Prova su strada

“Le piace guidare?” chiede il Capo della Sperimentazione al terzo e ultimo colloquio.

E’ il gennaio 1978 ed è così che inizia l’avventura di Riccardo Sodero, 59 anni, torinese, da trentasei nell’area Sperimentazione di FIAT, da ventisei in giro per il mondo a testare auto prima che vadano in produzione.

Brasile, Argentina, Turchia, Cina, India, e poi di nuovo Cina. Dal 2010 Riccardo lavora a Changsha per cinque giorni alla settimana e torna a Shanghai nei week end a trovare la famiglia.

Perché Changsha? Perché a Changsha, nel giugno 2012 è stato inaugurato lo stabilimento della GAC Fiat Automobiles Co., Ltd., la joint venture siglata nel 2009 tra FIAT e GAC il gruppo automobilistico di Guangzhou. E’ a Changsha che si producono la Viaggio e la Ottimo, le due auto esclusivamente ideate e prodotte per il mercato cinese, in uno stabilimento che oggi conta circa 2600 dipendenti.

Riccardo è uno dei tanti Italiani che la FIAT ha mandato – per lunghi o per brevi periodi – a Changsha, a un’ora emmezza di volo da Shanghai.

Capitale della Provincia dello Hunan e della cucina piccante, Changsha ha oltre sette milioni di abitanti, ma la comunità straniera è ancora una sparuta minoranza e di conseguenza molti prodotti o servizi a cui un occidentale è abituato non si trovano.

“Avendo già vissuto a Nanchino per tre anni – racconta Riccardo – l’idea di vivere per cinque giorni alla settimana a Changsha non era così disastrosa, ma dopo qualche settimana ho dovuto ricredermi”.

 

Riccardo, qual è stato il tuo percorso di studi, carriera e vita prima di arrivare a Changsha?

Dopo essermi diplomato come perito metalmeccanico, ho iniziato a lavorare in una piccola ditta di Moncalieri e la sera preparavo curricula nella speranza di trovare qualcosa di meglio.

La svolta decisiva arrivò i primi giorni di Gennaio del 1978: con una lettera, Fiat mi convocava per un colloquio. Al terzo round, mi trovo seduto davanti alla scrivania del capo dell’Area Sperimentazione.

Ricordo perfettamente la prima domanda che mi fece: Le piace guidare? E da quel momento è iniziata la mia avventura nella sperimentazione che tuttora continua a distanza di trentasei anni.

A quei tempi, nell’area della Sperimentazione Veicoli si facevano tutte le prove necessarie a definire la vettura nuova prima che questa entrasse in produzione: si lavorava su motore e cambio, sospensioni e impianto frenante, condizionamento e rumorosità interna. Oggi ci sono i centri specializzati, dove i tecnici lavorano e sviluppano i singoli componenti.

La mia vita lavorativa resta più o meno normale fino al 1988: andavo già in giro per il mondo a fare prove particolari, in Paesi dove il clima era molto diverso dal nostro, ma il tutto durava al massimo trenta o quaranta giorni e questi erano viaggi dove solo io mi spostavo temporaneamente, lasciando mia moglie e mia figlia a casa.

Nel 1988 FIAT mi propone un “lungo” periodo all’estero (sei mesi) che accetto dopo averne parlato per più giorni con mia moglie. La scelta si basava unicamente sulla possibilità di guadagnare qualche soldo in più.

Destinazione Brasile. Paese meraviglioso pieno di colori, di vita e di sole. Dopo tre mesi la proposta assume una prospettiva diversa, passando da trasferta di sei mesi a trasferimento di tre anni.

Dopo averne parlato a lungo con mia moglie, accetto la proposta mettendo però sulla bilancia il trasferimento della famiglia. La proposta viene accettata da FIAT e così inizia la mia vita da giramondo.

Viviamo in Brasile per sei anni, poi tre in Argentina, tre in Turchia e tre in Cina a Nanchino. Poi India, dove non ho avuto il coraggio di portarmi dietro la famiglia che, nel frattempo si era ingrandita con l’arrivo di mio figlio.

Il periodo in India è durato circa due anni con spostamenti frequenti tra Torino e Pune, fino a quando è arrivata la seconda chiamata per la Cina, con destinazione iniziale Guangzhou (Canton).

Nei mesi trascorsi a Guangzhou vengo a sapere che il nostro stabilimento sarebbe stato costruito in una città di nome Changsha, capitale dell’Hunan, molto conosciuta in Cina, perché a pochi chilometri c’è Shaoshan, il villaggio in cui è nato Mao, che ha frequentato l’università proprio a Changsha. Io invece confesso che non l’avevo mai sentita prima.

