Se piace allo sciamano, qui ci metto il capannone. Chiara: fare impresa, fare volontariato in Cina

L’appuntamento con Chiara è alle 8 di mattina, nella lobby del mio hotel sulla Hong Kong Road. E’ giugno, Qingdao sembra non ricordarsi che – dopo tutto – siamo sul mare e siamo in piena estate: c’è una foschia, che nemmeno riesco a vedere la cima dei grattacieli.

Mi passa a prendere con l’autista e l’accompagno per una volta nel suo quotidiano viaggio di un’ora e più verso il parco industriale di Huangdao. Qui si trova lo stabilimento della ADR, l’azienda di famiglia, una di quelle cosiddette multinazionali da tasca, già presente su molti mercati emergenti e leader europea nella produzione di assali per rimorchi.

Chiara è arrivata in Cina nel 2008 e ha costruito lo stabilimento da zero, dopo aver consultato lo sciamano del posto, che da queste parti conta più del catasto o del piano regolatore.

Cinque minuti sono ampiamente sufficienti per capire che Chiara appartiene alla categoria delle “wonderwoman”: tre figli a casa, duecento dipendenti in azienda, un orto biologico sul monte Laoshan, un granchio di nome Fortunato, un incarico nel consiglio direttivo del QIBA (Qingdao International Business Association) e un grande e generoso supporto alla Fondazione di Beneficienza al 100% sostenuta dalle aziende italiane di Qingdao.

Brava, Chiara! Ma qual è il segreto?

Sono nata a Saronno, come l’Amaretto, il 1° Marzo del 1976 e ho vissuto tutta la vita ad Uboldo, un paesino in provincia di Varese. So che il nome Uboldo suscita ilarità, ma si tratta di un centro abitativo le cui origini risalgono all’epoca romana!

Mi sono laureata in Economia Aziendale alla Bocconi nel 2000 e, forte del mio “strafighissimo” titolo di studio, ero proiettata verso piazze internazionali tipo New York, Londra, Zurigo….e invece sono finita a Qingdao, qui nella “terra di mezzo”, un po’ come un hobbit, ma con i piedi più piccoli (anche se per le cinesi il mio 39 resta comunque un piedone).

Sono arrivata nella primavera del 2008, per la precisione il 1° marzo del 2008, giorno del mio trentaduesimo compleanno, che giornatona! Ci sarei dovuta restare solo un paio d’anni per avviare la filiale cinese dell’azienda di famiglia e invece oggi, dopo cinque anni e mezzo, non so ancora dire se e quando tornerò in Italia.

 

L’improbabile transizione da Uboldo a Qingdao è stata indolore?

Quando sono arrivata, non parlavo una parola di cinese, non ero una sinologa e neppure un’amante della cultura e delle tradizioni cinesi. Sono venuta in questo paese per business e mi aspettavo di trovare una marea di tanti piccoli simpatici cinesi sorridenti (un po’ come gli hobbit appunto), votati al lavoro… Inutile dire che il mio impatto con la realtà e il popolo cinese non è stato dei migliori. Dopo tre mesi, me ne volevo tornare a casa, ma già dopo un anno cominciavo ad accettare alcune particolarità cinesi, dopo due anni non avevo alcun problema, adesso penso di essere diventata un po’ come loro, e me ne accorgo soprattutto quando torno in Europa: diciamo che sono un po’ più disinvolta, soprattutto nella guida!

Nella quotidianità, come riesci a conciliare i tuoi impegni di mamma e di dirigente di un’azienda di oltre duecento persone, in buona parte cinesi?

Che dire della quotidianità a Qingdao? non lo so, non ho tempo!! Con l’azienda da mandare avanti, tre figli, un granchio e un compagno (forse è meglio mettere nell’ordine prima il compagno e poi il granchio), mi resta poco tempo per la quotidianità.

Mi aiutano molto le Ayi [le babysitter-donne delle pulizie cinesi, N.d.R.], dico “LE” Ayi perché ne ho più di una che gironzola per casa, senza di loro non saprei cosa fare.

La mia sveglia suona alle 5.30, alcuni giorni, se sono fortunata, anche le 6.00, la sveglia sarebbero: Cloe, di un anno e mezzo e il suo clone in versione ridotta, Matilde, di sei mesi. Ho anche un maschietto di sette anni, ma lui è il dormiglione della casa. Verso quell’ora dell’alba, di solito le bimbe vogliono la colazione e, da lì in poi, la giornata è tutta in salita, fino alla sera quando, alle 9.00/ 9.30 mi addormento sfinita.

