Bambini con “bisogni speciali”: adottare in Cina con la procedura veloce

E’ finalmente arrivato il giorno delle grandi presentazioni. Michele e Manuela sono venuti in giornata a Shanghai da Nanchino con il treno veloce per sbrigare alcune questioni burocratiche in Consolato. C’è anche Mattia.

Mi aspettano tutti e tre nella lobby del Park Place. Fuori c’è un bel sole. Mattia è seduto sul passeggino, perfettamente a suo agio. Sfoggia un paio di occhiali da sole neri. Ha poco più di due anni, un’aria furbetta e molto chic, capelli biondo svedese. Di cinese non ha nulla.

E se oggi lui è qui, con due genitori italiani di ritorno verso Genova, dopo sei anni trascorsi a Nanchino, lo deve anche al colore dei suoi capelli e a certe strane superstizioni cinesi.

Li guardo. Non potrebbero essere più felici. Sembra che si conoscano da sempre e invece sono solo pochi mesi.

Andiamo da Din Tai Fung per un pranzo a base di ravioli al vapore. Dobbiamo festeggiare!

 

 

Tra meno di un mese lasceremo la Cina, definitivamente. Ormai è sicuro, e dopo sei anni si chiude la grande esperienza. Con la Cina non è stato amore a prima vista e dopo anni di onorata convivenza ritorniamo sereni da dove siamo partiti. Ma non uguali a come eravamo quando siamo arrivati, e non solo perché vivere trasforma, viaggiare arricchisce e molte altre banalità di questo genere, ma soprattutto perché, se prima eravamo una coppia, ora abbiamo un figlio e questo figlio è un bimbo cinese.

Mattia ha due anni e mezzo, è nostro figlio da sette mesi ed è la nostra gioia più grande.

In realtà, avevamo pensato all’adozione prima ancora di partire per la Cina, con davanti quindi un grande spettro di enti e di paesi a cui presentare la nostra domanda. Per una serie di motivi, l’unica via praticabile, per noi ormai residenti in Cina, è stata quella di fare domanda d’adozione per la Cina.

Karen, l’assistente sociale e psicologa che ci ha seguiti, ci aveva avvertiti: sarà una bambina. Non si trattava di inaspettate capacità divinatorie, ma di semplice statistica: con la legge del figlio unico, le famiglie povere tendono a sbarazzarsi delle femmine. La crudezza del dato era confermata anche dalla letteratura in merito. Le opere di Xin Ran in primis, il cui “Le figlie perdute della Cina” è uno straziante resoconto di storie di madri costrette ad abbandonare le proprie bambine, ci avevano aperto una finestra su questa tragica tendenza che la Nuova Cina, la Grande Cina, per lo più occultava all’opinione pubblica. E così allora doveva essere: nostro figlio sarebbe stata una figlia, una di quelle bimbette con i codini e il faccino tondo.

Ci incontriamo per i colloqui all’inizio di gennaio 2012, tempo di attesa ventilato: un anno e mezzo, due anni. Fino a poco tempo prima, l’attesa era di sei mesi circa, ma ultimamente le famiglie cinesi si sono aperte all’adozione e questo ha rallentato le pratiche per gli stranieri. Seguiamo tutti i passi della burocrazia cinese, di tanto in tanto facciamo una telefonata per controllare se la nostra pratica stia procedendo senza intoppi. A dicembre 2012 segnali confortanti: la nostra pratica è approdata al “Dipartimento Abbinamenti”, il luogo dove qualche funzionario decide in base a non precisati criteri quale delle migliaia di bambini delle centinaia di orfanotrofi cinesi sarà tuo figlio. Bisogna solo aspettare. E aspettare è la specialità degli aspiranti genitori adottivi.

