Guido: in Cina a gestire hotel

L’ultimo documento scritto da Papà che ho trovato sulla sua scrivania si intitolava “2010: Quando Pechino deciderà…” Dopo trent’anni di passione per l’Europa, quelle parole mi suonavano come un testamento e un invito a guardare a un Paese a cui non avevo mai pensato prima”.

Guido Milner si è trasferito in Cina nel 2001, dopo aver vissuto a Bruxelles, Parigi, N’Djamena (la capitale del Ciad) e New York.

Fallisce platealmente gli studi universitari – così dice – ma poi recupera con un Executive MBA dell’INSEAD e della Tsinghua University di Pechino.

E’ stato direttore del Sofitel di Hangzhou e di Suzhou e attualmente vive a Xiamen, dove è direttore dell’hotel Pullman, sempre appartenente al gruppo Accor.

Xiamen, città di mare, nella Provincia del Fujian, deve il suo sviluppo in gran parte alla vicinanza a Taiwan e a Hong Kong.

“Sebbene non sia una bella città secondo i nostri canoni” – ammette Guido – “nel complesso è, una città molto piacevole da vivere. Il costo della vita, seppure in aumento costante come nel resto della Cina, è inferiore alle città di prima fascia. I suoi quattro milioni di abitanti ne fanno una città più a misura d’uomo. Il tasso di inquinamento è ridotto. Da Ottobre a Febbraio, il sole e il cielo blu sono frequenti e molto piacevoli. Le spiagge sono tutte libere, ma il mare è grigiastro”.

Ci vivono un centinaio di italiani.

Guido, la tua vita all’estero comincia molto presto…

Prestissimo… Mio padre lavorava alla Commissione Europea e i trasferimenti hanno rappresentato una costante nella vita della mia famiglia. Quando avevo due anni, abbiamo lasciato Verona e siamo andati a vivere a Bruxelles.

Pochi anni dopo, nel 1975 ci siamo trasferiti in Ciad. Ricordo i bei safari, il fiume Chari, i tamarindi, i limoni verdi con il pili pili, un peperoncino locale che mangiavo tutti i giorni andando a scuola a cavallo, con la mamma, su strade sterrate.

Verso la fine del 1979, una sera, mentre cenavamo a casa con degli amici, i ribelli entrano in giardino e puntano le mitragliatrici contro la casa. Siamo in assedio. E’ ripresa la guerra civile, destinata a durare per altri tre anni. Rimaniamo bloccati in casa con gli invitati per sette giorni. Dormivamo su materassi buttati a terra in salone. Non avevo paura, non mi rendevo conto di quello che stava succedendo, ma se l’assedio fosse durato un giorno di più, mia madre dice che avremmo dovuto mangiare il cane, perché non c’erano più viveri. Per fortuna il settimo giorno, in occasione del primo coprifuoco, siamo riusciti a fuggire a bordo della nostra auto, con una scopa fuori dal finestrino su cui avevamo legato una camicia bianca di mio padre a mo’ di bandiera.

Raggiungiamo l’ambasciata francese e ci imbarchiamo a bordo di un aereo militare. Atterriamo a Parigi come dei profughi. All’aeroporto ci accolgono banchetti che distribuiscono vestiti e beni di prima necessità. Mi sembra di rivedere ancora quei pantaloni di velluto azzurro che mi diedero.

Dopo un breve soggiorno di sei mesi da mia nonna a Verona, il tempo che i miei si riorganizzassero di nuovo, ripartiamo per Bruxelles.

Nel 1983, incominciano i due anni più belli della mia adolescenza: la Grande Mela. Era l’epoca di Ronald Reagan, vivevamo a Sutton Place, vicino all’ONU.

Adoravo New York, la mia speranza era di viverci tutta la vita e lavorare nel mondo delle auto sportive come designer automobilistico. Ma i miei sogni da sedicenne si scontrano con l’ennesimo ritorno forzato a Bruxelles di tutta la famiglia.

