Nel Guizhou: alla scoperta di cascate e di civiltà estinte

All’aeroporto di Guiyang ci aspetta un ragazzo con un cartello in mano e un cerchietto nei capelli. E’ l’ora del tramonto. Nel parcheggio, c’è il nostro autobus, uno squarcio di cielo rosaceo e batuffoli di nuvole. Le fotografiamo e le postiamo subito su WeChat: non siamo più abituati ai tramonti né ai colori del cielo.

Mi trovo nel Guizhou, la provincia più povera della Cina, al seguito del gitone aziendale fantozziano del mio ufficio. Un week end – secondo le intenzioni degli organizzatori – da trascorrere nella natura, per ammirare la bellezza delle cascate più grandi dell’Asia: le cascate di Huangguoshu o più poeticamente le “cascate dell’albero dai frutti gialli”. In pratica sarà una full immersion nel turismo di massa cinese. Code sovietiche, dietro a una guida con bandierina e microfono, souvenir di plastica, voci sguaiate, spintonamenti, trenini elettrici… Tutto fuorché bucolico.

Le minoranze etniche, che per me sarebbero state la prima ragione per visitare il Guizhou, le bypasseremo con nonchalance, ma in compenso, nel villaggio di Tianlong, scopro i Tunpu, antichi Han, discendenti da truppe di soldati inviati dal primo imperatore Ming, seicento anni fa, per marcare il territorio e fare fuori la dinastia mongola degli Yuan.

Ma andiamo con ordine.

Guiyang by night

Scocca l’ora della cena e, prima ancora di andare a fare il check-in in hotel, il nostro bus ci scarica in un ristorante “tipico”. Delle ragazze Han travestite da donne Miao, sono appostate sulla soglia, non facciamo in tempo a scendere dal bus, che ci accolgono con un rullio di tamburi e cantilene. Veramente trash.

La cena è piccante, ma mi piace. E comunque evito le zampe di maiale.

Dopo cena, check-in veloce in albergo e appuntamento con alcuni colleghi più avventurosi per andare a esplorare Guiyang. Trovare un taxi è impossibile e, alla fine, optiamo per un autista abusivo che, per meno di due euro, ci porta in centro.

Siamo anni luce dallo scintillio di Shanghai. Guiyang mi ricorda vagamente la Chongqing che ho visto sei anni fa. Un ammasso disordinato di grattacieli costruiti male e mantenuti ancora peggio, sopraelevate lasciate a metà, cantieri, gru, polvere, siti in costruzione ovunque, insegne per lo più in cinese. L’Occidente è lontano. Guiyang è a 1000 metri sul livello del mare, ma non mi dà la sensazione di una città di montagna. E’ una città cinese caotica e per nulla a misura d’uomo: urbanizzazione selvaggia, traffico folle. E’ venerdì e sembra che tutti si siano dati l’appuntamento nel centro di Guiyang. A fare che? A sedersi in compagnia, a un tavolaccio di legno, su marciapiedi poco illuminati, a bere birra e a sgranocchiare noccioline. Camminiamo senza una meta precisa e, a tratti, il peperoncino evapora da qualche pentola wok di ristoranti di strada e ti chiude la gola. Attraversiamo l’odore sgradevole del tofu, venduto da ambulanti. C’è una strada del cibo, dove si vende anche carne di cane o pesce ancora vivo in bacinelle di plastica.

http://blogs.china-files.com/italianidifrontiera/2015/09/24/nel-guizhou-alla-scoperta-di-cascate-e-di-civilta-estinte/

Beryl ci vuole portare al Soho, una discoteca frequentata da bulli e pupe locali. Il Soho è un edificio in mattoni rossi, pateticamente inglese, che spunta come un fungo nel mezzo di un quartiere fatiscente.

Mi affaccio. La musica è assordante. Due ragazzi si stanno esibendo in un ballo sul palco, sotto luci stroboscopiche verde mela, davanti a tavolini, a coppiette, a vistose bottiglie di superalcolici e gusci di frutta secca.

Resisto dieci minuti scarsi e poi salgo con Theresa su un altro taxi abusivo che mi riporta in hotel.

Nella lobby dell’hotel, affondo su una poltrona di pelle bianca e finta, di dimensioni esagerate e di dubbio gusto. Aspetto una chiamata, mentre una nuvola di fumo di decine di sigarette si sposta verso di me, da un gruppo di cinesi dall’aria vagamente criminale, seduti in un angolo buio della lobby. Chissà di cosa discutono nella notte di Guiyang.

