Se Galileo passa a Chongqing

Mattia Bellomi, trentasette anni, nasce a Udine, vive a Motta di Livenza (Treviso), si laurea in Scienze Politiche a Pisa e nel 2007 sbarca a Chongqing, dove oggi dirige l’Istituto Italiano Galileo Galilei, una realtà legata alla Scuola Superiore Sant’Anna, che promuove la lingua, la cultura Italiana e le relazioni commerciali tra la Municipalità di Chongqing e l’Italia.

Con quest’intervista cerca di rendere un qualche onore a una megalopoli semisconosciuta, che dista almeno due ore di volo da tutto: la misteriosa Chongqing, un tempo nota come Ciunchino.

Tra Pisa e Chongqing esiste un ponte accademico di cui sei stato e sei parte attiva. Raccontaci di come Galileo Galilei ti ha portato a Chongqing.

Nel 2002, mi sono laureato in Scienze Politiche all’Università di Pisa, con una tesi sulle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti, America Latina e Italia. Questo solo per dire che, all’epoca, non immaginavo nemmeno lontanamente che sarei finito Cina.

Nel 2003, ho iniziato la mia collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna, seguendo diversi progetti di cooperazione internazionale ad esempio con il Ministero degli Esteri e il Dipartimento per le Operazioni di Peace-Keeping dell’ONU.  A un certo punto, mi hanno chiesto se volessi prendere parte al progetto Asia della Scuola Superiore Sant’Anna, allora in via di definizione: nello specifico, occorreva sviluppare le relazioni accademiche con un’importante università cinese. Questo era solo l’inizio della mia avventura a Chongqing. Inizialmente supervisionavo un numeroso gruppo di studenti italiani, che frequentavano un corso post-laurea sulla Cina Contemporanea svolto tra Pisa e l’Università di Chongqing.

Un anno dopo fui io stesso a chiedere di poter tornare in Cina al più presto e magari sviluppare, con più convinzione, la partnership con l’Università di Chongqing.

Nell’agosto del 2007 ero quindi di ritorno con il compito principale di aprire e poi dirigere l’Istituto Italiano Galileo Galilei.

A Chongqing si arriva di solito per esigenze lavorative. All’inizio, si rimane un po’ disorientati: “Chongqing… cosa?” Ti chiedi dove e come sia questa città che non hai mai sentito nominare e che poi scopri essere una megalopoli di oltre trenta milioni di abitanti, addirittura con un passato da  capitale tra il 1937 e il 1945 sotto il Kuomintang.

Chongqing ha lasciato in me, l’unica volta che l’ho vista nel 2008, un desolante senso di surrealtà. Inquinatissima, in continua costruzione e demolizione, costruita in modo selvaggio, brutta. Parlando con te, invece, ho notato una certa affezione a questa città. Tu che ormai ci vivi da sei anni, come ce la descrivi?

Chongqing sembra il set di Blade Runner senza trucco. E’ come quella parte vuota delle vecchie mappe con scritto “hic sunt leones”. Gli stessi contorni della città sono poco chiari anche per chi ci vive: è una città che continua a crescere smodatamente, tra centri commerciali e nuovi distretti residenziali.

Nel centro urbano, sembra di essere nella perfetta didascalia della Cina moderna: un concentrato – tutto sommato brutto – di palazzi di trenta piani, viadotti, ponti, gallerie, scale mobili, bettole con i tavolini di plastica sulla strada, il mercatino rionale di frutta e verdura, le lente chiatte carbonifere, le navi container sullo Yangtze e, sullo sfondo, uno skyline vagamente newyorkese.

È forse proprio grazie alla sua scarsa notorietà che Chongqing ti sorprende per il suo carattere frenetico, un mondo in continua evoluzione, una sorta d’improbabile connubio ‘in salsa di soia’ tra quartieri spagnoli e Mergellina, in un immaginario anno 2113.

Ci si affeziona a Chongqing come alla remota e avulsa Fortezza Bastiani de Il Deserto dei Tartari o quasi come si trattasse di sindrome di Stoccolma per questa città che, per qualche ragione ti cattura, in una Cina molto diversa da quella che si vede a Pechino o Shanghai.

E’ una città senza un vero centro, a parte forse Jiefangbei, il “Monumento della Liberazione”, nella zona pedonale nella penisola di Yuzhong, delimitata a nord dal Fiume Jialing e a sud dal Fiume Azzurro (lo Yangtze).

Chongqing è senza bici perché si sviluppa tra saliscendi, insenature e approdi, ricordando Hong Kong, in un qualche angolo tra Battery Park e Causeway Bay.

Colpisce il disordinato panorama della città, le sue mille facce, tra vecchi imbarchi sul fiume e treni sopraelevati, quartieri popolari e aree residenziali dai nomi suggestivi come Beverly Hills o Burlington Garden, totalmente disconnessi da questo luogo.

Da tanti dettagli ti accorgi di essere in una Cina di confine, al limite del mondo Han e nel suo punto d’incontro-scontro con le molte minoranze che hanno sempre vissuto alle periferie occidentali dell’impero.

I volti della gente rivelano già questa varietà etnica: i tratti forti dei contadini del Sichuan, arrivati con le verdure fresche di giornata dopo quattro ore di autobus, il viso tozzo della gente del nord-est o i lineamenti indocinesi, più gentili, di alcune bellezze locali.

Esci di casa e sali in mototaxi, dopo aver negoziato la corsa con il gruppetto degli autisti abusivi che sostano davanti al tuo cancello e, se le buste della spesa pesano troppo, si trova sempre un ban-ban (il facchino di turno)  disposto ad offrire le proprie spalle per qualche yuan. Serve forse qualche parola nel dialetto locale per spiegare come vogliamo i nostri spaghettini, ma ci si può avventurare con piacere e perdersi in una moltitudine di strade e viuzze piene di bancarelle che vendono solitamente dell’ottimo cibo locale anche alle ore più improbabili.

E se ti addormenti davanti ad uno sfondo di grattacieli e luci artificiali, puoi essere svegliato da un gallo fuori orario o dallo starnazzare di anatre sui terrazzi delle palazzine anni Ottanta, quando ancora si costruiva non oltre l’ottavo piano. Vivere a Chongqing è un po’ come essere di continuo scaraventati tra Gotham City e la Via Gluck.

Che cos’è l’Istituto Italiano Galileo Galilei che tu dirigi presso il Campus dell’Università di Chongqing?

Nel dicembre 2004, durante la visita in Cina dell’allora Presidente Ciampi, è stato siglato un accordo di collaborazione tra la Scuola Superiore Sant’Anna e l’Università di Chongqing, la più importante realtà accademica in città.

Tre anni dopo, tra gli altri progetti congiunti, si inaugura presso il campus principale, il Galileo Galilei che ha preceduto di alcuni mesi l’apertura a Pisa, nella primavera del 2008, dell’Istituto Confucio. Il Galileo Galilei da allora promuove e certifica la conoscenza della lingua italiana, offre supporto in loco a quanti arrivino fino a qui dall’Italia, si tratti del China Tour organizzato ogni anno a settembre per i propri alumni dalla MIB Business School o di un gruppo d’imprenditori in cerca di opportunità qui a ovest, dall’assistenza alla Summer School della Bicocca, al viaggio di industriali cinesi in Italia. Lo spettro di attività dell’Istituto si è ampliato nel tempo fino a rappresentare una presenza italiana consolidata nella Municipalità.

L’essersi localizzati qui già da alcuni anni, ci ha permesso di sviluppare ottimi rapporti con il governo locale, con le camere di commercio e con le varie associazioni imprenditoriali, che sono solitamente le prime realtà interessate a collaborare con degli interlocutori stranieri.

Il Galileo Galilei accompagna delegazioni in visita a Chongqing, provenienti dal mondo universitario o dal settore d’impresa. Questa nel tempo è diventata una delle nostre principali attività.

L’essersi mossi in un contesto così effervescente, in rapido cambiamento, dove però la comunità internazionale è ancora piccolissima, ci ha garantito subito un certo successo. La collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiana di Pechino e altre realtà istituzionali ci ha poi permesso di consolidarci maggiormente e di diventare un punto di incontro non solo per i pochi italiani residenti, ma per anche imprenditori, studenti, professionisti  e potenziali investitori che passino di qui. Quest’anno a Chongqing aprirà un Consolato Generale d’Italia.

Com’è la comunità straniera e italiana a Chongqing?

Il numero di stranieri è ancora esiguo rispetto ad altre grandi città cinesi. La comunità più numerosa dovrebbe essere quella americana – in termini di imprenditori residenti, ma sono probabilmente gli studenti provenienti dall’ex Unione Sovietica il gruppo più numeroso. La città è talmente grande che un certo numero di stranieri secondo me vive sotto traccia in altri distretti periferici, magari a insegnare inglese in qualche scuola o università.

Avvistare uno straniero non è facile durante il giorno, ma è quasi impossibile non incontrarne la sera, nei locali di Jefangbei, come l’88 Bar e il Cotton Club.

Gli italiani non penso siano più di una cinquantina, ma forse il numero è già sovrastimato. Gli Italiani lavorano per lo più per la Joint Venture della Piaggio e dell’Iveco.

Al Galileo Galilei siamo cinque italiani in tutto. Sarà forse solo questione di tempo per vedere crescere consistentemente il piccolo gruppo di italiani a Chongqing.

A volte capita di ritrovarsi per organizzare cene, pizze o gite fuori porta. In questi momenti, si fanno grandi risate delle ultime vicissitudini di frontiera in cui ci siamo rispettivamente imbattuti: in taxi, al lavoro, al supermercato o alla bettola di spaghettini. Il sedersi però sul terrazzo di fronte allo Yangtze a godersi un tiramisù fatto in casa lamentandosi, da buoni italiani, un po’ della Cina e un po’ dell’Italia è un rilassante passatempo della domenica che permette di tirare un lungo sospiro prima di buttarsi ancora nella mischia.

Ammesso che ci si diverta, a Chongqing, come te la passi nel tempo libero?

Chongqing negli ultimi cinque anni è cambiata rapidamente e con le nuove linee di metropolitana ci si muove bene tra i distretti principali, senza finire in coda a qualche svincolo o dover aspettare un taxi per mezz’ora.

La vita in strada è una delle caratteristiche di Chongqing, un vivere all’aperto che ha un suo particolare carattere mediterraneo o almeno mi ricorda il sud.  La città continua sempre a brulicare di vita. Se, a tarda notte, lo spaghettaro di fiducia non è aperto, ci saranno sempre, un ristorante di pesce e due o tre tendoni di rosticciai all’opera per un veloce spuntino. A proposito di cibo è una fortuna, credo, vivere nel Sichuan per la grandissima varietà di piatti tipici per qualità e varietà degli ingredienti usati e, soprattutto, una passione  ‘tutta italiana’ per il mangiar bene.

Invidio in un certo senso la Cina, per l’abbondanza, da buon regime, di strutture sportive e in generale per l’attenzione dedicata all’esercizio fisico, dal tai-chi sullo spiazzo sotto casa ai campi di pallacanestro e pingpong. Se lo sport è una delle possibilità per impiegare il tempo libero, l’offerta di eventi culturale è molto inferiore alle attese, ma stiamo tutti lavorando per ovviare anche a questo gap.

In compenso, sono molto vicine alcune meravigliose destinazioni turistiche, dalle scuole dei monaci buddisti tra i pendii del Sichuan Occidentale, ai deserti e le montagne dello Xinjiang e del Gansu, fino a raggiungere la mitica terra di Shangri-La nello Yunnan.

Nei supermercati si trova più o meno tutto?

Se cerchi il mascarpone, magari bisogna arrivare fino alla Metro, ma vista la crescente presenza straniera, anche Carrefour e altre catene hanno aumentato nel tempo l’offerta di prodotti importati. Per il resto, per tirare a campare senza troppa nostalgia di un buon piatto di pasta, l’arrangiarsi in cucina e l’avere già solo un forno elettrico rende tutto un po’ più facile e meno drammatico.

Cambieresti Chongqing con un’altra città cinese di prima fascia?

Se me ne andassi, chi rimarrebbe poi in questa giungla a decantarne la strana bellezza? 🙂

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