In piena crisi adolescenziale e stanco di una vita senza radici, ventenne, decido di tagliare il cordone ombelicale e mi rifugio nel cuore del Chianti. Fallisco platealmente sia gli studi universitari sia l’agognato colloquio di ammissione nella scuola di design automobilistico di Torino. Finisco in Svizzera, a lavare pentole in alberghi di montagna e, tra una stagione e l’altra, a Parigi, dove nel 1995 vengo assunto come “Night Manager” (uso le virgolette per questo titolo altisonante) in un albergo a due passi da Rue de Rivoli dal gruppo Accor, con cui tuttora lavoro.

Riappacificato con me stesso e con la mia famiglia, mi immergo nella mia nuova vita professionale con l’obiettivo di diventare un giorno Direttore Generale di un hotel.

E poi come sei arrivato in Asia?

Continuavo a vagheggiare un ritorno a New York, ma alla fine mi sono innamorato di Parigi come non mai, fu una vera scoperta ed ero felice. Nel 2000, viene inaugurato il Sofitel di New York e ovviamente provo a farmi trasferire, ma senza successo. Nel frattempo, nel 2001 si presenta la possibilità di trasferirsi a Hong Kong sempre con Accor Hotels. Ed è così che mi ritrovo proiettato dal sogno di New York alla realtà di Hong Kong, città simili e parallele.

Il mio trasferimento a Hong Kong ha coinciso con tre eventi che hanno dirottato il mio destino verso la Cina: l’incontro con Alice, mia moglie, poco prima di partire da Parigi; l’11 settembre che in un soffio distrugge le torri gemelle e il mio sogno di vivere a New York; la morte di mio Padre a soli cinquantasei anni, due mesi dopo il mio arrivo a Hong Kong.

L’ultimo documento scritto da Papà che ho trovato sulla sua scrivania si intitolava “2010: Quando Pechino deciderà.…” Dopo trent’anni di passione per l’Europa, quelle parole mi suonavano come un testamento e un invito a guardare per la prima volta a un Paese a cui non avevo mai pensato prima.

E così, dopo una gioventù vissuta tra Europa, Africa e Stati Uniti, la Cina diventò un must, condiviso anche da mia moglie, molto curiosa di conoscere meglio questa nuova cultura che ha segnato e continua a segnare il momento in cui viviamo.

Tu hai avuto modo di conoscere la Cina di frontiera attraverso varie angolazioni. Dopo aver vissuto a Shanghai, ti sei trasferito a Hangzhou, Suzhou e ora sei a Xiamen. Raccontaci com’è andata.

Nel 2003 sono assunto come vicedirettore del Sofitel di Pudong. All’epoca, Shanghai era ancora un villaggio in confronto alla Shanghai di oggi. Sullo skyline di Pudong, troneggiava la Oriental Pearl Tower, quasi isolata. I taxi erano delle vecchie Santana degli anni Ottanta, con autisti ingabbiati in strutture metalliche. Non c’erano Cityshop.

Quanto a cliniche private, era un vero dramma, tant’è che dopo avere fatto il giro di tutte i reparti maternità esistenti all’epoca, abbiamo deciso di far nascere nostro figlio a Hong Kong.

Dopo tre anni e mezzo, sono promosso come Direttore Generale al Sofitel di Hangzhou e da una settimana all’altra, nel 2007 ci lasciamo Shanghai alle spalle e ci trasferiamo tutti e tre sulle rive del tanto decantato Lago Occidentale.

Hangzhou, prima destinazione turistica in assoluto nel 2007, fu un tuffo nella storia cinese. Una città dai mille colori, decantata da Marco Polo, romantica come lo possono essere le città cinesi tradizionali con un minimo di estetica architettonica e paesaggistica. Storicamente, gran parte della seta importata dall’Italia veniva da Hangzhou. I ristoranti internazionali si contavano sulle dita di una mano, c’erano solo tre alberghi internazionali. I cinesi di Hangzhou erano molto più accoglienti che a Shanghai e la vita culturale offriva un’ampia scelta.

