Verso Sydney con lo skateboard sotto il braccio

E’ il 2004.

Cristiano parte con uno skateboard, anzi – mi corregge lui – con un “longboard skate” sotto il braccio, per quella che dovrebbe essere una lunga vacanza in Australia. Si ferma a Pechino per qualche giorno a salutare suo cugino. Ma a Sidney non ci è ancora arrivato. In compenso si è fermato in Cina, ha preso moglie a Xiamen, che resta la sua città del cuore, ed ora sono quasi dieci anni che vive e lavora qui.

Nato nel 1972 ad Altamura, città del pane e delle Murge, Cristiano Mei, 41 anni, ha vissuto quasi solo in città secondarie: Nanchino, Xiamen e ora a Yantai, cittadina di 7 milioni di abitanti nella provincia dello Shandong.

Come Michele Marini e Ileana Pieretti, insegna italiano ai cinesi.

Lavora presso lo Shandong Institute for Business and Technology e prepara gli studenti cinesi che vengono in Italia con il Programma Marco Polo e il Progetto Turandot.

Si sta laureando in lingua e cultura italiana, tramite ICON, un corso di laurea per italiani residenti all’estero, organizzato da un consorzio di importanti atenei italiani.

 

L’idea di andare in skateboard a Sidney non era male: alla fine, che cosa ti ha fatto appendere lo skate al chiodo e convinto a restare in Cina?

 

Le donne, ovviamente! Occhi a mandorla, capelli di seta, corpi flessuosi, il loro flirtare tutto orientale… quale ragione migliore per restare? Scherzi a parte [e invece penso che non scherzi per niente, visto che hai poi sposato una cinese… N.d.R.], rimasi affascinato da questo paese e decisi di rimandare il viaggio in Australia di qualche settimana. Ma quella vita a Pechino era eccitante e diversa, e ammetto che alcune cinesi hanno contribuito alla ripetuta posticipazione della partenza [“alcune”?: visto? 😉 N.d.R.]. Aggiungo anche la mia innata propensione al viaggio e un inaspettato interesse per la lingua cinese [certo, certo… N.d.R.]

Arrivato a Pechino non parlavo mezza parola di cinese. Facevo una vita abbastanza movimentata, era tutto nuovo per me, conoscevo persone in continuazione. Dei primi mesi ricordo le serate che non finivano mai, vivevo una sorta di ‘dolce vita’ cinese, un’esperienza comune a tanti expat. Passato il primo momento di entusiasmo decisi di incominciare a studiare cinese e di andare a vivere vicino alla Torre del Tamburo, negli hutong, le case a cortile caratteristiche di Pechino. Questa svolta mi permise di staccarmi dal mondo un po’ artificiale degli expat e vivere una vita più autentica, a contatto con i locali. Ricordo con grande nostalgia quel periodo. Era il 2005, non era ancora di moda tra noi stranieri vivere negli hutong. Mi muovevo in bicicletta tra i vicoli pieni di vita e di gente, in qualche modo mi ricordavano i centri storici della Puglia. In questo quartiere ho trovato il mio primo lavoro. Il mio padrone di casa, un giovane imprenditore tedesco, dirigeva un’azienda di traduzione in un hutong poco distante. Così iniziai a lavorare per lui come traduttore di manuali tecnici.

Lo ammetto, il mio osservare la Cina, all’epoca, era un po’ ingenuo, ma mi piaceva ciò che vedevo, anche se mi mancavano il mare e il caldo.

L’inverno gelido e l’inquinamento di Pechino, furono decisivi: e così dopo un anno mi sono trasferito a Xiamen, 1200 km più a Sud.

A Xiamen dici che ti sei trasferito per il mare, ma in realtà ti sei iscritto all’università e per un anno hai studiato cinese. Come mai la scelta di non lavorare e di concentrarti solo sulla lingua?

