Insegnare l’italiano, imparare l’italiano. A Nanchino

Chi sono i cinesi che studiano italiano all’università e perché lo fanno? Come si diventa professore di italiano in un ateneo cinese? Quali sono le differenze tra l’università cinese e italiana? A queste e ad altre domande risponde Michele Marini, 46 anni, genovese e genoano (clicca qui per vedere il coro delle sue studentesse cinesi che cantano l’inno del Genoa).

Michele, dopo aver insegnato per sedici anni latino e greco in un liceo di Sampierdarena, vince un concorso del Ministero degli esteri e nel 2008 si trasferisce a Nanchino, dove è lettore di italiano presso l’Università Normale.

Con la moglie Manuela Pittore è autore del podcast Vite in costruzione, dedicato a giovani e giovanissimi italiani che emigrati in Cina.

 

Michele, raccontaci come sei arrivato a Nanchino

Da molto tempo volevo fare un’esperienza di insegnamento all’estero. Ne avevo sentito parlare da colleghi che l’avevano intrapresa in una sorta di “epoca d’oro”, in cui le assegnazioni venivano rinnovate per lunghi periodi e gli aspiranti erano relativamente pochi, perché quasi nessuno conosceva bene queste opportunità.

Quando nel 2008 ho ricevuto l’assegnazione a Nanchino, d’accordo con Manuela ho deciso di accettare. Ma delle sei opzioni che mi erano state presentate chiedendo di stabilire un ordine preferenziale, Nanchino era la quinta e Canton la quarta. Non ho propriamente scelto la Cina; ho scelto piuttosto la possibilità di fare un’esperienza di vita e di lavoro diversa e meglio retribuita dell’insegnamento in Italia.

Che particolarità hai riscontrato nell’insegnamento in Cina rispetto all’esperienza italiana?

Insegnare agli studenti cinesi presenta problemi e opportunità assai diversi dall’insegnamento agli studenti italiani. Premetto che io sono passato dal liceo italiano all’università cinese, quindi i due campi potrebbero apparire molto diversi, ma non è del tutto vero. Nel liceo italiano avevo studenti dai 14 ai 19 anni, qui all’Università vado dai 18 ai 23, perciò i due gruppi d’età si sovrappongono.

Gli studenti cinesi sono “più giovani” della loro età, nel senso che quando arrivano all’Università hanno esperienze di vita molto più limitate rispetto ai loro coetanei occidentali. Fino al completamento della scuola superiore vivono senza grandi cambiamenti di abitudini e di ritmi di vita. Studiano molto, sono quasi sempre a scuola, sono strettamente controllati dalla famiglia e dalla scuola, alla quale la famiglia delega un controllo che arriva fino allo scoraggiare, se non formalmente proibire, i legami sentimentali tipici dell’adolescenza.

Il condizionamento sociale si riflette nel rapporto studenti-insegnanti?

Eccome, se si riflette! Ad esempio, quello che ha reso snervanti i primi mesi del mio insegnamento in Cina è che gli studenti non fanno domande spontaneamente, ma se richiesti e stimolati a domandare … ne fanno ancora meno! All’inizio attribuivo questo problema a una difficoltà di comunicazione o a un metodo d’insegnamento cui non erano abituati, poi ho indagato presso colleghi cinesi e studenti italiani di cinese e mi hanno fatto capire che il fenomeno è profondamente radicato nella cultura scolastica.

Non solo non si usa fare domande, ma è sconveniente farne perché: 1) si dimostra di non aver capito, quindi si “perde la faccia” di fronte ai compagni e all’insegnante; 2) la domanda implica che l’insegnante non abbia saputo spiegarsi, quindi si fa “perdere la faccia” anche a lui. Insomma, la “perdita della faccia”, supremo e paventatissimo disastro della vita personale e sociale dei cinesi, fa premio su qualsiasi considerazione di apprendimento e comprensione. [N.d.R.: Non è che da adulti la cosa migliori . Rimarranno refrattari alle domande. Provate a vedere a conferenze o riunioni di lavoro in cui ci sia una persona che spiega e le altre che ascoltano. Rarissima l’interazione]

A questo si aggiunge un’altra peculiarità della loro formazione scolastica, che costituisce per certi versi un punto di forza, per altri, specialmente a livello universitario, uno di debolezza. Lo studio è soprattutto mnemonico. Si sono fatte e si fanno molte interessanti riflessioni sul perché sia così, ma quel che è vero è che lo studente cinese fa sforzi di memoria mirabolanti, tesi al superamento degli esami, per poi dimenticare in un baleno il novanta per cento di quello che dimostrava di sapere “perfettamente” al momento del test.