La settimana, tra figli e lavoro, passa in fretta e sempre più o meno in modo regolare, nel week end invece ci sbizzarriamo. Il venerdì o sabato sera è per soli grandi (almeno una sera alla settimana!), il resto del week end invece è per la famiglia, tra mille attività, corsi, spiaggia (dove abbiamo raccolto il nostro granchietto di nome Fortunato), ma soprattutto montagna.

Abbiamo un orto a Laoshan (la montagna di Qingdao) e ci andiamo ogni week end a raccogliere la verdura. Ben inteso, non che io mi metta anche a zappare, ho affittato un terreno con contadina annessa, porto i semi dall’Italia e andiamo a raccogliere la nostra verdura biologica. Al resto pensa la nostra amica contadina.

Frequenti spesso gli italiani di Qingdao?

A Qingdao, una città che dal punto di vista naturalistico offre molto per le famiglie, non ci sono molte famiglie italiane, così noi frequentiamo la comunità internazionale. Lo scorso week end abbiamo fatto un pick nic in montagna ed eravamo noi italiani, una famiglia tedesca, una americana, una danese, tutti a casa della “mia” contadina. I bambini parlavano tra di loro in cinese, noi genitori in inglese, ogni bambino con la propria famiglia nella propria lingua e tutti che cercavamo di parlare con i montanari locali nel dialetto locale montano. I bambini si sono divertiti un sacco, noi adulti siamo tornati a casa più stanchi di prima.

Tu sei arrivata a Qingdao per costruire lo stabilimento dell’azienda di famiglia e hai posto letteralmente la prima pietra del capannone, assunto il personale, avviato la vostra attività. Un’impresa impegnativa, tenuto conto che Qingdao non è proprio come la Svizzera. Com’è stata questa tua avventura professionale?

Mhhhmhm, questa è una domanda seria,….allora vediamo…ADR e’ un azienda famigliare (R sta per Radrizzani che sarebbe anche il mio cognome) capofila di un gruppo di aziende, dislocate in tutto il mondo, che producono assali per rimorchi e macchine agricole.

Siamo sempre stati lungimiranti nella politica di internazionalizzazione, lavoravamo con l’Europa dell’est negli anni ’80 e già negli anni ’90 avevamo i primi contatti con la Cina. Nel 2000 abbiamo costituito una joint venture a Changsu e poi nel 2006 abbiamo deciso di fare un investimento diretto, una WOFE, in Cina, dove tutti all’epoca sembravano aver trovato l’America!

Avevamo deciso di fare le cose in grande e quindi abbiamo comprato un terreno di circa 120.000 mq per costruirci un capannone da 60.000 mq.

All’epoca, la Cina sembrava la gallina dalle uova d’oro, la prima volta che ho visto il terreno, però, ho cominciato ad avere i primi dubbi. Insomma questi 120.000 mq erano il versante di una collina, tutta roccia, dalla quale sgorgava una sorgente con ruscello di acqua potabile (rarità in Cina), e c’era un cimitero nel mezzo… ecco diciamo che il presentimento che non sarebbe stato un lavoro facile l’ho avuto!

La collina l’abbiamo spianata con delle vere e proprie bombe, consegnate su delle macchinette tipo Apecar a tre ruote.

Per spostare il cimitero, invece, abbiamo dovuto chiamare lo sciamano locale, il quale dopo aver calcolato la luna, ci ha detto che sarebbe stato possibile spostare le ossa solo dopo sei mesi… pagando lo sciamano il doppio per ricalcolare la luna buona, abbiamo potuto spostare i resti la settimana successiva.

E il laghetto, beh quello c’e’ ancora, e non sappiamo proprio come gestirlo, dobbiamo anche litigare con i contadini vicini che entrano impunemente a rubare l’”acqua buona”.

Dopodiché abbiamo costruito il capannone, assunto il personale, sviluppato i rapporti con i nostri fornitori, cercato clienti… ma la cosa più difficile, ad oggi, e’ la fidelizzazione dei dipendenti ed il cercar di far lavorare e ragionare i giovani cinesi, questa generazione di figli/nipoti unici e’ veramente bizzarra, per non dire sfaticata!

Che tipo di figure professionali cercate? C’e’ ancora spazio per gli italiani o la concorrenza cinese pone fine a ogni velleità?

Più cresce l’azienda più cresce il numero di italiani coinvolti, non per motivi razziali, ma semplicemente perché portiamo qui professionalità tipiche del nostro business che mancano in Cina e che ci vorrebbe troppo tempo per formare partendo da personale cinese.

Gli italiani in ADR hanno tutti un contratto temporaneo di 2/5 anni, proprio perché vorremmo, prima o poi, che i cinesi imparassero a fare da soli. Abbiamo appena concluso un giro di interviste a giovani laureati italiani già presenti in Cina per l’eventuale inserimento nell’ufficio commerciale e speriamo di assumere qualcuno entro un paio di mesi.