 

Imparare la lingua del paese ospitante, qualunque esso sia, non è solo sensato ma imperativo. Ho conosciuto gente che è in Cina da più di 10 anni non parla cinese, e per me questo è assurdo. La lingua è soprattutto cultura e conoscerla aiuta ad avvicinarsi alle persone del posto, capirle e farsi capire. Questo principio mi tocca personalmente come insegnante e lo ripeto spesso ai miei studenti. Il cinese, forse più di altre lingue, richiede dedizione e molto, ma molto tempo, per questo decisi di concentrarmi sullo studio dedicandomi al lavoro nel tempo libero (fare il ‘fotomodello dei poveri’, le traduzioni ed altri lavoretti mi hanno permesso di pagarmi la retta universitaria e le spese). Il trasferimento a Xiamen in solitaria non mi preoccupò più di tanto, ovviamente mi dispiacque lasciare gli amici e soprattutto mio cugino, ma avevo bisogno di cambiare aria, letteralmente. Mi feci nuovi amici e il campus, bellissimo, mi ha lasciato dei ricordi indelebili. Putroppo ho studiato solo per un anno e non ho finito il biennio di cinese per motivi di lavoro, avevo trovato un nuovo impiego e non avevo più tempo per frequentare le lezioni. Peccato, perchè ad oggi non sono ancora soddisfatto del mio livello di mandarino, un altro anno avrebbe fatto un’enorme differenza. A parte questo, ho vissuto intensamente la città. Xiamen sicuramente ha segnato maggiormente la mia esperienza cinese. E’ un’isola piena di palme e colline boscose, anche in centro.

Ricordo il caldo tropicale, il verde prepotente che pervade tutta la città, anche nei posti più impensati, e le lunghe passeggiate tra i vicoli dell’isola di Gulangyu, dove ammiravo la vegetazione semiselvatica, le foglie enormi e le radici nodose degli immensi baniani (da non confondere con i banani, pur caratteristici dell’area di Xiamen) che stritolano muri e selciati, a poi le piante di papaia e di mango nei giardini e lungo le strade cittadine. Molti non lo sanno, ma Xiamen ha una propria specie di tigre, conosciuta come “panthera tigris amoyensis” (da “Amoy”, il nome di Xiamen in Hokkien, l’idioma locale). Fino agli inizi del secolo scorso era ancora possibile scorgerla nelle campagne circostanti.

Ancora oggi la polizia è chiamata a rimuovere pitoni di 3 metri quando sconfinano nel giardino di qualche malcapitato. Ricordo quando un amico ha dovuto chiamare aiuto a causa di un cobra: riposava tutto tranquillo sul pianerottolo di casa sua. E’ questo per me uno degli aspetti più affascinanti di Xiamen: la sua anima selvatica che ogni tanto fa capolino a ricordare il recente passato. Un’altro aspetto interessante di questo posto è l’atmosfera esotica che si respira in alcuni dei suoi angoli più caratteristici. Ci sono strade e costruzioni il cui stile ricorda molto certi posti della Malesia e Thailandia, soprattuto nel vecchio quartiere portuale e sull’isola di Gulangyu. Anche la lingua ha una connotazione esotica essendo molto diversa dal mandarino. L’Hokkien è parlato dai Cinesi della diaspora del sud est asiatico, ed è stato piacevole riascoltarlo durante i miei viaggi in quei paesi. Pochi ne sono al corrente, ma la parola tè proviene proprio dall’Hokkien, e fu introdotta in occidente dai mercanti di questa pianta. Mia moglie la pronuncia esattamente come noi italiani, o meglio, siamo noi italiani a pronunciarla in Hokkien, senza saperlo.

