Ideogrammi e musica: lavorare in Cina in un’orchestra

Una laurea in Lingua e Letteratura Cinese alla Ca’ Foscari, un diploma al Conservatorio di Trento e un Master all’Istituto Musicale di Modena, un’esperienza in un’orchestra nel Nord del Messico, coraggio, talento, passione e, come sempre, il caso – o il destino – che ricama la nostra vita, al di là dei disegni e dell’immaginazione.

Laura Trainini, bresciana, trentotto anni, è primo flauto dell’Orchestra Filarmonica di Wuhan e, da qualche anno, ha creato MusicaProject Italy, un’agenzia per la promozione e lo scambio di talenti musicali tra l’Italia e la Cina.

“Noi stranieri possiamo dare un piccolo contributo, grazie a una più approfondita conoscenza dei diversi stili musicali: Mozart non si suona come Beethoven e Beethoven non si suona come Brahms. Per un musicista occidentale, è più naturale aver interiorizzato queste sfumature”, racconta.

Laura ha lasciato l’Italia dieci anni fa e, dal 2011, lavora a Wuhan, capitale dell’Hubei, nella Cina Centrale.

Ha un compagno cinese, anche lui musicista, e un figlio di otto mesi con i capelli biondi, gli occhi a mandorla e già la musica nel sangue.

Wuhan, dodici milioni di abitanti, importante snodo ferroviario, è una delle tante città cinesi che vanta una storia antica di cui non resta la benché minima traccia. Immensi centri commerciali, sopraelevate, luci al neon, cieli grigi, cantieri e micropolveri. Stranieri: pochi. Molti francesi: un terzo degli investimenti della Francia in Cina è proprio qui.

“La mancanza di un centro cittadino vero e proprio si trasforma nella sensazione di spaesamento interiore. Solo vivendo fuori dall’Europa, ho veramente capito l’importanza dell’arte e della tradizione, di quelle che in Europa respiri nell’aria e vedi riflesse nei palazzi, nelle chiese, nella conformazione dei centri urbani.”

“Noi italiani abbiamo dimenticato che la musica non è solo intrattenimento, ma è una necessità dello spirito. Questo è grave perché significa spezzare delle radici importanti della nostra storia.” (Riccardo Muti)

“La cultura permette di distinguere tra bene e male, di giudicare chi ci governa. La cultura salva.” (Claudio Abbado)

Laura, ti sei trasferita a Wuhan, dopo aver lavorato come musicista per alcuni anni in Messico. Com’è andata?

Dopo l’ultima specializzazione in musica, vinsi un’audizione in un’orchestra nel nord del Messico e mi trasferii a Chihuahua, dove avevo molte più opportunità che in Italia di lavorare come musicista.

In quella piccola città in mezzo al deserto, mi ritrovai a suonare con dei musicisti cinesi, perché il direttore artistico era un cinese naturalizzato americano.

Lo conobbi durante una lezione di direzione d’orchestra e lo ritrovai per puro caso tempo dopo, quando fui invitata a suonare come musicista “extra” in un’altra orchestra messicana, e lui invitato come direttore ospite.

Si ricordò di me, forse anche perché trovare in Messico una musicista italiana che parli cinese gli dev’essere sembrato quantomeno bizzarro e mi raccomandò, nel senso anglosassone del termine, a un suo amico cinese, direttore dell’orchestra di Wuhan, che stava in quei mesi cercando musicisti occidentali per rafforzare l’organico.

Detto fatto, mi misi in contatto con il Maestro Liu, prenotai il mio aereo e mi scaracollai dal Messico alla Cina per lavorare con la Wuhan Philharmonic Orchestra una settimana, e fare l’audizione per ottenere il posto. Mi mosse in quel momento la curiosità più che la necessità di lavorare. Ero primo flauto in un’orchestra in Messico. Ma avevo voglia di tornare in Cina. Wuhan non la conoscevo, e presi il tutto come un’avventura che, al massimo, mi sarebbe costata un viaggio aereo e un po’ di fatica.

Mi sono laureata in Lingua e Letteratura Cinese a Ca’ Foscari. Mi incuriosiva conoscere il mondo musicale cinese, vedere i teatri avveniristici di cui tanto si sente parlare in Europa, sperimentare in prima persona un modo di lavorare che immaginavo diverso. E anche ovviamente il desiderio di mettermi alla prova.

L’idea di tornare in Cina non da sinologa ma da musicista mi sembrava una quadratura del cerchio.