Scegliamo giovani che sono già in Cina per due motivi: in primo luogo perché parlano cinese e poi perché sono persone, giovani che, in tempi di crisi, invece di stare in Italia a piangere e lamentarsi, hanno preso la valigetta e sono venuti in Cina a darsi da fare e a guardare la vita in modo positivo e proattivo.

 

E la fondazione di beneficienza che gli Italiani di Qingdao hanno costituito e di cui sei parte attiva?

Il fondo si chiama “Love, Hope and Faith” ed e’ costituito da un gruppo di aziende ITALIANE di Qingdao. Ci terrei a sottolineare che le aziende sono tutte italiane, rappresentate dai loro titolari o General Manager, che sostengono un progetto di solidarietà molto impegnativo e serio. L’evento principale che organizziamo è una serie di concerti in tre giorni, grazie all’impegno di alcuni cantanti lirici ed un maestro che ogni anno vengono dall’Italia apposta per il nostro appuntamento. Quest’anno sarà il quarto anno di fila che offriremo questo spettacolo al fine raccogliere fondi che saranno devoluti al 100% in progetti di solidarietà perché tutte le spese vengono coperte dalle aziende italiane.

Che cosa ti ha insegnato la Cina?

Tanta, ma taaanta, ma taaanta pazienza! Appena arrivata, anni fa, avrei preso un lanciafiamme e sterminato metà delle persone che mi stavano attorno, oggi invece per alcune cose non mi arrabbio neanche più. Inoltre è un paese che mi ha mostrato cosa significhi vivere fuori dall’Italia, cosa significa non avere i confort e le comodità di un paese “evoluto”, ma essere felici lo stesso. Crisi economica a parte, penso che in Italia, ma in Europa in generale, si sia persa la capacità di apprezzare quello che si ha, ogni volta che telefono in Italia è sempre o troppo caldo o troppo freddo, il cibo troppo caro, la sanità troppo lenta….e poi vedo i cinesi che passano le estati nella nebbia di Qingdao (a 35 gradi tipo sauna), mangiando tofu e bevendo birra dal sacchetto di plastica e sono le persone più felici del mondo, allora mi chiedo “ma a noi cosa manca per essere felici come loro?”

Visto che siamo in dirittura di arrivo, ci racconti un episodio divertente che ti è accaduto in Cina?

Un episodio su tutti è rimasto impresso nella mia memoria, forse non molto divertente, ma sicuramente particolare. Nell’ottobre del 2011, è nata mia figlia. Il giorno prima della nascita (parto cesareo) sono stata ricoverata in clinica per tutte le analisi e le procedure del caso. Tra mille documenti e prelievi ad un certo punto arriva un’infermiera con l’ennesimo fogliettino scritto in cinese. Con il mio ristretto vocabolario mandarino sono riuscita a capire che si trattava di un menù e pensando di ordinare il pranzo per il giorno dopo chiedevo delucidazioni, ma la diligente signorina mi rispondeva solo: fritto, lesso, saltato…e io insistentemente a chiedere: ma cosa c’e’ in menù? E lei: fritto, lesso, saltato… Dopo circa 10 minuti e con l’aiuto di google translator ho capito che volevano sapere come cucinare….la placenta!!! Allibita non sapevo se mi stessero prendendo in giro o meno, dopo un paio di minuti, rinsavita, ho decisamente rifiutato il manicaretto ed e’ scoppiato il caso del giorno. Sono arrivati in processione in camera mia nell’ordine: la caposala, la capocuoca, il medico, la primaria e il direttore della clinica! Tutti a cercare di convincermi a mangiare la placenta perché ricca di proteine, e io insistentemente a rifiutare. In Cina ho mangiato di tutto, serpenti, scarafaggi, stelle di mare, scorpioni….ma al cannibalismo non c’ero ancora arrivata! I medici a dirmi che tutti gli animali la mangiano e io a spiegare che ciò che ci distingue dalle scimmie non e’ solo il pollice opponente. Insomma alla fine non l’ho mangiata ma per punizione mi hanno dato solo zuppa di riso giallo per cinque giorni! Il giorno dopo, alla fine del parto, un’infermiera ha gentilmente consegnato al mio compagno una borsa di plastica e lui prendendola ha detto: Grazie! Cos’è? E lei: La placenta! E il mio povero compagno, che ha resistito tutto il tempo al parto senza cedimenti, è rovinosamente caduto a terra semisvenuto!

Quando pensi di tornare in Italia?

Al momento stiamo bene qui, ci siamo dati come data indicativa di rientro il 2016, ma in tre anni ne cambiano di cose!

Se vuoi aiutare la Fondazione “Love, Hope and Faith”, creata da Chiara e da altri italiani di Qingdao, guarda questo video e clicca qui

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