Un cuore diviso tra Xiamen e l’Africa nera

Luca Pellizzari, classe 1961, torinese, una vita trascorsa in Africa prima di approdare in Cina. E l’Africa resta in primo piano, anche quando cerco di farmi raccontare di Xiamen.

In Cina è approdato nove anni fa, per lavoro e per raggiungere la sorella che già viveva qui. Ha poi deciso di “fermarsi” dopo l’incontro fatale con Mary, con cui è convolato a nozze, diventando “patrigno”, nel senso buono del termine, di due teenager cinesi, le figlie di Mary.

A Xiamen, dirige un’azienda che lui e la moglie hanno fondato: fanno docce, nel senso che le producono.
Ha anche una società di trading che vende – a clienti principalmente cinesi – utensili diamantati e lame in acciaio per i telai taglia-blocchi per marmo: settore decisamente di nicchia, ma a Xiamen l’industria della pietra è molto sviluppata.

Xiamen, nota anche come Amoy, si trova nel Fujian. Finalmente ci allontaniamo dalle sponde del Fiume Azzurro, che azzurro non è. Siamo a circa due ore di aereo da Shanghai, sullo stretto di Taiwan.

Xiamen è oggi una città di quasi quattro milioni di abitanti che deve il suo slancio economico grazie alle politiche avviate negli Anni Ottanta per attrarre investimenti esteri, soprattutto da Hong Kong e dalla vicina Taiwan. Importante porto già dal 1500, quando i primi commercianti portoghesi venivano ad acquistare il te, dopo la fine delle guerre dell’Oppio, fu aperta agli stranieri, che si stabilirono sull’Isolotto di Gulangyu, concessione internazionale di Xiamen e oggi nota anche come l’Isola dei Pianoforti, anche se io non ho sentito nemmeno una nota.

Luca, tu hai trascorso gran parte della tua vita in Africa. La svolta cinese come è avvenuta?

Sono nato a Torino quasi per sbaglio, nonostante la mia sia un’antica famiglia piemontese: mio padre era agronomo e ha passato la vita lavorando a vari progetti in diversi Paesi africani. Sono stato concepito in Egitto, ma mia madre rientrò poi  in Italia per la mia nascita: negli anni Sessanta non si fidava molto degli ospedali del terzo mondo…

Quando avevo quattro anni, ci siamo trasferiti in Madagascar, poi in Burkina Faso, all’epoca ancora Alto Volta, dove mi sono trovato di nuovo anni dopo, proprio mentre era scoppiata la rivoluzione (una delle quattro o cinque che mi sono sorbito nella vita). La mia vita si è svolta in gran parte in Africa: Burkina a più riprese, ancora Madagascar, Mali, Comores…

L’unica missione fuori dal continente Nero che mio padre svolse fu di un anno a Sri Lanka, ma coincise col mio periodo di naja, per cui purtroppo me lo son perso.

Erano anni in cui essere un espatriato era molto diverso da oggi: non c’era internet, ne’ la TV (all’inizio almeno), l’unico contatto con l’Italia era grazie alla radio, ma la RAI non trasmetteva ventiquattro ore su ventiquattro. Si riusciva solo a sentire un giornale radio la sera e “Tutto il calcio minuto per minuto” la domenica pomeriggio.

I rapporti con l’Italia erano mantenuti con qualche telefonata e tante lettere.

Si mangiava quello che il Paese che ti ospitava poteva offrire e qualcosa te lo facevi spedire saltuariamente da casa, anche perché si viveva in savana, sul luogo di lavoro di mio padre, e si andava una volta la settimana (quando andava bene) a fare la spesa nella capitale e ci si permetteva il lusso di comprare spaghetti e pochi altri prodotti italiani.

Una vita quindi non facile, fatta anche di molte rinunce e sacrifici, ma avventurosa, piena di esperienze e molto formativa.

Io avrei voluto fare lo stesso lavoro e seguire le orme di mio padre, ma come spesso capita, le cose sono andate in modo diverso e ho fatto tutt’altro, sempre, però, girando.

A quel tempo dovevi davvero essere tagliato per fare una vita del genere, dovevi per forza di cose avere grande spirito di adattamento, molta apertura mentale e una voglia matta di nuove esperienze, avventure, curiosità di conoscere altri popoli, altre culture.

Penso invece a certi espatriati di oggi, che vivono senza avere alcun contatto con la realtà e la gente del posto dove si trovano e potrebbero essere a Shanghai come a Buenos Aires o Bangalore e nulla cambierebbe, tutto sarebbe identico, a prescindere dalla città: complessi residenziale per expat o per ricchi cinesi, scuole internazionali per i figli, frequentazioni multi etniche, ma sempre tra “western”, non con i locali, coi quali il contatto si riduce ad un “xiexie” [grazie, N.d.R.] alla cassiera del supermercato o due parole con l’ayi [la donna delle piulizie, N.d.R]: nemmeno ci si rende conto di dove si vive, in questo modo.