Ma il motivo principale per cui riservo a Xiamen un posto particolare nel mio cuore è mia moglie. L’ho conosciuta qui ed è stato il classico colpo di fulmine. Ricordo bene la sera in cui ci incontrammo, era la vigilia di Natale e con i miei amici di università decidemmo di festeggiare in un locale notturno, ma di natalizio non aveva assolutamente nulla, a parte le cameriere con il cappellino da Babbo Natale. Lei era lì con un’amica e non appena la vidi ballare mi colpì a tal punto che decisi di conoscerla. Aveva 19 anni e quella sera con me fu abbastanza timida e distaccata, mi confessò in seguito che le piacqui fin da subito, ma allora non sapeva se fidarsi o meno di uno straniero. Adesso ridiamo ricordando quei momenti impacciati. Riuscii a conquistare la sua fiducia nelle settimane seguenti, quando facevamo lunghe passeggiate serali costeggiando il mare a Gulangyu, quando era ancora un’esperienza romantica e non c’erano le orde di turisti che adesso infestano ogni angolo dell’isola. Insomma, in breve iniziammo la relazione sfociata nel nostro matrimonio, celebrato la scorsa estate.

Poi da Xiamen ti sei trasferito a Nanchino…

Nel 2009 ricevetti una proposta di lavoro interessante, avrei dovuto insegnare a Nanchino. La prima volta ci sono andato da solo, per pochi mesi. Lo stipendio era decisamente migliore di quello di Xiamen, per questo, dopo vari tentennamenti, presi la decisione di trasferirmici definitivamente, questa volta con mia moglie che, all’epoca era ancora la mia ragazza.

La vita nanchinese era scandita dai ritmi del campus: lezioni, mensa e dormitorio. I weekend liberi li ho passati ad esplorare il centro e la città. In totale ho insegnato in tre università, sempre per lo stesso datore di lavoro. Ho conosciuto pochi stranieri e un solo italiano, il titolare della pizzeria dove mi recavo spesso. E’ stato un periodo tranquillo, completamente diverso dalla vita pechinese o di Xiamen. Lavoro a parte Nanchino è il posto dove mi sono trovato peggio, grande città con molta storia e cultura sì, ma senza mare e con un clima osceno. Ci ho vissuto fino al 2011. Ho passato l’inverno con il cappotto fuori e dentro casa, l’ho consumato! C’è qualcosa che non va in una città in cui ti devi vestire con il cappotto anche in casa! L’inquinamento era un grosso problema. E se in inverno congelavi anche in casa con il cappotto, in estate si moriva di caldo. Non potendo andare al mare, finivo col rinfrescarmi nei centri commerciali, non esattamente la stessa cosa. E poi la vista delle acque limacciose del fiume Yangtze mi deprimeva. La nota positiva è che a Nanchino ho mangiato i migliori spaghetti tirati dello Xinjiang, una buona pizza e ottimi piatti locali, poi gli studenti erano in gamba. Ma appena potevo, volavo a Xiamen.

E poi come sei arrivato a Yantai?

Non vedevo l’ora di andarmene da Nanchino e, quando ricevetti la proposta di lavoro come insegnante a Yantai, la presi al volo.

Sono arrivato a Yantai nel 2011, ancora una volta attratto dal mare. Yantai si affaccia sul Mar Giallo. Non è il mare della Puglia ovviamente, è più simile ad una zuppa cinese: ci galleggia di tutto. Ma mi sono adeguato presto. Del resto è meglio del mare di Xiamen, dove ho visto – e talvolta nuotato – fra carcasse di animali morti ed ogni sorta di detrito immaginabile. Qualche mese fa, sulle spiagge di Xiamen hanno raccolto una settantina di maiali morti…qui per fortuna non è successo niente di tanto eclatante. Insomma, non è peggio di Rimini (cito le parole di mia moglie).

In origine, la città era conosciuta con il nome di Chefoo. La zona portuale, tra fine Ottocento e primo dopoguerra, era abitata in prevalenza da stranieri: prima inglesi, poi tedeschi e giapponesi. Di quel periodo sono rimaste ancora alcune vecchie dimore dall’architettura interessante, vicino al porto, e ogni tanto vado a fare una passeggiata da quelle parti, perché è l’unica zona che conserva ancora qualcosa di storico e vagamente attraente. Per il resto Yantai è uguale a qualsiasi altra città cinese: palazzoni, centri commerciali, caos e tanti KFC.