Partii quindi alla volta di Wuhan, viaggio allucinante dal Messico, e un fuso orario sulle spalle di sedici ore. Il programma da suonare quella settimana era molto difficile, il materiale dell’audizione infinito. Aggiungi poi lo stress da prestazione, la stanchezza e l’impatto con una città di “provincia”, con dodici milioni di abitanti, sei ore di prova al giorno (le orchestre europee provano tre o quattro ore…) in un ambiente assolutamente nuovo, tutti colleghi cinesi, nessuno dei quali parlava inglese, e il mio cinese parecchio arrugginito.

L’impatto è stato forte, ma stimolante: la qualità dell’orchestra, la meticolosità del lavoro svolto, il teatro meraviglioso.

Un mix esplosivo di emozioni contrastanti, un’incredibile sferzata di energia, e di orgoglio per essere stata invitata a suonare in un ottimo contesto.

Superai l’audizione, il posto era mio, stava a me accettare. Presi tempo per decidere, e chiesi di poter tornare per un periodo un po’ più lungo per capire meglio la situazione e anche testare le mie sensazioni.

Ero entusiasta per il risultato ottenuto. La Cina mi aveva sempre affascinato, ma ci ero stata altre volte durante l’università e sapevo che alcune cose mi sarebbero pesate, l’inquinamento prima di tutto.

Tornai qualche mese dopo e rimasi quattro settimane; alla fine decisi di accettare, e dal 2011, vivo a Wuhan e lavoro stabilmente per l’Orchestra Filarmonica.

Come ti sei ambientata a Wuhan?

Dal punto di vista lavorativo, nulla da eccepire. Mi sono trovata subito a mio agio, e gratificata professionalmente.

I primi mesi, è stata molto dura, sul piano personale: ero la prima e, per molto tempo, l’unica straniera assunta stabilmente dall’orchestra. Quasi nessuno parlava inglese e in città non conoscevo nessuno. Per fortuna il mio cinese, benché arrugginito, mi consentiva di scambiare qualche parola con i miei colleghi, ma all’inizio non si sono creati legami forti. Molta gentilezza e rispetto reciproco, ma il tutto condito con un po’ di diffidenza e di timidezza da parte loro.

Mi ricordo di aver passato giornate intere sui siti di expat a cercare contatti con i pochi stranieri residenti in città.

Poi le cose sono a poco a poco migliorate, e mi sono creata amicizie profonde, soprattutto con altri stranieri.

Ora che sono da poco rientrata a Wuhan dal congedo di maternità, sono rimasta piacevolmente sorpresa dall’accoglienza davvero calorosa dei miei colleghi. Credo che in parte sia anche merito del piccolo Leonardo. E’ come se diventare mamma di un bambino metà cinese mi abbia in qualche modo avvicinato alla società cinese.

Oltre alle amicizie, a un certo punto hai incontrato anche l’amore…

Sì, poi è arrivato anche l’amore, che non era in realtà molto distante. Sedeva proprio di fronte a me, in quello che per un musicista è l’ufficio, ossia la sala prove.

Ce l’avevo tutto il giorno davanti agli occhi, a segnare nell’aria il tempo della musica con le mani, a profondersi in discorsi sul rispetto della musica e sull’etica di un musicista. Poi a volte afferrava lo strumento del primo violoncello e si metteva appassionatamente a suonare con la sezione… Mi sono innamorata del direttore d’orchestra, che è anche violoncellista. Ci siamo entrambi innamorati, direi… Forse la posizione in orchestra: proprio uno dirimpetto all’altro (il primo flauto siede esattamente davanti al direttore). O ci sia odia o ci sia ama.

Lavorare in orchestra è piuttosto difficile e il rapporto tra il direttore e i singoli musicisti è spesso molto complicato, ma nel nostro caso, è prevalso l’amore e ora siamo anche genitori di un bellissimo bambino di otto mesi, Leonardo, che è biondo come me, ma con gli occhi a mandorla come il papà, e che quando sente la musica si mette a ballare e a battere le manine. Immagino siano i geni di famiglia.

Ancora una volta, la musica ha avvicinato due mondi tanto distanti. Per quanto riguarda gli aspetti culturali, che cosa ti colpisce di più in una relazione con un uomo cinese? E’ vero che non sono romantici o che non sono affettuosi, almeno nel senso in cui lo intendiamo noi occidentali?

Le differenze culturali ci sono e sono tante. Nel caso del mio compagno, però, non posso dire che sia poco romantico o affettuoso. E non è neanche un cinese tipico, un po’ per la sua professione atipica, ma anche perché ha viaggiato molto per lavoro e ha vissuto a lungo a Singapore. Lui è nato e cresciuto a Wuhan, ma ha preso passaporto singaporese. E’ uno di quei cinesi critici nei confronti della Cina.

Una cosa che mi ha colpito molto all’inizio della nostra relazione, e che continua a piacermi, è l’estrema attenzione verso aspetti a cui un uomo occidentale non sempre presta attenzione. Per i cinesi, essere una coppia è sì una questione d’amore (ovviamente nei matrimoni non combinati), ma è anche fortissimo il concetto di prendersi cura dell’altro.

Ad esempio, cucinare per me tante ricette tradizionali cinesi che avrebbero poteri “ricostituenti”, dopo la nascita di nostro figlio. A volte ecco, magari avrei preferito non doverle proprio mangiare certe cose, ma come rifiutare?!

Wuhan non è decantata per la sua bellezza. Nonostante vanti una storia antica, è oggi un importante nodo ferroviario della Cina centrale, una città industriale, caldissima d’estate e parecchio inquinata… Come la trovi, tu che ci vivi dal 2011?

Wuhan è molto estesa. Sono tre città in una: Wuchang, Hankou e Hanyang, a cavallo dello Yangze, il Fiume Azzurro.

Del passato non resta più granché. Purtroppo.

E la città nuova è in piena espansione, cambia costantemente e i centri pulsanti si spostano con il sorgere di sempre nuovi e più grandi centri commerciali.

Non è facilissimo muoversi da una parte all’altra, soprattutto perché ci sono una decina di cantieri della metropolitana aperti (stanno costruendo le linee tutte insieme), oltre a nuove strade, nuovi ponti sullo Yangze, nuovi svincoli autostradali.

Ci sono luoghi con notevole potenziale, come per esempio il Lago Hubei, immenso, il più grande lago interno alla città di tutta la Cina. E c’è un magnifico lungofiume, rifatto una decina di anni fa.

Con l’inquinamento, soprattutto d’inverno, non è sempre una buona idea uscire a fare due passi…

Negli ultimi due anni, i luoghi di ritrovo per occidentali, bar e ristoranti stranieri, sono aumentati a dismisura, cosa senz’altro positiva, in una città ancora molto cinese. Ogni tanto una bella birra o una pizza in un ristorante con menù “straniero” è un toccasana.

L’inquinamento è sicuramente una delle cose che più mi pesano della Cina, non credo che, a Wuhan, il problema sia peggiore che altrove, mi pare che purtroppo la situazione sia diffusa in tutto il Paese. Negli ultimi mesi, il governo cinese sembra stia facendo qualcosa. Quest’estate ci sono state molte giornate di cielo blu, cosa che rinfranca il cuore e i polmoni. Speriamo che il miglioramento si mantenga costante anche nei mesi invernali, che sono solitamente quelli più pesanti.

A Wuhan mancano ancora quel tipo di attività e luoghi di ritrovo in cui noi occidentali usiamo passare il tempo libero. O ce ne sono meno. Quello che più mi manca in Cina, e in generale fuori dalla cara, vecchia Europa, è la possibilità di uscire anche solo a fare due passi nel centro storico, lontano dal traffico e dalle auto, sedermi in una piazza e bere un caffè, o passeggiare per negozi e non necessariamente in shopping center giganteschi, dove c’e’ sempre un milione di persone. Ho avuto questa sensazione anche in America Latina. Noi italiani siamo troppo abituati a essere circondati dalla bellezza dell’arte, dalla storia, per essere felici in città nuove di zecca come Wuhan. Manca il senso della storia, della tradizione; la mancanza di un centro cittadino vero e proprio si trasforma nella sensazione di spaesamento interiore. Solo vivendo fuori dall’Europa, in effetti, ho veramente capito l’importanza dell’arte e della tradizione, di quelle che in Europa respiri nell’aria e vedi riflesse nei palazzi, nelle chiese, nella conformazione dei centri urbani.

Credo che sia un vero peccato, perché la Cina tutte queste cose le aveva e le ha distrutte.

Come passi il tempo libero?

Di tempo libero ce n’e’ ben poco: il lavoro mi assorbe quasi completamente e spesso, il fine settimana, quando non ho concerti, devo comunque studiare per il programma successivo.

Qual è il valore aggiunto che può avere uno straniero in una professione come la tua?

Nel mio settore, credo che il valore aggiunto degli stranieri sia una maggiore vicinanza alla tradizione della musica classica, che è nata in Occidente. Il livello dell’orchestra qui è ottimo, soprattutto gli archi: violini, viole, violoncelli e contrabbassi.

Noi stranieri possiamo dare un piccolo contributo grazie a una più approfondita conoscenza dei diversi stili musicali: Mozart non si suona come Beethoven e Beethoven non si suona come Brahms. Per un musicista occidentale è più naturale aver interiorizzato queste sfumature.

In Cina, c’è un’enorme riserva di talento, che sta negli ultimi anni esplodendo anche in Occidente. E non parlo solo di fenomeni come Lang Lang o Yujia Wang. Negli ultimi quindici anni, sono tantissimi i giovani musicisti cinesi che vanno a studiare in Europa, e sono sicura che in pochi anni saranno in grado di introiettare e a loro volta insegnare i cardini delle discipline musicali classiche occidentali.