Io sono arrivato in Cina nove anni fa, dietro consiglio di mia sorella che era in questo Paese già da sette anni, dopo essere stata negli Stati Uniti, in Austria e in Pakistan.

L’impatto con Shanghai fu forte: dalle savane, i cieli africani e la vita a contatto con una natura dura e selvaggia, ma comunque affascinante, trovarmi in un alveare di vetro e cemento, con un inquinamento spaventoso e un cielo che mai sono riuscito a vedere blu, fu duro. Ma la cosa che più mi colpì fu la gente.

Mi aspettavo la Cina come il Paese di Confucio, culla di una civiltà millenaria, i cinesi me li ero immaginati come saggi custodi di una cultura e filosofia dalle radici profonde e che permeava la vita di tutti i giorni.

La realtà che mi trovai davanti fu tutt’altra: della cultura millenaria non c’era traccia, la filosofia orientale di cui vagheggiavo completamente assente e si riduceva tutto ad una cosa sola: il Dio denaro! Mille volte peggio che nella occidentale società dei consumi.

La tua prima tappa, quindi è stata Shanghai. A Xiamen, invece, come ci sei arrivato?

Lavorando nel settore degli utensili diamantati per la lavorazione della pietra, mi trasferii poi a Xiamen sette anni fa per seguire un progetto per l’azienda per cui lavoravo. Giravo per le montagne della Cina a tagliare pietre nelle cave, andando in posti dove mai avevano visto un “laowai” [straniero, N.d.R.]: bello, mi sembrava di essere tornato ai tempi africani, per certi versi.

Incontrai poi Mary, nativa dello Zhejiang ma ormai “xiammannata” da dieci e più anni e così tutti i miei progetti cambiarono: prevedevo di rimanere qui tre o quattro  anni al massimo, giusto come esperienza, visto lo scarso appeal che il Paese esercitava su di me. E invece… ne son passati già nove.

Comunque, a 48 anni, dopo una vita da scapolo vero, senza neanche essere sfiorato dall’idea di mettere su famiglia, libero di volare di fiore in fiore (!?!), ho capitolato e mi sono ritrovato con il pacchetto completo: moglie e due figlie, Angela e Anna, che ora hanno 18 e 17 anni.

Età anagrafiche, perché – come tutti i ragazzini cinesi che ho incontrato sinora e parlando con altri occidentali che sono nella mia stessa situazione e soprattutto con mia sorella che ha insegnato arte al liceo, sia a Shanghai che a Pechino –  in effetti i ragazzi cinesi maturano molto dopo e le mie figlie non fanno eccezione: dimostrano 14 e 13 anni.

In ogni caso, avendo ormai famiglia, prevedo una permanenza di alcuni anni ancora (e qui parte la musica di Bobby Solo…).

Senza alcun entusiasmo, devo dire: non fosse per moglie e figlie, me ne andrei domani.

Che cosa ti fa pensare che la Cina non sia per sempre? Non si vive bene?

In Cina non posso dire che si viva male, se hai un lavoro che ti piace.

Ma questo, in effetti, vale per qualunque posto.

Il punto però è che per me è più importante trovarmi in sintonia con le persone che incontri nella tua vita. Qui, devo dire, da questo lato, è molto dura.

I cinesi sono “caldi” come un ghiacciolo, “espansivi” come una mummia e con “l’apertura mentale” di un blocco di granito.

Qualunque cosa è sempre valutata in base a criteri molto pragmatici (leggi: in base al denaro o alla convenienza personale).

In famiglia sto lottando da cinque anni e finalmente qualcosa sta cambiando: mi ricordo i primi tempi quando con Mary si passeggiava e magari mi scappava di darle un bacio: lei mi scansava decisa perché  “Tutti ci guardano” (e magari eravamo soli in un parco!).

Come era utopico aspettarmi che lei avesse un gesto di tenerezza nei miei confronti, anche solo un abbraccio, dato senza un motivo specifico, solo per calore umano.

Adesso, grazie a Dio, le cose sono cambiate e spesso mi abbraccia, accarezza o da’ un bacio senza che lo debba chiedere!

Come Angela, che quando la domenica pomeriggio torna al liceo uscendo di casa, mi dice: “Italian way…” e mi da’ un bacio sulla guancia.

O, ancora, quando ora cominciano a fare qualcosa pensando agli altri e alle conseguenze per chi vive loro attorno di ogni piccola azione o gesto quotidiano.

In due parole: avere sensibilità.

Quindi, secondo te, quello che rende l’esperienza in Cina difficile è soprattutto la difficoltà di instaurare dei rapporti umani, o almeno “umani” nel senso in cui lo intendiamo noi italiani?

Sì, anche se le persone e i rapporti umani sono migliori fuori dai grandi centri. Me ne accorgo quando andiamo a trovare i miei suoceri che vivono in un bel posto sulle montagne dello Zhejiang.

Piccola comunità dove tutti si conoscono e dove esistono rapporti “normali”, disinteressati, di aiuto reciproco e solidarietà

Ma siamo sempre lì: tutto ammantato da una freddezza esteriore che per noi italiani e per me in particolare, abituato al calore umano e all’allegria degli africani, decisamente non mi entusiasmano e non capisco.