Sono stata a Changsha una sola volta, nel 2007 e la ricordo come una città di rara bruttezza, forse una delle più brutte che abbia visto in Cina. Mi sono persa qualcosa o la città è migliorata negli ultimi anni?

Temo che tu non ti sia persa nulla.

Changsha ti offre meravigliosi scorci su migliaia di gru sparse ovunque, una collina de visitare in mezza giornata con due templi in croce, un’isola sul suo fiume grigio-marrone con la statua di Mao giovane, non un albero decente che ti ripari dal sole, una strada pedonale, bruttissima copia della Nanjing Lu di Shanghai, la “famosissima” via dei bar, dove la sera centinaia di giovani cinesi si riversano per bere fiumi di te con whisky e ascoltare una musica spaccatimpani e per finire in crescendo migliaia di KTV che, per chi non conosce la sigla significa Karaoke TV, quello che da noi era uscito 25 anni fa ma che non ha mai preso piede.

Changsha non è Shanghai, ma neanche Guangzhou e neppure Nanchino che almeno aveva ristoranti internazionali ed era a due ore di treno (ora anche meno) da Shanghai.

La città offre davvero pochi confort a uno straniero, a partire dal cibo. Ci sono solo un paio di ristoranti internazionali all’interno degli hotel (cari!) e uno italiano che però di italiano ha solo il nome… (anche questo carissimo).

La cena siamo stati costretti a spostarla al più tardi alle 19:30, pena il digiuno o il Mc Donald’s, perché i ristoranti sprangano alle otto di sera e siamo stati costretti a spostare le riunioni con l’Italia a dopo la cena.

Sono arrivato nel Luglio 2010, Changsha era in fortissima espansione, un cantiere a cielo aperto, molto cinese, non abituata agli stranieri: gli unici erano dei tedeschi di Bosch e si contavano sulle dita di una mano.

Nel giro di pochi mesi sono arrivati quasi cento italiani per FIAT, ma essendo un numero infinitamente piccolo rispetto ai sette milioni di abitanti di Changsha, eravamo sempre osservati, additati, quasi fossimo dei marziani. Il mio primo impatto durante la visita di un mercato, chiamiamolo rionale, è stato quello di trovarmi un bambino che in pieno agosto (durante il caldo infernale di Changsha) mi tirava i peli delle gambe, forse per capire se erano davvero miei…

Sono passati oramai quattro anni dall’arrivo degli Italiani a Changsha, siamo un po’ meno osservati rispetto a prima, i ristoranti stranieri continuano a essere un numero infimo e inferiore a cinque, perciò è stato il nostro modo di vivere che si è dovuto adattare al loro.

La proposta di FIAT per il team di espatriati destinati allo stabilimento di Changsha prevedeva che chi aveva figli che frequentavano le superiori doveva fare base a Shanghai, perché questo livello di scuola internazionale non era presente a Changsha, per tutti gli altri la residenza era fissa a Changsha. Quindi a me toccava lasciare la famiglia a Shanghai, lavorare a Changsha per cinque giorni a settimana e tornare a Shanghai nel week end che a volte era di un solo giorno..

Dopo un anno e dopo le ennesime lamentele delle persone costrette a vivere solo a Changsha, finalmente qualcuno ci ha ripensato dando la possibilità a tutti di avere una doppia residenza perché alla fine anche a Torino hanno capito le difficoltà e la necessità per chi lavora a Changsha di staccare e di respirare un po’ di aria internazionale a Shanghai.

Noi di FIAT siamo attualmente otto italiani e cinque stranieri non cinesi. Ognuno di noi è responsabile di un’area dello Stabilimento, come direttore o come vice, se il direttore è cinese. Viviamo in un hotel, da cui ogni week end partiamo con la valigia per tornare a Shanghai. La domenica sera o il lunedì mattina, si ritorna in hotel e si fa nuovamente il check-in una nuova stanza.

Avendo già vissuto a Nanchino per tre anni, l’idea di vivere per cinque giorni alla settimana a Changsha non era così disastrosa, ma dopo qualche settimana ho dovuto ricredermi.

Non voglio sembrare un disfattista, un denigratore di questa città, ma per la maggioranza di noi meno giovani è una vita abbastanza relegata tra ufficio e hotel. Ancora oggi quando a Torino si dice “abbiamo bisogno di qualcuno che vada a lavorare per un po’ di tempo a Changsha” vedi che la gente, nonostante la situazione che c’è in Italia in questo momento, si mette a fischiettare, cambia discorso o fa finta di non capire.