Saranno i Paesi orientali, Cina in testa (fosse anche solo per i numeri) a conservare e tramandare la tradizione della musica colta occidentale, che da noi purtroppo sta ormai declinando.

L’interesse in Cina in questo campo è molto grande, sia a livello professionale, sia a livello amatoriale. Studiare uno strumento musicale è, in un certo senso, motivo di vanto e di sfoggio di un status sociale, in Cina oggi, come da noi forse agli inizi del secolo scorso?

I concerti sono molto seguiti e il pubblico è giovanissimo, quando in Europa l’età media si aggira intorno agli ottant’anni.

Quando sono arrivata a Wuhan, nel 2011, ero la prima e unica straniera assunta stabilmente nell’organico dell’orchestra. Successivamente, si sono aggiunti altri musicisti da Stati Uniti, Giappone, Taiwan.

Di recente hai creato una tua società in Italia per promuovere scambi bilaterali tra musicisti italiani e cinesi. Ci puoi dire due parole su MusicaProject Italy?

Credo fermamente che la musica classica avrà un numero di utenti sempre maggiore in Cina. Sto lavorando da un paio di anni a progetti di scambio culturale, con l’obiettivo di promuovere artisti europei in Cina, e far conoscere in Europa l’approccio cinese alla musica classica. E’ importante creare e consolidare ponti culturali e occasioni di scambio tra i due mondi. Credo molto in questo progetto, e ci sto lavorando con passione. Sono già molti i solisti che ho avuto l’onore di riuscire a fare invitare a Wuhan, tutti nomi eccellenti, tra cui Luca Vignali (primo oboe dell’Opera di Roma), Giampaolo Pretto (primo flauto dell’Orchestra RAI di Torino, esibitosi a Wuhan come solista e direttore), Giulio Tampalini, chitarrista di fama internazionale, Alexandra Conunova, violinista premiata all’edizione del 2015 del prestigioso concorso Tchaikovsky…

Inoltre, è già il secondo anno che una selezione di elementi della Wuhan Philharmonic Orchestra viene in Italia e si unisce all’orchestra del Tuscia Opera Festival, evento internazionale che accoglie musicisti anche da Stati Uniti, Asia e Australia.

Che cosa consiglieresti a un giovane musicista italiano che pensi di venire a lavorare in Cina?

In Cina, c’è ancora molto spazio per i musicisti europei; peccato che spesso gli occidentali, e gli italiani non fanno eccezione, non siano disposti a lasciare le comodità di casa. Capisco che non sia facilissimo mollare tutto e buttarsi in una nuova avventura, ma considerando la terribile crisi della musica classica in Europa, davvero non concepisco come tanti giovani preferiscano rimanere in Europa, senza un lavoro, piuttosto che sperimentare nuove realtà, anche se non proprio dietro l’angolo. Mi sembra semplicemente un’opportunità persa.

Anche perché da sempre i musicisti sono viaggiatori per antonomasia!

Dopo quattro anni di Cina e quasi dieci fuori dall’Italia, io mi ritengo soddisfatta delle mie esperienze da musicista girovaga; ci vuole solo apertura a quello che può succedere, voglia di lasciarsi coinvolgere e tanto ottimismo.

La Cina, pur con tutti i suoi lati negativi, mi ha dato una grande energia e carica di ottimismo. Qui ho trovato un riconoscimento delle mie capacità e anche una ricompensa ai miei sforzi che in Italia non sarebbe mai stata possibile, per tanti tristi e noti motivi.

Pensi di ritornare in Italia prima o poi?

Vorrei trovare un equilibrio, dividendomi tra l’Italia e la Cina.

Sono reduce da un anno in Italia per maternità e, dell’Italia, apprezzo la qualità della vita, la maggior sicurezza per la salute, meno inquinamento, sicurezza alimentare, un migliore equilibrio tra lavoro e tempo libero, ma resta purtroppo quella difficoltà estrema di portare avanti progetti anche buoni, la burocrazia che ammazza le iniziative nel settore pubblico e nella scuola, l’immobilismo e la mentalità del tirare a campare. E di questo attribuisco in primis la responsabilità alla mentalità imperante, ahimè diffusa anche tra i giovani.

Qui in Cina, persino in una città secondaria come Wuhan, c’è un’enorme vitalità ed energia e puoi almeno sperare di realizzare un progetto o un sogno.

Nel futuro, m’immagino quindi a cavallo tra i due mondi. Anche perché ci tengo molto che nostro figlio faccia propria la cultura cinese, che è antichissima e meritevole di essere conosciuta a fondo.

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