Lo vedo quando si arriva o si parte: non un gesto affettuoso tra genitori e figli, nonni e nipoti, non un bacio, non una carezza.

A me vengono i brividi.

Anche Mary ha notato la differenza con quello che vede quando andiamo in Italia e incontriamo amici, parenti e, soprattutto, mia madre.

E le piace, questo nostro modo di fare, le scalda il cuore, come usa dire: ma allora perché non lo fate anche voi, mi viene da pensare?!

 

E la tua vita a Xiamen com’è?

Sono abbastanza fortunato di vivere qui a Xiamen, città che mi piace molto.

Molto… forse è esagerato. Diciamo che mi piace.

Con un po’ di immaginazione, sembra una città della nostra riviera, con un bel lungomare, palme, aiuole e giardinetti, fiori e piante varie.

C’è persino un centro “storico”, ovviamente per i parametri locali: edifici degli anni Trenta, ville coloniali con parchi e giardini. A Gulangyu, isoletta davanti a Xiamen si trovavano le residenze e gli uffici delle delegazioni straniere.

Xiamen, e Gulangyu in particolare, è stata la prima enclave straniera in Cina, prima ancora di Hong Kong e Macau.

Gulangyu, merita una visita. Oltre alla parte storica, c’è un parco acquatico, una voliera con uccelli vari, enorme, sommersa dal verde e ci sono belle spiagge dove passare il sabato o la domenica giocando o prendendo il sole, cosa rara in Cina: spiaggia tutta per te, nessuno di fianco e i cinesi tutti accalcati alle tue spalle sotto gli alberi all’ombra! Se non ti giri, potresti pensare di aver fatto naufragio su un’isola deserta!

Peccato il mare, color diarrea, che certo non invoglia a farti un tuffo: in sette anni, mai fatto un bagno, e questo mi fa soffrire.

La città ha molto verde, non ci sono (o quasi…) le zaffate maleodoranti di Shanghai ed è pulita.

Come, d’altra parte, tutte le città cinesi: eserciti di netturbini che puliscono, vorrei vedere se fossero sporche!

Non rimpiango di essermi trasferito a Xiamen piuttosto che nelle città di prima fascia. La preferisco a Shanghai.

La vita qui è più a misura d’uomo: meno frenesia, meno caos, meno inquinamento e nei week end puoi stare in spiaggia o organizzare un picnic con amici nei dintorni, ci sono molte zone da visitare [come ad esempio le case degli Hakka note anche come tulou, N.d.R].

Non ti senti oppresso da tutti i grattacieli che ti circondano e non ti fanno vedere il cielo.

In compenso ti senti in gabbia quando sei a casa: qui hanno la mania di installare grate alle finestre, ai balconi, sembra di vivere in un carcere.

Dicono sia per una questione di sicurezza.

Sarà, ma in una città tranquilla come questa, dove la delinquenza non esiste, devo ancora capire a cosa servano le grate alle finestre di un appartamento al ventesimo piano. Chi mai potrebbe venire a rubare, l’Uomo Ragno?!?

Come intrattenimento, Xiamen cosa offre?

Da quando sono arrivato, sono cresciuti come funghi bar e ristoranti occidentali e di altre cucine non cinesi, trovi prodotti di importazione (cari come il fuoco, ma ci sono) in vari negozi, non solo più nei canonici Metro o Carrefour.

Hanno aperto vari centri commerciali (uno enorme, che nemmeno a Shanghai o Hong Kong ho visto qualcosa di paragonabile, e’ stato disegnato da uno studio d’architettura italiano) e poi ci sono con teatri, cinema…

La vita nel complesso è meno cara che in altre città, anche se non è più come un tempo, ormai la “cheap China” e’ acqua passata e sarà sempre peggio.

Com’è il clima a Xiamen?

Tasto dolente.

Caldo e umido. Da maggio/giugno a settembre/ottobre si schiatta.

Le temperature non sono come in Africa, ma là, a parte la stagione delle piogge, e’ secco, Qui, invece, a volte i vetri e i muri colano letteralmente umidità. Sul pavimento sembra abbiano buttato secchiate d’acqua e le figlie più di una volta hanno dovuto buttare quaderni con le pagine completamente zuppe!

Ti vedi ancora per molto a Xiamen?

Non troppo a lungo: non so quantificare, ma il mio progetto e’ di tornare dove mi e’ rimasto il cuore: in Africa. [Questo lo avevamo intuito! N.d.R.]

Sarà dura convincere la moglie che, da brava cinese, è razzista e non le piacciono gli africani, nonostante sia laureata, abbia una certa apertura mentale e abbia viaggiato. Se le chiedo perché non le piacciono gli africani, visto che non ne ha mai avuto il piacere di conoscerne uno, mi risponde che il suo non e’ razzismo, e’ solo che….sono scuri (ragionamento classico di logica cinese…).

Ma confido che, prima o poi, riuscirò a convincerla.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *