Lunga marcia verso Suzhou: perché la laurea o il master non sono indispensabili per lavorare in Cina

Per emigrare in Cina, è indispensabile la laurea o il master? No. Quello che serve è saper fare un mestiere e avere un forte spirito di adattamento.

Massimo Giovannelli è nato a Legnano nel 1960 e si è stabilito in Cina nel 2005, vivendo perlopiù in città secondarie.

Niente laurea, questo è forse uno dei suoi più grandi rimpianti, mi confessa, ma lavorando, consegue due diplomi alle scuole serali: da perito elettronico e da perito chimico.

Oggi è’ il General Manager di un gruppo veneto leader nella produzione di motori e servomotori elettrici. Vive a Suzhou, nella Provincia del Jiangsu, quattro milioni di abitanti, mezz’ora di treno veloce da Shanghai (o tre ore di macchina se c’è traffico), seta, parchi industriali e giardini classici.

Siamo ancora una volta sulle sponde del Fiume Yangtze (il Fiume Azzurro che azzurro non è) e del torbido – ma tanto decantato! – Lago Tai.

Con un accostamento piuttosto discutibile, Suzhou è stata soprannominata la “Venezia dell’Est” per i suoi canali; è una delle città più ricche della Cina ed è una delle principali mete turistiche per visitatori locali e stranieri. I suoi giardini tradizionali, concepiti come luoghi di meditazione e come un universo in miniatura, nell’antichità erano oltre duecento, oggi sono solo più un’ottantina e un paio sono diventati Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

 

Massimo, tu sei arrivato in Cina a 45 anni, lasciando moglie e due figli a Milano. Una decisione difficile, immagino.

Sì, la decisione di stabilirsi in Cina è stata dolorosa, ma necessaria. Se fossi rimasto in Italia, probabilmente oggi sarei uno dei tanti disoccupati o precari. Non avrei potuto offrire ai miei figli l’opportunità di studiare serenamente, di poter condividere con persone al di fuori dell’Italia esperienze e percorsi di vita.

Ho provato a reinserirmi in Italia, per ben due volte, ma i risultati sono stati a dir poco devastanti.

Quello che in Italia non funziona più, almeno per me, è che la tua esperienza non è riconosciuta. Lavorare è ormai un privilegio, non un diritto. Manca la meritocrazia.

In Cina, invece, sei messo alla prova tutti i giorni, ti devi guadagnare il rispetto e dimostrare la tua professionalità, anche assumendoti i rischi del caso. Ma le cose si muovono e, se vali, hai molte più possibilità di crescere.

In questi anni di Cina, hai quasi sempre vissuto in città secondarie: due anni emmezzo a Jinjiang, tre anni facendo il pendolare tra Zhongshan e Shenzhen, e da metà 2011, a Suzhou. Ci racconti della tua vita in queste città?

La prima tappa della mia permanenza in Cina è stata nel 2005, a Jinjiang, cittadina con un milione di abitanti [che per l’Italia, sarebbe una città di tutto rispetto, mentre per la Cina sono dimensioni da paesotto N.d.R.], a una sessantina di kilometri da Xiamen, nella provincia del Fujian.

A Jinjiang ero il responsabile operativo per un’azienda italiana che produceva macchinari per calzature. Mi ero trasferito con un contratto a termine. L’impatto con Jinjiang non è stato facile, c’erano pochissimi stranieri, il clima era caldo e umido, ma almeno ero vicino al mare e alle spiagge di Xiamen.

Verso la metà del 2007, dopo due anni emmezzo a Jinjiang, sono rientrato a Milano. Il mio contratto era terminato, mi hanno detto che avevo fatto un buon lavoro e che quindi potevano proseguire da soli. In Italia ho resistito un anno, poi sono ripartito per la Cina, ancora più a Sud, alla volta di Zhongshan, nella Provincia del Guangdong.

A Zhongshan lavoravo ancora una volta per un’azienda italiana, ma le cose non sono andate bene e, in meno di un anno, ero di nuovo alla ricerca di un lavoro, determinato a restare in Cina. Sono stato assunto da un’azienda cinese con stipendio cinese – quando mi pagavano – nella cintura di Shenzhen.

Partivo da Zhongshan il lunedì mattina alle 5:30, andavo a lavorare a Shenzhen, dormivo fino al venerdì in alberghi da 80 yuan a notte e mangiavo spiedini arrostiti per strada. Successivamente ho trovato un’azienda inglese basata a Shenzhen che mi ha dato fiducia e anche uno stipendio migliore. Ho continuato a fare il pendolare tra Shenzhen e Zhongshan fino a metà del 2011, quando ho incontrato la mia attuale azienda che cercava un manager per aprire la filiale a Suzhou.