 

In cosa consiste esattamente il tuo lavoro in Cina?

Testiamo su strada o al banco di prova tutti i componenti e la vettura prima che vada in produzione.

Preparare le vetture per il mercato cinese è un lavoro complesso, vista l’estensione del Paese che racchiude tutte le situazioni climatiche possibili.

Per l’Europa esistono allestimenti specifici per esempio Centro Europa o Paesi Freddi (Svezia e Norvegia) o Artico (Russia), ma per la Cina bisogna prevedere una calibrazione, come viene da noi chiamata in gergo, che vada bene per tutta la Cina.

Per questa attività siamo obbligati a fare quello che tecnicamente si chiama Road Test, la prova su strada, che prevede trasferimenti di migliaia di kilometri, passando dai –40°C di Hei He (Helongjiang) ai confini con la Russia, transitando ai 5000 metri per la strada che unisce Golmud (Qinghai) a Lhasa (Tibet) per concludersi a Turpan (Xinjiang) con il suo deserto e i suoi +50 °C.

Durante questi trasferimenti ci si deve adattare a tutto… mangiare e dormire dove si può, adattarsi a tutte le condizioni stradali e climatiche.

Che cosa ti ha colpito nel vedere così tanti luoghi diversi della Cina?

Nell’ultimo decennio la Cina ha fatto passi da gigante in tutti i sensi, ma esistono ancora zone dove le strade sono solo di cemento (quando ci sono!), piene di buche e di gente che lavora per rattopparle. Ho fatto kilometri a passo d’uomo su strade in cemento letteralmente coperte di riso, in modo che il saltuario lento passaggio delle vetture aiutasse a staccare il chicco dalla spiga. Ricordo ancora il viso stupito di un collega shanghainese che ci accompagnò durante un Road Test nella zona desertica dello Xinjiiang. Quando vide le case dei contadini locali fatte di bambù e fango, molto simili a quelle che si trovano in Africa, la sera durante la cena disse: ”non immaginavo ci potesse essere ancora tutta questa povertà in Cina”.

La Cina sarà anche la seconda potenza mondiale, ha potenziato paurosamente la sua rete stradale e ha introdotto i treni ad alta velocità, ma nel suo interno c’è ancora gente che vive in case di fango, che si scalda facendo bruciare una parte della paglia secca perché l’altra parte è destinata a tenere in vita le bestie.

Mi dicevi che FIAT ha mandato a Changsha cento uomini per avviare la Joint Venture con GAC. E’ un grande investimento. Non esisteva una professionalità come la tua o come quella di altri tuoi colleghi direttamente sul mercato del lavoro cinese?

In realtà no ed è questo il motivo per cui persone come me sono mandate dalla casa madre in in giro per il mondo. Noi conosciamo quello che i nostri nuovi soci non conoscono, abbiamo l’esperienza che loro non hanno e dobbiamo insegnare al team locale quello che sappiamo in tre o quattro anni per poi ripartire da zero in un nuovo sito produttivo.

Per quanto riguarda il mio lavoro possiamo fare due chiare distinzioni, tutto quello che riguarda prove al banco o laboratorio è leggermente più semplice perché basta avere l’attrezzatura giusta e devi solo insegnare ad utilizzarla nel modo corretto seguendo quello che le norme di FIAT ti dicono di fare. Leggermente più complicata è la parte relativa alle prove su strada.

Anche in questo caso ci sono molte linee guida di FIAT che aiutano, ma quello che risulta estremamente difficile è far capire ciò che invece deve essere valutato usando la tua sensibilità alla giuda. Definire se un confort o la tenuta di strada della vettura può andare bene te lo dice solo l’esperienza che acquisisci con con tanti anni di questo lavoro e quindi “trasferire” tutto questo in soli 3 o 4 anni a volte non è semplice e non sempre si riesce. A questo punto esiste la classica scappatoia, quella di identificare durante la tua permanenza le persone che abbiano una certa sensibilità per poi aspettare e sperare che vengano inviate in Italia per una successiva fase di formazione direttamente sulle piste insieme a quelle persone che quotidianamente fanno questo lavoro. Tra tutti i Paesi in cui ho lavorato, la Cina è dove è stato più difficile trovare qualcuno con queste caratteristiche! Probabilmente su un miliardo e mezzo di cinesi ci sarà qualcuno che guida bene, ma in quattro anni sono riuscito solo a trovarne due a Changsha, quindi ad oggi per alcune prove siamo costretti a richiedere l’intervento dello specialista dall’Italia anche perché io non riesco a essere contemporaneamente in tre posti diversi.