Ovviamente questa caratteristica può essere sfruttata dall’insegnante, se il suo metodo d’insegnamento privilegia la memoria, ma può essere un pesante ostacolo se il mezzo del suo lavoro è il ragionamento e il fine, magari, la critica. Conosco molti colleghi del ginnasio che si leccherebbero le dita all’idea di avere quindici studenti in grado di imparare a memoria 500 paradigmi verbali greci in un bimestre. Personalmente, io impazzirei all’inevitabile scoperta che non saprebbero riconoscerli all’interno di una frase, ma tant’è…. Ora, è evidente che non v’è alcun bisogno di fare domande e chiedere spiegazioni laddove sia sufficiente imparare a memoria qualsiasi cosa, anche senza averla capita.

Cosa ti colpisce di più del sistema universitario cinese?

C’è una caratteristica del sistema universitario cinese che ai nostri occhi risulta quasi incomprensibile. Entrare all’Università è molto difficile, uscirne senza la laurea è impossibile, salvo il caso di morte improvvisa. L’accesso all’Università è regolato da un epico e drammatico esame d’ingresso, il “GaoKao”, che si svolge ogni anno contemporaneamente in tutte le province cinesi e che costituisce, senza esagerazioni, il punto di svolta della vita dei ragazzi e delle loro famiglie le quali, è bene ricordarlo, nella maggior parte dei casi, hanno un figlio solo e su quello puntano tutte le loro aspettative.

In questo esame si gioca prima di tutto la possibilità di entrare all’Università e in secondo luogo quella di entrare in un’Università prestigiosa, secondo una classificazione gerarchica che prevede una “Champions League” degli Atenei, una Serie A, una Serie B e anche una Serie C; il futuro dei ragazzi sembra scritto in questa “qualificazione”, per la quale le famiglie sono pronte a impegnare tutte le loro risorse (soldi, conoscenze), ma soprattutto a esercitare sui figli una pressione inimmaginabile per i nostri vezzeggiatissimi rampolli.

Una volta entrato all’Università, lo studente la attraversa senza eccessivi problemi. Gli esami non sono selettivi o particolarmente difficili, il percorso è scandito da un’organizzazione molto simile a quella di una nostra scuola: si va avanti insieme alla propria classe, c’è chi è più bravo chi meno, qualche rara volta uno ripete un esame, ma in tal caso si fa di tutto per farglielo passare; alla fine si festeggia tutti la laurea con tanto di foto ricordo che fa tanto college americano, e poi via, verso la ricerca di un lavoro che non sarà difficile trovare nell’economia più dinamica del mondo.

Che cosa si sia imparato e in quale campo, è piuttosto trascurabile: almeno la metà degli studenti non ha veramente scelto la propria Università, la propria facoltà e tantomeno il proprio corso, bensì ha preso ciò che gli era consentito dai punteggi ottenuti nell’epico GaoKao. Volevi andare all’Università TsingHua di Pechino? Mi dispiace, dovrai accontentarti dell’Università di Nanchino. Volevi fare Ingegneria? Con “B” nella prova di Fisica al massimo puoi andare a Lingue. Vuoi frequentare Francese? Il tuo punteggio nel GaoKao di Cinese ti consente al massimo di iscriverti a Italiano. Ed ecco arrivati davanti a me alcuni volonterosi ed entusiasti studenti che si apprestano a imparare lingua, cultura e società di un paese che non hanno mai avuto la minima intenzione di conoscere né tantomeno studiare.

Quindi chi studia italiano c’è arrivato per caso o c’è qualcuno che decide di studiarlo?

Sì, qualcuno che effettivamente ha “deciso” di studiare italiano esiste, perlomeno entro quel processo di progressiva limitazione delle opzioni che ho descritto prima. Per quanto possiamo sognare che ciò nasca dall’aver visto un film di Fellini, sognato i vestiti di Versace o letto la favolosa storia della Gioconda, la realtà è che il nostro pur disastrato paese è pur sempre industrializzato e le sue imprese presenti e operanti in Cina offrono prospettive lavorative in svariati campi. Non abbiamo la stessa forza industriale e presenza commerciale di Germania e Francia, per parlare dei nostri eurocompatrioti, ma possiamo ancora dare delle opportunità a giovani che conoscendo l’italiano vogliano integrare realtà aziendali stabilite qui a livello produttivo o commerciale.