La città è conosciuta soprattutto per il vino, infatti qui ha sede l’azienda vinicola nazionale più famosa, la Zhang Yu. C’è persino il museo del vino e il governo provinciale sta costruendo, nelle campagne limitrofe, degli “château” sulla falsa riga di quelli francesi, costruzioni immense molto disneyland, ma si sa, ai cinesi piace il kitsch. A pochi minuti da casa mia per esempio, c’è un intero quartiere sul mare costruito in stile nord europeo, sembra più un villaggio danese che lo Shandong.

Noi viviamo vicino all’università dove lavoro, in un bel quartiere con colline verdi lungo la costa. Durante la stagione calda passiamo molto tempo in spiaggia e spesso, nella lunga pausa pranzo, riesco a fare una nuotata prima di tornare al lavoro. Si vive semplicemente. Nel tempo libero faccio ginnastica all’aperto o vado a mangiare fuori. Vivere in una città di seconda o terza fascia ha i suoi vantaggi e svantaggi. Un vantaggio, almeno io lo considero tale, è che sei fuori dal microcosmo di occidentali e questo facilita sia lo studio della lingua sia l’immersione nella realtà circostante. Inoltre, almeno qui a Yantai, i ritmi di vita sono più rilassati e il traffico rimane, per ora, a livelli umanamente sopportabili.

Parlaci del tuo lavoro a Yantai

Insegno italiano dal 2007, è un lavoro che mi piace molto e che faccio con passione. Questa mia vocazione l’ho scoperta vivendo in Cina, in quanto la mia formazione era completamente diversa: ho lavorato per anni nel settore alberghiero, e per questo ora mi sto laureando in Letteratura Italiana.

Devo purtroppo riconoscere che, nel corso degli anni, il livello qualitativo degli studenti cinesi è diminuito. Io non insegno italiano nei corsi di laurea in italianistica, dove chi studia ha o dovrebbe avere un interesse forte verso l’Italia. Insegno invece agli studenti del progetto Marco Polo/Turandot. Questo progetto è nato diversi anni fa dalla collaborazione fra il governo italiano e quello cinese per permettere agli studenti cinesi di frequentare l’università in Italia e vedersi riconosciuto il titolo di laurea qui Cina.

Gli studenti cinesi non devono pagare le tasse universitarie. Il requisito essenziale per accedere al programma è avere un voto sufficiente all’esame di maturità (il gaokao, necessario per accedere all’università cinese) e parlare italiano. Per quest’ultimo aspetto, entro in gioco io. I partecipanti al progetto devono fare un corso di lingua in Cina per un semestre, e poi continuare in Italia per un altro semestre, al termine del quale faranno un test di lingua. Passato il test, avranno accesso all’università. Di solito questi corsi in Cina sono organizzati dalle università o da agenzie per lo studio all’estero che si appoggiano agli atenei. Io lavoro all’interno di un’università, e il mio datore di lavoro è un agenzia di questo tipo. Lavoro tutto l’anno perché ho anche studenti interessati a frequentare i corsi di laurea specialistica, e non fanno parte del progetto Marco Polo. Il problema del programma Marco Polo è che permette virtualmente a chiunque di andare in Italia a studiare, anche a chi non è minimamente interessato a fare questa esperienza. Il voto finale minimo del gaokao per accedere al programma è abbastanza basso, e l’idea di andare in Italia dove studiare costa molto meno che in Australia o negli Stati Uniti è allettante. A volte è la sola opportunità per fare studiare all’estero un figlio sfaticato che, con un voto di maturità molto basso non riesce ad accedere alle università cinesi migliori. Questo si traduce in un’affluenza di studenti poco dotati, svogliati e per niente interessati all’Italia. In classe solo una piccola parte di studenti si applica veramente, la maggioranza invece studiacchia o giocherella con il cellulare. Per il corso di lingua e l’assistenza alle pratiche per l’espatrio le loro famiglie pagano profumatamente le università o le loro agenzie. Di conseguenza noi insegnanti siamo scoraggiati dai nostri datori di lavoro ad essere severi, per il loro timore di perdere clienti [N.d.R. sento dire che questo sta succedendo sempre più anche nelle scuole italiane, persino nelle pubbliche…]

Questo crea una situazione in cui lo studente ha molto potere e poca maturità per utilizzarlo (sono ragazzi molto viziati e arroganti), e lo esercita nei confronti della scuola, minacciando di fare cattiva pubblicità o chiedere un rimborso.