Secondo te, la Cina offre ancora delle opportunità lavorative interessanti per un italiano che voglia trasferirsi?

Da quando sono in Cina, mi è già capitato molte volte di essere contattato da italiani che mi chiedono quali siano le opportunità di lavoro qui e questo argomento, oltre che con loro, l’ho affrontato anche con mio figlio che, avendo vissuto indirettamente questa esperienza, crede che basti venire a lavorare in Cina per star bene. Sbagliatissimo.

Oggi la Cina ti offre sì più possibilità di lavoro rispetto alla nostra Italia attuale, ma il salario si basa su quello che hai da dare a loro, altrimenti – ammesso che ti assumano – finisci di guadagnare quello che oggi guadagna in media un cinese cioè poco e non ce la fai, a meno che tu straniero ti adatti totalmente al loro modo di vivere mangiando con 12-15 yuan (1.5-2 euro circa), non scaldando casa nel periodo invernale perché la corrente elettrica costa e via dicendo…

Ci racconti qualche aneddoto divertente che ti è capitato nella Cina di Frontiera?

VIAGGIO NANCHINO –XIANGFAN

Obiettivo: Visita della pista di Prova

Mezzo di trasporto: Doblò

Appuntamento: Ore 07.30 davanti a casa mia

Equipaggio: tre Cinesi (di cui una interprete) + Io

Posto a sedere: Tassativo vicino al finestrino, provandone prima il corretto funzionamento.

Ti racconto il primo giorno, ma ce ne sarebbe per tutti e quattro i giorni della trasferta…

Ore 07.05 arriva SMS…”arrivata… andiamo” (Ma non era alle 07.30?)

Caricamento bagagli, tutti ordinatamente caricati sulla cappelliera della vettura, lasciando vuoto il bagagliaio.

Ore 07.11 partenza… Buon Viaggio

Dopo 40 km imbocchiamo l’autostrada per Hefei, situazione dell’equipaggio:

Conducente: occhi incollati sul manto stradale

Io: osservo il panorama

Altri due Cinesi: dormono

Durante il viaggio, la postura dei cinesi varia per improvvisi spostamenti laterali del busto o che provocano fuoriuscite di rumore, permettendomi cosi di apprezzare

la rapidità di apertura e il funzionamento del finestrino laterale scorrevole del Doblò.

Dopo 187 km, prima tappa strategica. Bagno e cambio alla guida. Sul volto del conducente

sono evidenti i segni della stanchezza causata dell’”elevato” chilometraggio.

Mi propongo come autista. Come risposta ricevo un sorriso.

Il viaggio prosegue come nella prima parte, compresi gli spostamenti del busto e la strategica apertura del finestrino per esigenza di ricambio aria.

Km 397: nuova tappa strategica. Bagno, rifornimento e cambio alla guida.

Km 416: tappa all’Autogrill… ma non potevamo fare una tappa unica? Lauto pranzo, bagno e si riparte dopo “ben” tredici minuti di sosta.

Alle 16.15, dopo la quarta tappa strategica e nove ore di viaggio per fare 600 km, arriviamo a Wuhan.

Indirizzo alla mano, cerchiamo l’hotel. La ricerca prosegue tra continue tappe per chiedere informazioni a gente ferma che aspetta l’autobus, a gente in bicicletta o in motorino, a nonnine novantenni e a ragazzini di undici anni. Suggerisco di chiedere a un taxista, il mio suggerimento cade nel vuoto.

Ore 17.37: ci fermiamo davanti all’hotel prescelto (estrema periferia della città), dopo averne visti perlomeno altri venti, però questo è comodo per domani mattina…

Appuntamento ore 18.30 per la cena. Vengo lasciato in hotel. Registrazione e trasferimento in camera.

Ore 18.22 ricevo telefonata…”nostro hotel molto distante, noi magiare qui, tu mangia lì. Ci vediamo domani mattina alle 08.00”.

Ore 19.00: esco dalla camera e cerco il ristorante. E’ al secondo piano, ma la porta è chiusa, scendo al primo piano per chiedere informazioni, ma nessuno parla inglese.

Dopo pochi minuti ci sono ben quattro persone che mi circondano parlando un “cinese fluente” e mi spiegano che il ristorante funziona solo per colazione e pranzo.