Di tutte le città di frontiera in cui ho finora vissuto, Zhongshan è stata quella più a misura d’uomo: non è ancora completamente contaminata dalla globalizzazione e dalla brama di fare denaro, la gente vive in modo semplice, non ti guarda con sospetto, ma con curiosità. Zhongshan è molto verde e, anche in centro città, ci sono parchi dove puoi ascoltare il canto di uccelli tropicali e, nelle sere umide, si sentono spesso le rane toro (io le avevo scambiate davvero per mucche!).

 

Com’è la tua vita a Suzhou?

Quale vita? Sveglia verso le 7:15 e poi via nel traffico, a rubare precedenze, con continue svolte a destra e azzardati contromano. Guido io.

In ufficio, devo stare molto attento a come parlo con lo staff perché, se sono ironico, vengo preso sul serio e viceversa.

La sera, finisco tardi di lavorare, la strada è molto trafficata e preferisco starmene nel mio bel complesso residenziale, sulle sponde del Lago Dushu.

Un paio di sere alla settimana, vado al Blue Marlin, un locale per lo più frequentato da stranieri, dove si ascolta musica dal vivo, e si incontra qualche italiano. La domenica mi piace passeggiare per i giardini, la vera “chicca” di Suzhou e mi diverto a osservare la gente.

A parte qualche eccezione, trovo i cinesi di Suzhou molto meno aperti verso noi stranieri rispetto ai cinesi che ho incontrato nel Sud.

Forse dipende anche dal clima: a Zhongshan si respirava aria di mare, l’inverno durava tre settimane e non pioveva quasi mai. Suzhou, invece, è decisamente grigia. Verso novembre il sole sparisce dietro una cortina d’inquinamento, umidità e pioggerelline e riappare timidamente verso metà – fine marzo.

Suzhou ha un’altissima concentrazione di aziende straniere e molte sono italiane. Socializzate tra voi?

Quella di Suzhou è una delle più grandi comunità italiane d’affari di tutta l’Asia e mi sembra anche abbastanza coesa. Ci sono molte aziende venete, inclusa la mia.

Ogni tanto ci s’incrocia a passeggiare oppure in qualche ristorante italiano come il “Mamma mia” e “Da Mario”.

La consistente presenza italiana e la vicinanza a Shanghai fa sì che nei negozi si trovi un po’ di tutto: pasta, olio, vino, formaggi, salumi… a dei prezzi ragionevoli. Andare a fare la spesa da Auchan, però, può essere molto faticoso: la ressa e la rissa sono quasi quotidiane, lunghissime file alle casse, non sempre rispettate dai cinesi.

Vivendo per anni nella “Cina di Frontiera”, hai preso qualche abitudine tipicamente cinese?

Parecchie. Forse anche troppe. Non mi stupisco più se qualcuno fuma in ascensore o cammina all’indietro nei parchi o se una collega ultratrentenne si porta in ufficio la sua pietanziera rosa confetto con stampato Hello Kitty.

Negli ascensori, pigio compulsivamente il tasto per chiudere le porte come se accelerasse la corsa in verticale.

Non mi stupisco più se, a tavola, qualcuno sputa semi di girasole sul pavimento del ristorante o se il cameriere ripete accuratamente l’ordine per poi portare piatti completamente diversi da quelli che ho ordinato.

Non mi stupisco più se, per cambiare una lampadina, arrivano due operai con una scala e un terzo operaio, come compito, guarda la scena.

Tutto questo, in realtà, accade anche in città come Pechino o Shanghai.

Un bilancio sulla tua esperienza cinese: che cosa hai imparato?

La Cina mi ha insegnato a vivere in modo più semplice, con meno pretese, a trovare sempre un modo per essere contento. Questo è il più grande insegnamento e spero di trasferirlo ai miei figli.

Ho imparato che, anche nei momenti difficili, a 10,000 Km da casa, si può trovare un compagno di viaggio disposto ad ascoltarti.

Ho visto come l’appartenere a uno Stato efficiente e il sentirsi “nazione” faccia progredire un popolo molto più rapidamente.

La Cina è uno dei posti più sicuri per vivere [almeno per quanto riguarda la criminalità, per la salute invece, c’è di meglio N.r.R.]. Nel complesso si vive bene.

Sono contento delle scelte che ho fatto, anche se non sempre è stato facile. Se tornassi indietro, ritornerei a lavorare in Cina.

In Italia ci torno sempre volentieri, perché ho i miei figli, ma non riesco più ad adattarmi. Mi manca la quotidianità cinese, quell’insieme di cose che dovrebbero essere “normali” , ma che in Italia si sono perse: come il semplice fatto di andare al lavoro e trovare colleghi che ti sorridono, vedere persone che vivono con pochi euro al giorno e che si sanno accontentare,  andare a prendere un treno sapendo che arriverà in orario, trovarlo pulito, poter uscire la sera senza correre il rischio di essere aggrediti, chiamare il tecnico della Telecom, a qualsiasi ora del giorno, inclusi festivi, e avere risolto il problema nell’arco di un’ora d quando l’hai chiamato.

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