Una volta in Italia, questi ragazzi raramente studiano con successo, protraendo gli anni di studio o addirittura abbandonando l’università. Parecchi di loro poi si chiudono in quelle che chiamo le ‘Chinatown universitarie’ (più un modo di vivere che un vero e proprio luogo fisico), non si integrano con gli altri studenti vivendo sempre fra cinesi. Lentamente questi studenti si stanno guadagnando una fama tutt’altro che lusinghiera nei nostri atenei, che penalizza quelli che invece s’impegnano veramente. Per fortuna, questa minoranza esiste, di solito sono studenti della specialistica, ma anche diversi ragazzi del Progetto Marco Polo. La differenza tra questi studenti e gli altri è l’apertura mentale e la disponibilità ad integrarsi con la popolazione studentesca italiana e straniera, partecipando ad attività e frequentando amici non solo cinesi. Ammetto di lavorare solo per loro, e noto che una volta in Italia i successi universitari non si fanno attendere. Spesso sviluppo un rapporto di amicizia con questi ragazzi, specie con i più maturi, e mantengo i contatti con loro attraverso i social network. E’ interessante vedere il proprio paese attraverso i loro occhi, e leggere tra le righe dei loro commenti le critiche e le perplessità nei confronti dell’Italia. A volte rimango affascinato dal loro modo di vivere l’Italia, a volte invece rimango deluso dalle occasioni che perdono per apprezzarla appieno.

Tu sei sposato da un anno con una ragazza di Xiamen. Avere una moglie cinese, ti ha aiutato per integrarti meglio in città in cui non avevi nessuno e in cui la comunità straniera è piuttosto esigua?

 

In amore sono stato fortunato. Mia moglie, oltre ad essere molto carina, ha un buon carattere e soprattutto è romantica, qualità rara nelle donne cinesi.

Ci siamo sposati senza fretta, dopo essere stati insieme per diversi anni, e non ho dovuto comprare la casa, un must richiesto all’aspirante marito di una donna cinese! Siamo entrambi convinti che al momento la casa non ci serva.

Avere un partner cinese indubbiamente facilita la vita anche nel disbrigo di cose quotidiane che da noi in Italia sarebbero semplici, ma che in certe città cinesi diventano complesse, anche solo chiamare un idraulico quando si rompe un tubo e ti allaga la casa.

Riguardo all’integrazione nella società cinese, hai toccato un tasto dolente. Come marito sei accettato in famiglia, ma all’esterno del nucleo di familiari più stretti come i genitori, eventuali fratelli, nonni, resterai sempre uno straniero. E’ una realtà di cui ho preso atto da tempo. Non è un caso che, dopo nove anni, posso dire di avere, forse, tre amici cinesi. Trovo molta difficoltà nel relazionarmi con gli uomini della mia età. In modo particolare qui al nord, siamo su due mondi opposti. Con le donne è un po’ diverso, specie con quelle del sud. Trovo che siano molto più aperte ed anche parecchio più sveglie. Ma spesso anche loro, dopo una gravidanza e dopo i trent’anni, iniziano a cambiare. In generale, trovo che i cinesi siano sedati a livello emozionale e i giovani, lo vedo con i miei studenti, mancano di creatività e di quel po’ di sana incoscienza giovanile che potrebbe far cambiare molte cose. Alla fine, il loro unico obiettivo è fare soldi. Non c’è niente di male in questo, ma quando è l ’unica ragione di vita si finisce col diventare un tantino aridi. A me lo dicono senza troppi problemi: “Professore, voglio solo fare soldi, un sacco di soldi. Quale corso di laurea mi consiglia?”

Oltre a te, vivono altri italiani a Yantai?

