Qingdao: cosa vedere nella città più tedesca della Cina

Sono a bordo di un aereo della Shandong Airlines, unica straniera diretta da Shanghai a Qingdao. Ho chiesto di avere un posto vicino al finestrino, ma al check in l’hostess mi ha lanciato un’occhiata smarrita quando ho detto “w-i-n-d-o-w   s-e-a-t-” e ogni spiegazione è stata vana.

Così mi ritrovo seduta tra due corpulenti e assonnati signori cinesi.

Sgranocchio senza grandi entusiasmi delle “apple chips” della Cofco che ci hanno servito a bordo, e guardo un video muto che spiega come sgranchirsi gambe, braccia e collo in aereo. Molto utile, visto che il passeggero davanti mi ha immobilizzata abbassando il sedile. Per distrarmi, leggo la pubblicità sul suo poggiatesta: LONGEVITY FLOWER. Questa storia della longevità è un’ossessione per i Cinesi.

Bevo l’ultimo sorso del mio tè al gelsomino, che ha un forte sapore di bicchiere di carta.

Ci stiamo preparando alla discesa.

Qingdao mi accoglie con un inaspettato sole e un bel cielo blu da città di mare. Sulla strada verso l’hotel, vedo il gigantesco ponte sulla Baia di Jiazhou.

Che bello essere qui, dopo aver immaginato per anni come poteva essere questa città cinese che è stata concessione tedesca per quasi un secolo! La patria della birra Tsingtao. La città che ha ospitato la vela durante le Olimpiadi di Pechino. Sono arrivata in poco più di un’ora di volo da Shanghai e poco meno di un’ora di immancabile ritardo sui voli domestici.

A parte i trascorsi teutonici della città, uno dei motivi che mi hanno spinto a partire è stato il desiderio di conoscere gli Italiani che vivono qui. A Qingdao c’è una comunità di una cinquantina di Italiani che qualche anno fa ha dato vita ad una fondazione di beneficienza per bambini e anziani bisognosi.

Sono per lo più italiani che lavorano nei parchi industriali, appena fuori Qingdao: manager, tecnici, titolari di aziende, bancari (perché Intesa SanPaolo detiene il 20% della Bank of Qingdao), studenti e un ex sindacalista della Fiom che ora ha aperto un ristorante.

Anche se siamo in una città di sette milioni di abitanti (come Hong Kong) e che è il quarto porto della Cina, lo straniero qui è ancora una rarità. Ti fermano per strada per farsi fotografare con te, quasi fossi Angelina Jolie, in compenso, i tassisti evitano di caricare stranieri perché hanno paura di non capirli e di perdere tempo.

Per due giorni ho fatto la turista.

Badaguan (“gli otto passi”) è il nome del  quartiere – secondo me – più bello di Qingdao. Piccole vie alberate ed eleganti su cui si affacciano ville di inizio Novecento, un tempo appartenute alle elite cinesi o straniere. Da non perdere la Casa del Governatore Tedesco, tutta in Jungendstil  e “Huashi Lou”, altro palazzotto che era abitato da un magnate russo dell’editoria: si narra che da qui sia fuggito Chiang Kaishek quando è andato a Taiwan.

Passeggiando per Badaguan, si sente il profumo di alberi, fiori e mare (cosa rara in Cina!)

Completamente diversa, ma altrettanto piacevole, è l’atmosfera a Firewood Court (Pichai Yuan). Passeggiando una sera nella via principale, Zhongshan Road, ho scoperto per caso questo dedalo di viuzze affollatissime e piene di bancarelle che vendono spiedini di pesce.

Nell’Ottocento, durante l’occupazione tedesca, Pichai Yuan era frequentata da artisti. Nel 2007 è stata restaurata ed è ora un condensato vivacissimo di turismo locale, pescivendoli e ristorantini. E’ qui che ho assaggiato la prima stella marina della mia vita, anche perché in Italia sono protette. A Qingdao si trovano su ogni banchetto. Nonostante il suo gentile aspetto, la stella marina ha un odore e un sapore che difficilmente ti faranno venire voglia di assaggiarne un’altra.

La Chiesa di San Michele, con i due campanili e il suo bel piazzale, per un attimo, mi illude di essere tornata in Europa, ma manca quello charme delle nostre piazze: non un caffé con i tavolini per godersi la vista, non un geranio. Solo un esercito di sposi travestiti da sposi e fotografi travestiti da fotografi che, nel tripudio di abiti e pose kitsch, mi chiedono di spostarmi per continuare i loro scatti frettolosi.

Di fronte alla Chiesa c’è un enorme ristorante con i vetri polverosi per banchetti nuziali cinesi. Nel raggio di 100 metri, non intercetto nemmeno l’ombra di un posto accattivante per sedermi e guardare il panorama e la gente che passa. Proseguo il cammino nelle viuzze dietro la chiesa. Molto interessanti e altrettanto degradate.

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