Certo l’italiano, in quanto lingua “meno parlata”, secondo l’ufficiale definizione burocratica dei programmi accademici, deve essere perlopiù imparato assieme all’inglese, in corsi di laurea bilingui come quello in cui mi trovo a lavorare all’Università Normale di Nanchino, ma questo non rappresenta un problema, dato che in ogni caso uno studente arrivato all’Università deve aver già studiato inglese per molti anni a scuola, sostenendo fra l’altro anche il famoso GaoKao in questa materia.

Comunque, per dare un’idea della dimensione numerica dello studio dell’italiano, facciamo l’esempio della mia università. Nella facoltà di Lingue, impegnati su quattro anni di corso, ci sono circa 600 studenti specialisti d’Inglese, 120 di Giapponese, 100 di Russo; dietro vengono le altre lingue, ossia Tedesco, Francese, Italiano, Spagnolo, Coreano, tutte più o meno fra i 45 e i 60 studenti distribuiti nei diversi anni.

Come vedi la generazione studentesca che hai di fronte? In Cina sono considerati con attenzione perché rappresentano un periodo storico nuovo per il paese, oltre che il suo futuro. I tuoi allievi sono quei giovani denominati “ba ling hou” e “jiu ling hou”, in nati dopo l’80 o dopo il ’90.

Gli studenti che ho seguito in questi cinque anni sono nati tutti poco prima o poco dopo l’89 e i famosi fatti di piazza Tiananmen. Hanno cioè vissuto la seconda fase della cosiddetta “Apertura” della storia della Repubblica Popolare Cinese; quella dell’impetuosa crescita economica, dell’allargamento prudente ma continuo delle maglie del controllo sociale, della rigorosa esclusione di qualsiasi ipotesi di rinnovamento politico o anche solo di discussione dello stesso.

Sono cresciuti con un cellulare in mano, costantemente attaccati al PC e a un Internet strettamente controllato, molto più liberi di muoversi rispetto alla generazione precedente, ma altrettanto formati a fare meno domande possibile, e non solo in classe.

E’ interessante notare che dal periodo (un semestre o un anno) passato a studiare in Italia, molte delle mie studentesse hanno riportato la medesima impressione, tanto che sembra di poterlo vedere come un fatto generazionale: sono state colpite dalla propensione italiana a socializzare, a prendere le cose con più calma, a interessarsi degli altri.

Più di una ragazza, senza che io sollecitassi assolutamente questi temi, ha raccontato di aver “imparato” a fermarsi a chiacchierare con le persone, a considerare le attese come un’occasione per conoscere qualcuno, ad apprezzare maggiormente i tempi apparentemente “morti” della vita quotidiana. Sembra che queste giovani si siano accorte, vivendo in un altro ambiente, che la vita proposta dalla loro società rischia di essere troppo frenetica, superficiale, concentrata solo sul lavoro, i soldi, ultimamente il consumo; ma che sacrifichi i rapporti sociali, la riflessione personale, l’individualità.

Forse però sto traendo troppe riflessioni da occasionali osservazioni che non hanno un valore sistematico.

Hai qualche aneddoto divertente da raccontarci su questi tuoi impavidi studenti di italiano?

In Cina la scuola è il luogo dove ci sono meno chances di assistere a momenti divertenti. Penso che una situazione veramente buffa sia stata creata proprio da me quando ho deciso, qualche anno fa, di sfruttare le capacità di imitazione linguistica dei cinesi per insegnare alle mie studentesse di primo anno l’inno del Genoa. Una volta perfezionata l’esecuzione, ho fatto vestire metà classe di rosso e l’altra metà di blu e Manuela ha ripreso la loro performance diretta dal sottoscritto. Il video ha circolato su Facebook ottenendo un grande successo; quando tornai a Genova in estate, era la prima cosa che mi diceva chiunque incontrassi. In effetti, quindici ragazze cinesi che cantano: “Coi pantaloni rossi e la maglietta blu, è il simbolo del Genoa la nostra gioventù…” non è una cosa di tutti i giorni.

Quando tu e Manuela mi avete invitata a pranzo da voi a Nanchino, abbiamo fatto alcune considerazioni di come la lingua italiana che parliamo noi emigrati di Cina, sia ormai un fritto misto: su un italiano sintatticamente ed ortograficamente ormai traballante, si innestano parole inglesi e anche cinesi, diventate ormai un vero e proprio gergo. Da Prof. di Italiano, cosa ne pensi?

