Dalla Grecia classica a downtown Nanchino: come nasce un podcast

Nanchino è spesso e ingiustamente snobbata, anche da chi, come me, vive a Shanghai e, in cinque anni, ci ha messo piede solo una volta fino al giorno di questa intervista. Eppure è una città ricca di tesori, di verde e di storia.

Dal 2010, un treno veloce la collega in un’ora a Shanghai (prima ce ne volevano tre). Otto milioni di abitanti, più volte capitale della Cina (il suo nome significa, infatti, “Capitale del Sud”), tristemente famosa per il massacro del 1937 durante l’occupazione giapponese, Nanchino non mi sembra scaldare gli animi degli stranieri che ci vivono.

Manuela Pittore si è lasciata alle spalle Genova e la Grecia antica per seguire il marito Michele. Vive a Nanchino dal 2008.

“Io e Michele abbiamo messo piede su terra cinese la prima volta in vita nostra il 4 settembre 2008. Mai stati prima, mai desiderato esserci, ma la graduatoria di un concorso pubblico (di solito) non bada ai desiderata dei candidati e così quando il Ministero degli Affari Esteri comunicò a Michele che gli era stata assegnata la cattedra di Nanchino, accettammo. Per essere precisi, consultammo l’Atlante e accettammo”.

 

Con un Dottorato in Glottologia e Filologia avresti mai immaginato di finire a Nanchino?

Mai. Quello che in famiglia è sempre stato affascinato dall’Oriente è mio fratello Max. Ancor prima che io e Michele sapessimo di dover partire per la Cina, Max studiava calligrafia e io fantasticavo su quanto meraviglioso sarebbe stato vivere a Rodi, imparare il neogreco e finire di visitare l’Europa. Quattro anni e mezzo dopo, eccomi a vivere a Nanchino e studiare incidentalmente cinese. Mio fratello? Felice e beato fa il ricercatore nell’ordinatissima Berlino.

Io e Michele abbiamo messo piede su terra cinese la prima volta in vita nostra il 4 settembre 2008. Mai stati prima, mai desiderato esserci, ma la graduatoria di un concorso pubblico (di solito) non bada ai desiderata dei candidati e così quando il Ministero degli Affari Esteri comunicò a Michele che gli era stata assegnata la cattedra di Nanchino, accettammo. Per essere precisi, consultammo l’Atlante e accettammo.

La tua prima impressione com’è stata?

Nanchino non è Rodi e la Cina non è la Grecia. Nel bene e nel male, direte voi. Quando arrivammo a Nanchino, alla sera di quell’epico 4 settembre dopo un altrettanto epico viaggio da Shanghai con il pulmino dell’Università Normale di Nanchino, mi sembrava di essere planata su un altro pianeta. Il buio serale estivo, ravvivato dalle luci ininterrotte di botteghe ristoranti, KTV, il traffico impossibile, e la massa soffocante di persone. Lo so, niente di nuovo sotto il sole del viaggiatore orientalista, ma per due ‘europeisti classicisti ’ sprovveduti, un incubo. In questa atmosfera da Blade Runner (la pioggia battente sarebbe arrivata da lì a poco), la voce flautata della giovane collega cinese di Michele mi diede uno scossone: “Benvenuti nella vostra nuova vita!” Avete presente quando nei film americani per ragazzi, i protagonisti, sull’orlo di un burrone, all’unisono urlano sconsideratamente:”Noooooo”? Quell’urlo ci fu, interiore e silenzioso, e nessuno, per fortuna, lo sentì.

E ora che sono passati più di cinque anni, cosa pensi di Nanchino?

Nanchino da allora è molto cambiata. Se ancora alla fine del 2008 quando, per strada, si incrociava un altro straniero, era inevitabile scambiare un cenno di intesa, un sorriso, come a dire ‘Amico, anche tu qua? Buona fortuna!’, oggi come oggi è già un risultato se lo straniero, o addirittura il compatriota che abita nel tuo stesso palazzo, alzi lo sguardo dal suo cellulare e borbotti un saluto a denti stretti. Questo per dire che a Nanchino gli stranieri cominciano a essere molti e gli stessi cinesi, a meno che non siano appena arrivati dalle campagne in cerca di lavoro, non considerano più il ‘laowai’ come una bestia rara.

La presenza italiana a Nanchino non è imponente come quella tedesca, ad esempio, ma ha il suo peso. Accanto allo zoccolo duro dei lavoratori per le grandi aziende, gli ‘espatriati di lusso’ per così dire, c’è poi tutta un’interessantissima comunità sottotraccia fatta di studenti e giovani lavoratori per società ‘minori’. Noi, non essendo più molto giovani (purtroppo), né propriamente di lusso, ci troviamo a frequentare con grande curiosità questi due mondi, talvolta così lontani tra loro che ti domandi se davvero nascere e crescere nello stesso paese sia sufficiente a darti un’identità comune: ma questa è un’altra storia!