Esco, giro di due quartieri intorno all’hotel….tanti piccoli negozietti che vendono un po’ di tutto,

qualche losco centro massaggi e alcuni ristorantini della serie…”prosegui diritto senza entrare”.

Acquisto due mele e una pera e rientro in hotel…

Ore 21.00: dopo aver girato varie volte su e giù per la camera, esco. Al secondo piano trovo un parrucchiere. A gesti cerco di spiegare che voglio tagliarmi i capelli e, a fronte di un cenno disapprovazione, mi siedo. Mi lavano la testa, massaggio al cuoio capelluto, alle spalle e al collo. Mi presentano il conto. Ma non avevo chiesto di tagliarmi i capelli? Solo domani, oggi la persona è già andata a casa.

Mentre esco, una delle ragazze che sono lì, con passo felpato si avvicina e mi propone un

massaggio in camera. E’ molto carica e sono curioso. Chiedo il costo: 1500 RMB (più di 150 euro). La guardo, sorrido e vado a dormire.

In un altro dei nostri tanti Road Test, vicino ai confini con la Russia, pernottiamo per quattro notti nell’unico hotel considerato accettabile. Le prime due notti sono stato ripetutamente svegliato da voci femminili che pronunciavano la parola AN MO (massaggio in cinese) costringendomi a staccare il cavo del telefono per non essere più svegliato. Alle 23:30 della terza notte sento bussare alla porta, aprendola mi trovo davanti un uomo con una ragazza al fianco che mi invita nuovamente a “provare” questo AN MO e quando per l’ennesima volta rifiuto, l’uomo scansa la ragazza e al suo posto appare un ragazzo…

Questi tuoi ventisei anni di vita all’estero che cosa ti ha insegnato?

Dal Brasile ho assimilato il loro modo di affrontare la vita con spensieratezza, “oggi abbiamo, bene mangiamo e beviamo… domani non abbiamo niente… pazienza tiriamo la cinghia sperando di averne di nuovo dopo domani”.

Dall’Argentina ho assimilato poco, non perché non abbia niente da darti, ma perché hanno un modo di vivere, di affrontare la vita molto simile al nostro.

Dalla Turchia ho imparato che esiste il musulmano moderato, gente che lavora, che partecipa alla vita di gruppo anche con lo straniero senza tanti problemi ma che ha i “suoi” momenti: il te, la preghiera giornaliera e settimanale dove loro chiedono il rispetto da parte nostra per darci reciprocamente il loro.

Dall’India… ti racconto questo aneddoto. Durante uno dei nostri soliti Road Test, all’entrata di una cittadina, abbiamo avuto un problema con una vettura e ci siamo dovuti fermare. Sul ciglio della strada era pieno di carrettini che vendevano bibite, cibo, vestiario. Sentivo un fortissimo odore di qualcosa andato a male. Nei paraggi, vedo un grosso cane morto in avanzato stato di putrefazione. A pochi metri dal cane c’è una bancarella che vende succo di canna da zucchero, l’odore è nauseante e a quel punto chiedo incuriosito al ragazzo indiano che c’era con me come mai quel tizio non sposta la sua bancarella o almeno non cerca di spostare il cane. Il ragazzo inizia a parlare in dialetto con il venditore e dopo alcuni minuti di discussione si gira verso di me dicendomi: “mi ha detto che non lo sposta perché il cane non è mica suo”. Credo che questo episodio spieghi tutto.

Dalla Cina ho capito in parte la loro cultura e la loro storia millenaria, ma sinceramente, anche dopo sette anni di vita passata con loro, non sono mai riuscito a capire realmente come la pensano, se siano sinceri o se il loro modo di fare sia una facciata voluta o magari imposta.

Hai voglia di tornare in Italia?

 

Beh, a 59 anni e dopo 26 anni passati all’estero, sì, ho voglia di tornare a casa per passarci il resto della mia vita, per veder crescere il nipotino, perché mi sono stancato di vederlo crescere via Skype (meno male però che adesso esiste questa possibilità). Io credo che, anche con le difficoltà attuali che ci sono in Italia, come si sta bene a casa nostra non si sta in nessuna altra parte al mondo.

Però un consiglio personale che mi sento di dare a chi non ha mai avuto la possibilità di girare è: se ti capita l’opportunità, non rinunciarci. I nostri genitori si abitueranno alla distanza, i nostri figli, specie se piccoli, non avranno problemi ad adattarsi e cani, gatti o canarini si possono sempre portare al seguito, come abbiamo fatto noi con Mia.

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