 

 

Ma quattro mesi dopo, ad aprile 2013, una telefonata al “Dipartimento Abbinamenti” ci fa cadere nello sconforto più totale. L’impiegato verifica il numero del nostro Dossier e ci dà la ferale notizia: sono in arretrato di sei anni e stanno facendo gli abbinamenti delle pratiche del 2007, il che significa aspettare altri cinque anni almeno e dire addio per sempre all’adozione perché, anche se avessimo voluto, il nostro contratto di lavoro non ci avrebbe mai permesso di rimanere in Cina altri cinque anni. La stessa Karen ci confessa di aver scoperto anche lei da poco il drastico cambiamento: data la crescente domanda di adozione da parte delle famiglie cinesi, il CCCWA (China Center for Children’s Welfare and Adoption) ha deciso di ‘congelare’ le domande degli stranieri per smaltire quelle dei cinesi. Alle famiglie straniere però rimane un altro canale, quello dei ‘bisogni speciali’. In sostanza: le famiglie cinesi vogliono adottare bambini sani, agli stranieri rimangono tutti gli altri…

 

 

Ci informiamo su cosa significhi ‘bisogni speciali’. In questa vasta categoria rientra ogni patologia, dalla più grave alla più lieve. Sono tantissimi i bambini classificati tra i ‘bisogni speciali’, ma spesso hanno lievi difetti, facilmente correggibili.

Noi francamente non ci sentivamo pronti ad affrontare le patologie più serie, e abbiamo dato la nostra disponibilità per adottare un bambino con una qualsiasi patologia reversibile. Non era chiaro però come passare all’altro canale, così, come tentativo disperato, scriviamo a un’agenzia italiana per le adozioni, l’AIBI, chiedendo se avessero idea di come agire in una situazione del genere. Ci rispondono che, pur non potendo prendersi carico di un nostro mandato, perché siamo residenti AIRE, ci avrebbero aiutato per l’abbinamento.

Incontriamo a giugno gli operatori dell’AIBI di Pechino. AIBI opera in Cina da molti anni ed è in ottimi rapporti con il CCCWA, il che ci ha aiutato moltissimo nel far procedere la pratica. Agli inizi di settembre, AIBI di Pechino ci richiama per proporci l’abbinamento. A presentarci quello che sarebbe stato nostro figlio sono il responsabile e la pediatra italiana che visita tutti i bambini che AIBI dà in adozione. Il nostro bambino, contrariamente alla disponibilità da noi espressa, aveva una condizione permanente e irreversibile: albinismo. Ci siamo sorpresi di apprendere che l’albinismo per i cinesi rientra nel girone più aborrito dei bisogni speciali, è un cosiddetto ‘special focus’, al pari delle gravi menomazioni mentali o fisiche. Sembra che la motivazione sia culturale: l’albino porta sfortuna, è simile ad un fantasma. Molto più probabilmente le famiglie rurali moderne tendono ad abbandonare un nuovo nato albino perché è un bambino che necessita di attenzioni particolari, per la delicatezza della pelle e della vista, darwinianamente poco adatto all’ambiente ostile della campagna, per così dire.

Il nostro bambino è dunque un cinese albino, nel complesso sano, sicuramente molto vivace ed estroverso.

E’ con noi da ormai sette mesi e non finiamo di stupirci per tutti i suoi costanti progressi nel movimento, nella socialità, nel vocabolario, specie quello alimentare ma non solo: ora, sotto Mondiali di Calcio, ha imparato a dire “GOOOL” (non sempre a proposito)

Sappiamo che il CCCWA ha finalmente istituzionalizzato questo nuovo programma per gli stranieri residenti in Cina, un canale verde che consente alle famiglie di adottare in tempi ragionevoli un bambino con bisogni speciali. Completare tutta la documentazione su entrambi i fronti, italiano e cinese è un lavoro decisamente impegnativo che richiede non meno di tre mesi, ma più realisticamente sei. Preparate le carte, si può ottenere un abbinamento sul canale verde in pochi mesi. Un anno di attesa è una previsione tutto sommato verosimile, anche se certezze è bene non chiederne. La tempestività è tutto in questi casi e c’è da rallegrarsi che sempre più famiglie decidano per questo passo. Per cominciare, se vivi in Cina, il nostro consiglio è di rivolgersi sempre alle nostre rappresentanze diplomatiche, per farsi spiegare con precisione e completezza le procedure. Bisogna sapere come si svolge tutto il percorso e, una volta presa la decisione, non guardarsi più indietro.

Grazie, Manuela e Michele, per aver condiviso la vostra gioia. Chissà se, leggendo questo post, qualcuno seguirà la vostra strada? La nave salpa e vi facciamo un grande in bocca al lupo per il vostro ritorno a Genova, dopo sei lunghi anni a Nanchino. Ci mancherete!

 

 

Ricordati che ogni quindici secondi, nel mondo, è abbandonato un bambino

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