Nanchino ben rappresenta la Cina in evoluzione; le ultime notizie la danno persino sulla via di un’imminente promozione da città di seconda fascia a città di prima fascia. I numeri non le mancano: otto milioni di abitanti, due linee (tre entro l’anno) di metropolitana, un’inarrestabile espansione urbana che tramuta la campagna circostante in un succedersi di quartieri residenziali e parchi industriali. L’anno prossimo ospiterà un evento internazionale, i Giochi Olimpici Giovanili, tale da dare un’ulteriore potente accelerazione alla sua economia e, probabilmente, al suo inquinamento.

Del resto è pur sempre il capoluogo di una delle province più industrializzate della Cina (Jiangsu) e può vantare un passato da capitale, sia in epoca imperiale sia nel periodo della repubblica di cui rimangono pregevoli vestigia che raccomando caldamente di visitare. Per chi poi è in cerca di natura, Nanchino offre aree molto piacevoli come i laghi, la montagna, i parchi, il grande fiume per così dire Azzurro e i canali interni. Se le dovessi assegnare un colore, sarebbe il verde. Un verde che certo deve combattere una dura battaglia contro il grigio dell’edilizia selvaggia tipica del territorio ma che, nelle giornate luminose dell’autunno e della primavera, riconcilia l’animo dell’espatriato nostalgico.

Com’è la tua vita a Nanchino?

Vivere a Nanchino può non essere l’esperienza più eccitante che uno possa fare, ma sicuramente costituisce un buon osservatorio sulla società cinese. Un aspetto che mi ha sempre molto colpito è come il vecchio e il nuovo, il ricco e il disperatamente povero, si alternino senza soluzione di continuità. Alcune aree, dove l’edilizia procede secondo schemi globalizzanti (centri commerciali a profusione), ospitano una parte della popolazione fluttuante e in transito che sembra essere lì per caso, apparentemente incompatibile con l’idea di modernità e benessere, o addirittura di lusso che questi luoghi di ritrovo vogliono comunicare.

Un’esperienza che ho fatto solo a Nanchino è andare alla mattina molto presto al Parco Mochou Hu (niente eroismi, è sotto casa!) per registrare i suoni e le voci dell’esercito di anziani che popolano tipicamente i parchi cinesi. Adoro questa loro socialità antica, e ogni volta che sento dire “i cinesi sono un popolo triste”, penso a questi tenacissimi vecchietti intenti a cantare, ballare, fare esercizi ginnici più o meno spericolati, suonare strumenti tradizionali, vergare caratteri con l’acqua. Non c’è alcuna tristezza in loro, ma al contrario la gioia di chi si dedica con soddisfazione ad un’attività gratuita, per il solo piacere di farlo.

Hai imparato il cinese?

Lo studio del cinese, come dice l’adagio, è ‘croce e delizia del mio cuore’, ma più spesso croce! Delizia perché la linguista che ancora vive in me ovviamente va a nozze con le questioni teoriche della lingua cinese e del suo sistema di scrittura. Impararlo è tutta un’altra questione!

Tu e Michele avete deciso di raccontare nel vostro podcast “Vite in Costruzione” le storie di giovani che si sono trasferiti in Cina. Com’è nata questa idea?

Un’esperienza forte di vita all’estero scatena inevitabilmente tutta una serie di nuove riflessioni che spesso si ha voglia di condividere; da lì nascono i molti e apprezzati blog sulla Cina e non solo. Noi abbiamo preferito però un altro mezzo, quello del podcast, prima di tutto perché siamo degli amanti della trasmissione radiofonica e ci piaceva l’idea di riprodurne l’effetto; secondariamente perché ci sembrava più interessante che le nostre riflessioni fossero solo uno spunto per dare voce alle opinioni e alle esperienze di altri molto diversi da noi.

Vite in costruzione” è una serie di interviste fatte a giovani giunti in Cina con aspirazioni e motivazioni le più varie: chi ha sempre amato l’Oriente, chi ci si è trovato per caso, chi ha cercato di integrarsi in Cina e chi ha rischiato di “disintegrarsi”. Ci interessava far parlare i giovani perché, diversamente da noi, sono arrivati qui proprio all’inizio della loro vita adulta, tutta da costruire e da delineare. Poi, nel fare le interviste, ci siamo resi conto che anche noi, pur con qualche anno in più sulle spalle, stiamo “costruendo” una parte della nostra vita sulla base di conoscenze, sensazioni e riflessioni nuove che ci vengono dall’esperienza cinese.

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