranieri, mancano certi riferimenti culturali, le sensazioni sono diverse…
 Mi spiego: i cinesi alle elementari hanno dovuto studiare a memoria innumerevoli poesie che decantano la bellezza di Hangzhou e del suo lago; in questa zona sono vissuti molti dei famosissimi personaggi che hanno fatto la storia della Cina. Queste cose hanno un notevole impatto anche nella cultura moderna, in termini di letteratura, film, show televisivi, in pratica sulla vita di tutti i giorni.
Per noi occidentali, per me almeno, il famoso lago è per l’appunto solo un lago, nemmeno poi tanto bello; infatti dico sempre che il lago di Hangzhou non regge il confronto con il lago di Como o il lago Maggiore.

Tu sei un autodidatta con il cinese, ma hai raggiunto livelli da Cà Foscari. Nel tempo libero, traduci poesie di poeti classici e ti ho sentito parlare come un cinese. Scrivi i caratteri cinesi come se scrivessi in Italiano. Ma come hai fatto?



 

Così mi fai arrossire, non sono così bravo.
Anzi, penso di non essere particolarmente portato per le lingue. È solo che, tra corsi e ricorsi, ormai sono ben più di vent’ anni che mi spacco i denti con il cinese, senza mai mollare. Lo dico sempre, ho poche qualità ma sono un campione di costanza.
Comunque, ho avuto la fortuna di imparare le prime parole da degli amici cinesi che vivevano in Italia; erano i primi anni Novanta, quindi ancora tempi “non sospetti”.
Diciamo che come insegnanti non erano molto accondiscendenti, anzi ogni errore da parte mia era motivo di una certa goliardica ilarità.
Certo ho avuto degli stimoli molto diversi rispetto a chi fa un corso con un insegnante che dice sempre “Bravo, bravo!”
Comunque, è grazie a loro (e alle loro risate) che ho avuto l’opportunità di costruirmi delle basi di fonetica abbastanza solide, anche se loro erano di Wenzhou e quindi poi per molto tempo mi sono portato dietro l’accento dello Zhejiang. [N.d.R. e’ come sentire un italiano che parla con l’accento dell’Emilia Romagana. Ad esempio: ma che piazere!!]. 
Negli anni ho poi fatto dei corsi di lingua cinese in Italia, e poi tanti viaggi scorrazzando in lungo e in largo per la Cina. Ora da sette anni sono stabile nell’Impero Celeste. 
Sin dal primo giorno ho dovuto usare quotidianamente la lingua parlata e scritta con colleghi, fornitori, tassisti, saltimbanchi e ciarlatani vari.
 Ci sarebbe da stupirsi se, dopo tutto questo bombardamento non fossi arrivato ad un buon livello. 
Forse, il trucco è proprio il dover stare in un ambiente dove tutti parlano, leggono e scrivono solo in cinese 
È dura, certo, io lo so bene, ma è proprio in questo tipo di situazione che uno si deve adattare, o soccombere.

 



Tua moglie è una cinese di Milano e avete due bellissimi bimbi, Valentino e Daniele. Com’è la vita in una famiglia così internazionale?

Per la cronaca, abbiamo anche una gatta di nome “Yidi” e un coniglio dal profetico nome di “Salmì”.

 

In famiglia non ci si annoia, per dirla con un eufemismo.
Premetto che mia moglie è nata e cresciuta in Cina. Dopo la laurea in economia a Pechino è approdata in Italia, dove ha vissuto per 10 anni prima dell’incontro fatale. Con me, intendo.
Lei è uno dei rari casi di persona cinese che solo in età adulta ha abbracciato una cultura straniera, riuscendo comunque a raggiungere dei livelli di tutto rispetto.
Questo per dire che, quando vuole, sa essere al 100% cinese, altrimenti può essere completamente italiana, a suo piacimento. La invidio tantissimo.
 In casa, tra di noi parliamo un misto di italiano e cinese che farebbe rabbrividire chiunque. 
Con i bimbi però ci siamo accordati su una rigida distinzione: io parlo loro solo in italiano, lei solo in cinese.
 Questo perché abbiamo notato che certi conoscenti cinesi, ansiosi di insegnare l’inglese ai loro figli, parlavano loro un po’ in cinese e un po’ in inglese. Risultato: i poveri piccoli mi sono sembrati molto confusi. 
Invece così, associando ogni lingua ad una persona, non ci sono problemi. Valentino passa dal cinese all’italiano senza nessuna difficoltà. All’asilo fa anche un’ora di inglese al giorno, direi anche con un certo successo. Il piccolo Daniele ora ha solo sette mesi, speriamo che segua le orme del fratello.

Parlaci del tuo blog, che io leggo sempre molto volentieri e che mi ricorda un microscopio nella quotidianità cinese.



Ah, il blog, che soddisfazione!
 Ho iniziato nel 2004, e non ho più smesso. Il mio unico cruccio è che mi manca il tempo per scrivere; quando va bene, mi ci posso dedicare dieci minuti in pausa pranzo, una volta ogni tanto.
Grazie al blog ho conosciuto delle persone fantastiche [N.d.R. tra queste mi includo immodestamente anch’io]

 


Qualche aneddoto imperdibile della tua vita di frontiera?

 

Ci sarebbe da riempire un’enciclopedia.

 

Ogni giorno è un aneddoto nuovo.
Ti potrei raccontare di quando sono andato dall’ottico a comperare degli occhiali. Mentre ci parlavo, quello mi fissava e si avvicinava sempre di più, con un’espressione sempre più insistente. Alla fine, fa una faccia stupita e mi dice: “Ma allora i tuoi occhi sono veramente azzurri! Pensavo portassi le lenti a contatto colorate!” [N.d.R.: in Cina, salvo qualche rara eccezione, e’ tutto finto ;-)]
 Un’altra volta, sono andato in spiaggia e ho trovato un cartello di due metri per uno con un grosso titolo: “I 20 no”, cioè le circostanze in cui era vietato fare il bagno in mare. Attenzione, non sconsigliato, ma drasticamente vietato dal bagnino che dall’alto della sua sedia con scaletta osservava impassibile i suoi possedimenti.
L’elenco diceva: “Niente bagno se sei stanco; niente bagno se hai appena mangiato; niente bagno se hai fame; niente bagno se hai consumato alcool; niente bagno se sei troppo vecchio; niente bagno se sei troppo giovane; niente bagno se non sei allenato; …” e via così; praticamente potevi fare il bagno solo se eri un tuffatore olimpionico o un uomo-rana professionista.
La mia modesta persona non rispondeva a tutti i requisiti, infatti mi sembra che in quel momento avessi pranzato da solo tre ore invece delle quattro previste, e sono quasi certo di ricordare che nell’elenco dei “20 NO” il mio accenno di calvizie non fosse visto di buon occhio.
Sotto lo sguardo vigile del bagnino mi avvicinai comunque all’acqua simulando indifferenza, solo per scoprire che la zona balneabile era delimitata da una rete sostenuta da delle boe, e l’area dove era permesso bagnarsi consisteva in una ventina di metri quadri dove l’acqua arrivava al massimo alla cintola. Inutile precisare che la poca acqua era quasi invisibile sotto ad un tumulto di bambini strillanti, madri urlanti, materassini, salvagenti e palloni da spiaggia.
Volevo chiedere al bagnino: “Ma come, secondo voi in acqua ci può entrare solo Namor il submariner e poi lo volete tenere in questa pozza?”
Poi ho visto che il bagnino adocchiava con sospetto la mia pelle non sufficientemente abbronzata (altro motivo vietante) e mi sono rassegnato a un modesto pediluvio.

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