Con un gruppo di amici passavamo il weekend a fare corse con barche a vela teleguidate in zone remote del lago e un picnic allo champagne. La nostra cucina era di tre metri quadri, ma ci divertivamo a cucinare all’italiana e alla francese. Spesso e volentieri ci facevamo un week end a Shanghai in macchina. Non c’era ancora il treno veloce che collega oggi Shanghai ad Hangzhou in un’ora e ci volevano circa tre ore di autostrada, che spesso e volentieri veniva chiusa senza preavviso per nebbia e magari ti ritrovavi costretto a spegnere i motori nel mezzo della notte e aspettare che i banchi si diradassero.

Il proverbio cinese dice, “Il paradiso al cielo, Hangzhou e Suzhou alla terra”: dopo tre anni e mezzo ad Hangzhou, ci trasferiamo quindi a Suzhou, la città dei giardini dichiarati patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, dove vado a dirigere il Sofitel del centro storico. La vecchia città di Suzhou attraversata dai canali, è molto suggestiva ed è stata preservata molto bene. Il Suzhou International Park (SIP), il parco industriale nato grazie ad ingenti investimenti dal governo di Singapore, dà alla città una sensazione bipolare tra lo storico e il moderno. Suzhou, altra città della seta… dove tutto – almeno nei miei ricordi – è avvolto nel grigiore più assoluto. Ottanta kilometri da Shanghai di cui è un satellite comodo per chi ha voglia di stare fuori dalla confusione.

Era l’epoca dell’Expo 2010 di Shanghai. Professionalmente, la concorrenza era acerrima, le discordanze tra la mia azienda e i proprietari dell’albergo erano sempre più forti, tanto che la decisione di non rinnovare il contratto di management alla scadenza del secondo anno fu inevitabile. Chiudiamo baracca e burattini e ci trasferiamo a Xiamen, dall’aria pulita e cielo azzurro (azzurro cinese!)

Xiamen, sebbene non sia una bella città secondo i nostri canoni europei, beneficia della vicinanza a Taiwan e ad Hong Kong. E’ una delle sei Zone Economiche Speciali ed è sul mare. Nel complesso è, una città molto piacevole da vivere. Il costo della vita, seppure in aumento costante come nel resto della Cina, è inferiore alle città di prima fascia. I suoi quattro milioni di abitanti ne fanno una città più a misura d’uomo. Il tasso di inquinamento è ridotto. Da Ottobre a Febbraio, il sole e il cielo blu sono frequenti e molto piacevoli. Le spiagge sono tutte libere, ma il mare è grigiastro. Ci sono due scuole internazionali, una clinica con medici internazionali, una comunità internazionale di circa trecento famiglie (penso), un consolato thailandese, un consolato filippino e un consolato singaporese.

Ci vivono un centinaio di italiani, le nostre istituzioni sono lontane e manca un po’ l’aggregazione della nostra comunità. Io frequento molto la comunità francese che invece è meglio organizzata.

Nei supermercati non si trova tutto, ma la Metro e altri negozi di prodotti internazionali permettono di avere una scelta di tutto rilievo. Certo, è impossibile trovare tacchino e vitello, ogni tanto si trova il riso arborio, ma se hai voglia di toglierti lo sfizio, fai un salto a Hong Kong (un’ora di volo) a fare la spesa e li troverai ogni ben di Dio.

Tu sei italiano e in Cina lavori per un gruppo francese. Che cos’e’ il valore aggiunto di un italiano qui in Cina, nel tuo settore?

Sono fiero di essere italiano e adoro l’Italia, ma mi sento più Europeo. Non so quanto la nazionalità oggi influisca sul tuo valore, è importante sì, ma quello che più conta è la cultura in cui sei cresciuto e l’apertura e la curiosità per ciò che è altro. Il valore aggiunto di un profilo come il mio, nel mio settore è la conoscenza dei valori di servizio e la capacità di adattarsi al “diverso”. In questo senso forse la nazionalità italiana può aiutare perché siamo un popolo aperto e alla mano.

I cinesi sono bravissimi a studiare ed imparare a memoria. Durante i colloqui di assunzione i candidati ti garantiscono di parlare perfettamente l’inglese. A volte, ammetto che fanno centro, simulano un accento quasi perfetto e ripetono pappagallescamente delle frasi fatte. Se però faccio qualche domanda fuori programma, l’accento da Beverly Hills sparisce come d’incanto, la comprensione di quello che spiegano diventa difficile ed incominci a renderti conto che l’inglese sì, lo parlano, ma solo le frasi che hanno imparato.

Lo stesso vale per interazioni mentre sono in servizio. Se chiedi un espresso e hai la fortuna di essere capito, le probabilità di essere servito con quello che hai chiesto sono buone. Se però chiedi una minima variante sul tema, le probabilità di ricevere che ci assomigli entro venti minuti sono basse. Questo accadeva dieci anni fa anche a Shanghai.

Cosa fare? L’unica e’ di tirarsi su le maniche e insegnare uno ad uno come si fa un espresso macchiato, la pizza al forno, come taglia il prosciutto crudo (la prima volta che l’ho chiesto, ho ricevuto una fetta che sembrava una bistecca).

Il nostro ruolo e il nostro valore aggiunto è la formazione.

Tuo figlio ha dieci anni, è cresciuto in Cina e, come molti figli di expat, ha trascorso più tempo all’estero che in Italia. Cosa comporta, nel bene e nel male, crescere un figlio in Cina?

Mio figlio conosce l’Italia solo in vacanza, com’è stato per me. Siamo in un certo senso vittime di una distorsione, perché dell’Italia vediamo solo gli aspetti più belli, come se fosse un paradiso in terra, dimenticandoci dei problemi che la affliggono. Non so se per lui sia lo stesso, ma io quando passo la nostra frontiera entro in uno stato di euforia.

Se, da un lato, crescere in Cina comporta diluire le proprie radici, vivere lontano dagli affetti del resto della famiglia (i nonni, i cugini, gli zii..) dall’altro ti dà la possibilità di conoscere una cultura molto diversa, un mondo in movimento, in cui sei in una dimensione internazionale e ricevi quelle conoscenze che io considero ormai indispensabili per comprendere il mondo nel ventunesimo secolo.

Cosa ti ha dato questa esperienza nella Cina di Frontiera?

Dieci anni di Cina, quasi undici mi danno la sensazione di essere stato parte di un grande momento storico, di aver assistito e vissuto un cambiamento epocale di passaggio dall’egemonia dell’Occidente a quella dell’Oriente.

Mi ritengo fortunato per aver potuto conoscere in presa diretta una cultura profondamente diversa dalla nostra che, a tratti, mi ha fatto a pensare a come hanno vissuto le generazioni dei nostri genitori e nonni nel dopoguerra, perché la Cina, anche se non ci sono state recenti guerre è un Paesi in costruzione e in forte crescita economica.

Questi anni mi hanno lasciato anche un senso di grande rispetto per una cultura che rappresenta un sesto della popolazione mondiale e per la storia di una civiltà che oggi riemerge dopo essere stata all’avanguardia molti secoli fa.

Quanto pensi di restare ancora in Cina e dove vorresti andare dopo?

Non lo sappiamo per la verità. La voglia di tornare in Europa è tanta, sempre, da quando sono nato, ma il mio percorso professionale richiede che sia in costante movimento.

Oramai alla soglia della seconda fase della mia vita, ci poniamo molte domande con mia moglie, per esempio dove vogliamo vivere da pensionati. Mancano ancora vent’anni prima della pensione… Sarei felice di riuscire a tornare e lavorare in Italia, ma mi accontenterei anche di tornarci da pensionato.

Cosa ti manca dell’Italia?

La famiglia, la bellezza delle città, lo stracchino.

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