Le cascate

Seguo il gregge. Colazione in un hotel affollatissimo. Intravedo al buffet, frastornato anche lui, l’unico occidentale incrociato a Guiyang, vestito di bianco, con barba e capelli grigi. Sono molto tentata di chiedergli cosa ci faccia in una città come questa, ma mi concentro sulla mia omelette e su una specie di cappuccino, servito da una macchinetta automatica. Ho un quarto d’ora scarso per fare colazione e ripartire alla volta delle cascate, in direzione di Anshun.

La guida non sta zitta un attimo. Due ore di autobus e ci lascia una tregua di mezz’ora scarsa.

I miei colleghi dormono, alcuni si coprono la faccia con un giubbotto, con quella solita rassegnazione cinese. Lo sanno benissimo anche loro che l’automa sta recitando a memoria una parte e non dice nulla di rilevante.

“Ma perché non smette di parlare ?” – chiedo. “E’ il suo lavoro” – mi risponde pragmatica Samantha.

Fotografo il paesaggio desolante attraverso il finestrino. Come si può vivere in una città tanto brutta? E come si può costruire e progettare così male una città?

Le cascate promettono malissimo. Mentre ci avviciniamo alla destinazione, per almeno un kilometro, ci sono autobus turistici parcheggiati in doppia fila.

Ci scaricano su un piazzale e ci ingiungono di metterci in coda dietro alla bandierina verde.

L’ultima volta che ho fatto una coda così lunga, è stato questa primavera ad Hanoi, per vedere la salma imbalsamata di Ho Chi Minh. Era una coda silenziosa, ordinata, educata. Qui, invece, è l’esatto contrario. Cerco di polverizzarli con lo sguardo, ma temo che nemmeno il lanciafiamme servirebbe.

Finalmente varchiamo la soglia. La visita comincia dal Ponte del Cielo e delle Stelle (Tianxingqiao), nome altisonante per una foresta di pietra e di bamboo, affollata come un centro commerciale il sabato pomeriggio.

Per circa un’ora, cammino su pietre appoggiate sul letto di un ruscelletto, dove sono incise delle date. Cerco di non scivolare nell’acqua. Il rischio è alto, anche perché la folla di turisti, molti di mezza età, ma scatenatissimi, spinge ed è maldestra. Friggo. E i miei colleghi non si capacitano che non possa provare un piacere immenso a trovare su quelle pietre, scivolose come una saponetta, la mia data di nascita e saltarci tre volte sopra come impone la macumba locale.

Attraversiamo gole affollatissime, ingorghi nei boschi, tra liane vere e ametiste sintetiche, vendute dagli ambulanti insieme a fischietti, spugne, uova sode, braccialetti e altra paccottiglia.

Dopo un pranzo in un ristorante “tipico” di una minoranza “etnica”, ci trasferiamo alle cascate di Huangguoshu. Ripidissime scale mobili ci aiutano in questa discesa agli inferi. Arriviamo su una terrazza di cemento e ci dirigiamo verso le cascate. Il cielo è bianco latte. Il verde intorno è smorto. I turisti non guardano. Fotografano e si fanno fotografare. Il rumore dell’acqua delle cascate si confonde con urla e schiamazzi: il modo migliore per contemplare la natura.

La scoperta dei Tunpu

L’ultimo giorno riserva una sorpresa: i Tunpu. Il bus ci scarica nel villaggio di Tianlong, di recente restaurato per essere lanciato turisticamente. L’attrattiva del luogo sono i tunpu, i discendenti di antichi soldati han, mandati seicento anni fa in Guizhou dal primo imperatore Ming, per sedare sommosse e cominciare a mettere un po’ di paletti per sfrattare la dinastia Yuan.

Queste truppe si stabiliscono nella zona, costruiscono villaggi in pietra, lavorano nelle campagne e oggi ci lasciano donne in costume tradizionale che ricamano scarpe e portano una fascia bianca o nera in testa, a seconda che abbiano o meno la prole sposata.

Non ho ben capito se i tunpu ci sono o ci fanno. Voglio dire: ma si vestono proprio così o lo fanno solo per attrarre turisti, che peraltro ancora latitano?

A Tianlong, con i tunpu, mi riconcilio un minimo con il Guizhou. Passeggiamo tra stradine lastricate e case di pietra, in un’atmosfera di altri tempi. Seguo Huang Ye, una mia collega convertita al buddismo, in un tempio in cui si praticano buddismo, taoismo e confucianesimo. Ci facciamo fare una benedizione tripla in grande stile, da delle rugosissime ed allegre vecchiette tunpu. Accettano offerte, ci accendono candele e incenso e ci salutano con un sorriso.