Purtroppo l’italiano è molto maltrattato in patria, nelle conversazioni di tutti i giorni, alla TV, sui giornali, in rete: soprattutto in rete. L’italiano parlato dai residenti all’estero non è peggiore né migliore di quello parlato in Italia. C’è però un buffo fenomeno per cui l’italiano abituato a parlare inglese spesso, nell’ambiente di lavoro o nei rapporti sociali intrattenuti con altri stranieri, non riesce più a fare a meno di usare parole inglesi anche nella banale e rilassata conversazione che ha con altri italiani nel tempo libero. E non sto parlando di concetti peculiari, come social network o rock’n’roll.

Piuttosto di conversazioni come questa: “Sai cosa m’ha detto il mio driver? Che in quel ristorante dove volevamo andare è meglio non prendere il seafood, perché non è fresco. Peccato, perché avevo voglia di qualcosa di spicy. Ma dimmi tu, l’hai trovata l’ayi per i bambini? Ah, meno male, sennò non avete mai un po’ di tempo libero. Se non ci si svaga un po’, stare sempre qui a Nanchino da expat diventa veramente un’issue. Cosa dici, chiediamo la fapiao?”

Ovviamente, stando qui, anche alcune espressioni cinesi entrano nel parlato. In alcuni casi può essere giustificato, come per ayi, che indica un’insieme di funzioni svolte da una donna e che da noi sarebbero divise fra babysitter (o bambinaia?), colf, donna delle pulizie, eccetera. Dire fapiao al posto di ricevuta o scontrino, invece, fa francamente sorridere. Però si fa.

In tutta franchezza: cosa pensi di Nanchino?

Sono spesso in disaccordo con Manuela perché preferisco Nanchino a Sciangai [N.d.R.: avete letto bene. Sciangai: c’è uno sparuto gruppo di linguisti puristi che preferisce questa dicitura alla forma più usata: Shanghai]. La mia predilezione per Nanchino è in realtà più un rifiuto di Sciangai, metropoli che è uno spaventoso e angosciante simbolo dell’eccessiva velocità di cambiamento della Cina, piuttosto che di un’autentica predilezione per Nanchino. Nanchino ha tutto per non piacere agli stranieri, perché è scarsamente internazionale e al tempo stesso non è pittorescamente cinese.

Non ha il richiamo vitaiolo di Pechino e Sciangai, né l’aspetto più avventuroso, che so, dello Yunnan o del Sichuan. Tuttavia, se si riesce a sopravvivere al suo lungo freddo inverno e alla sua lunga appiccicosa estate, Nanchino offre eccellenti spazi verdi, alcune vestigia storiche e dei momenti umanamente interessanti. Ogni 13 dicembre, quando le sirene suonano a ripetizione in tutta la città per ricordare lo spaventoso massacro del 1937, non posso fare a meno di fermarmi a pensare che la Storia qui ha un peso, e per quanti sforzi di indifferenza facciamo, non possiamo resisterle sempre.

Nell’intervista con Manuela, abbiamo parlato del podcast Vite in costruzione, che avete iniziato a produrre. Vuoi ricordarci di cosa si tratta?

Il podcast vuole far conoscere agli italiani e italofoni la realtà concreta di molti giovani che in Cina stanno cercando di costruirsi una strada umana e professionale in un panorama economico e sociale che non permette più, come per le generazioni precedenti, di crescere “vicino a casa”.

E non è la solita storia del “mammismo” italiano o dei famigerati “bamboccioni”, bensì proprio il riconoscimento di una situazione profondamente mutata, in cui un ragazzo italiano o europeo che studia o si avvicina al mondo del lavoro non può e non deve più escludere nessuna soluzione di vita, nessun orizzonte geografico o sociale. Abbiamo poi intenzione di presentare nel podcast anche personaggi che vivono la condizione opposta, ossia ragazzi cinesi che parlano italiano e che sperano o desiderano farne non solo il loro strumento di lavoro ma anche un mezzo per arricchire la propria identità.

Veramente interessante! Come facciamo a seguirlo?

Il podcast si può seguire abbonandovisi gratuitamente al suo feed [N.d.R. ma non avevamo detto di non scivolare sulla buccia di banana degli anglismi?] sul negozio ITunes. È facile, veloce e gratuito! Basta andare sulla sezione podcast di ITunes e ricercare “Vite in costruzione”. Sulla pagina dedicata basta scegliere “Abbonati” e si scaricheranno automaticamente sul proprio lettore ITunes i nuovi episodi.

Ma se volete ascoltare subito, scaricando direttamente un episodio, copiate questo collegamento: http://viteincostruzione.libsyn.com/webpage e incollatelo nello spazio dell’indirizzo. Aprirete così la pagina web del podcast e potrete immediatamente scegliere e scaricare gli episodi, dopo aver letto la breve presentazione.

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