Qui non conosco altri italiani e gli occidentali sono molto pochi per una città di quasi sette milioni di abitanti. Se li frequenti troppo, ti riduci a vivere in un ‘paesino’ di poche centinaia di abitanti dove tutti sanno tutto di tutti. Io non vado alla ricerca spasmodica di connazionali, se ne incontro qualcuno simpatico e interessante, bene, in caso contrario preferisco starmene con mia moglie o con qualche altro occidentale. Il problema degli italiani in Cina è che spesso sono poco adattabili, ripetitivi e si lamentano troppo. Penso che queste caratteristiche dipendano molto anche dall’età e dal motivo per cui sono venuti in Cina. In genere, mi trovo più a mio agio con le persone interessante alla cultura del posto.

Yantai non è proprio il posto ideale per chi ama locali notturni di un certo livello o avere un’ampia scelta di ristoranti internazionali. Non c’è il Bar Rouge o il M1nt, per intenderci. Il passatempo preferito dei locali è spaccarsi il fegato con alcolici nei bar fumosi del centro o fare un barbecue in spiaggia d’estate. Gli uomini sono uno spasso, a patto di osservarli a debita distanza: più grassi della media cinese e fieri di esserlo, tanto che ogni occasione è buona per esibire con orgoglio la pancia prominente arrotolandosi l’immancabile canotta della salute fino alle ascelle. Hanno la salutare ma letale abitudine di mangiare aglio crudo, compreso il mio capo. Ieri sera ad esempio, mentre ero “a tavola” con mia moglie sui tipici sgabellini di una rosticceria all’aperto, un gruppo di signori parecchio brilli ha avuto la simpatica idea di fare pipì davanti a tutti, a turno, sul muro a due metri dai tavoli e dai nostri occhi! Subito dopo uno di loro mi ha invitato a bere, cosa che ho evitato, ma ha voluto stringermi per forza la mano in segno di amicizia fra i popoli (sue letterali parole). Ho continuato a mangiare con la mano sinistra. Bisogna prenderla con filosofia da queste parti, o impazzisci.

Un problema tipico di posti come Yantai è la solitudine e l’isolamento dei single occidentali. Se sei una donna, poi, è davvero difficile vivere qui, a meno che non ti piaccia l’uomo orientale che da queste parti, come accennavo prima, notoriamente è mooolto poco raffinato. Per gli uomini occidentali, invece, è più facile trovare compagnia.

Un altro problema a Yantai è trovare alimenti importati. Qui abbiamo solo la Metro che ne offre una selezione ridotta, quindi compriamo tanta roba on-line. Si trova di tutto, persino la farina per fare la focaccia pugliese (ormai mia moglie è un’esperta). Ma è necessario sapere il cinese o farsi aiutare.

Ci sono degli episodi surreali che ricordi in questi tuoi anni di Cina di frontiera?

Di esperienze strane in Cina ne ho vissute tante, alcune divertenti altre meno.

Caldo afoso, viaggio-incubo in un pullman con cuccette diretto a Canton per il visto di mia moglie (allora eravamo ancora fidanzati). Guasto al motore nel cuore della notte. Scendiamo. La buona sorte fa passare un altro pullman per Canton che riusciamo a fermare e prendere al volo. Ci fanno sedere per terra nel corridoio impiastrato di ogni schifezza immaginabile (il bagno era a un metro da noi). Si guasta anche il secondo pullman. L’autista fa scendere tutti gli uomini, la metà dei quali in mutande, che iniziano a spingere il pullman sull’autostrada per metterlo in moto a strappo! A Canton siamo andati direttamente in consolato, eravamo in condizioni indescrivibili, con quattro ore di ritardo all’appuntamento. E a mia moglie quella volta non concessero il visto.

Altra disavventura. E’ notte. Il taxi fora una ruota a Qingdao. Si ferma all’imbocco di un tunnel nella corsia centrale della tangenziale, su un pendio nascosto dalla vista dei veicoli in arrivo. L’autista ci assicura che non c’è problema e si mette a cambiare la ruota lì, in mezzo alla strada, a luci spente, senza triangolo, fumando e imprecando, mentre tir, pullman e ogni sorta di veicolo ci scansa per un soffio suonando forsennatamente il clacson. Io e il mio amico ci alziamo e scappiamo oltre il guardrail sperando che non succeda il peggio a questo tassista kamikaze.

Il gentile signore che, nonostante i miei ripetuti rifiuti, insiste per massaggiarmi le spalle mentre faccio pipì nella toilette di un locale notturno di Pechino, Zhengzhou, Xiamen…è una delle esperienze più surreali. [Questa pare che sia un classico dell’horror nei bagni degli uomini in Cina, ovviamente dal punto di vista dei “maschi” stranieri N.d.R.]

E per chiudere in bellezza… Qualche volta ho fatto il modello per ditte di abbigliamento cinesi. Non me ne vanto, è forse il lavoro più immeritato che abbia mai fatto, ma se qualcuno è tanto pazzo da pagarmi per un mestiere che nessuno sano di mente mi darebbe in occidente…non protesto mica!

Però una volta è finita male. Mi chiamano per un lavoro di qualche ora. Il titolare dell’azienda di abbigliamento per cui dovevamo fare le foto litiga con la titolare dell’agenzia di modelli. Eravamo in un posto sperduto in mezzo alle campagne del Fujian, per il servizio fotografico del nuovo catalogo. Questo imprenditore, una specie di signorotto locale, si rifiuta di riportarci a Xiamen (2 ore d’auto) finché non avrà ricevuto un rimborso. Morale, tutti noi ‘modelli’ siamo tornati a casa il giorno seguente, dopo aver passato la notte all’addiaccio, belli truccati, pettinati e imbellettati, ai bordi di una strada di campagna scassatissima. All’alba i contadini che passavano non credevano ai loro occhi (c’erano anche due biondine russe notevoli, con tanto di tacchi alti).

Ti piace ancora la Cina dopo nove anni?

Penso che, superata l’euforia dei primi anni, inizi a vedere tutto con occhi diversi. Lo scintillio della Cina ultramoderna meraviglia di meno. Le serate alcoliche con i cinesi non divertono più e inizi a grattare sotto la superficie luccicante per osservare più in profondità. Ed io ho scoperto di NON amare questo paese come credevo. Lo ammetto, la società cinese non mi attrae molto, ci sono troppe cose che non mi piacciono, e non parlo di semplici differenze culturali che invece posso accettare. Parlo di una società poco sana e molto immatura. Mi preoccupa il nazionalismo esasperato che non porterà a nulla di buono, mi irrita l’arroganza dei nuovi ricchi e il loro considerarsi al di sopra di tutto, legge compresa.

Qui mi intristisce la scarsa considerazione della vita umana, e non mi riferisco necessariamente ai diritti umani, ma al rapporto che lega le persone della società civile nella vita di tutti i giorni. La freddezza cinica dei cinesi mi raggela.

Non mi vedo qui per sempre. Mia moglie è la ragione per cui rimango, e direi che è un’ottima ragione! Ma anche lei ha espresso il desiderio di spostarsi, è consapevole dei punti deboli di questa società che basa il successo su troppi compromessi. Un eventuale figlio non lo crescerei qui. L’Italia negli ultimi anni mi manca di più, specie i colori della Puglia, del mare e del cielo, che qui hanno tonalità spente o completamente sbagliate (il cielo ocra sopra Nanchino e Pechino, l’azzurro sbiadito dappertutto, la foschia perenne). Mi piacerebbe continuare a fare il mio lavoro in Italia insegnando l’italiano agli stranieri. Ci sono molte persone interessate alla nostra cultura e che si spostano per conoscerla. Ecco, insegnare in una classe multiculturale sarebbe fantastico, in passato l’ho fatto e la sensazione è stata molto appagante. Ma non penso solo all’Italia. La prossima meta? Non ne ho idea. Ma ho una cugina che si è da poco trasferita in Messico, e mi ha invitato lì per un breve soggiorno… che sia arrivata l’ora di spolverare la muta?

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