Circuiti stampati

E’ la mia prima volta a Foshan. La prima volta che metto piede in una fabbrica di circuiti stampati, quelle schede verdi, simili a città del futuro in miniatura che si trovano dentro il tuo computer, nel tuo orologio subacqueo, nel tuo iPad o dentro la centralina del gas. Sono praticamente ovunque, anche se non le vedi… Uno dei prodotti tecnologicamente più complessi.

Roberto e Razvan mi danno un camice bianco usa e getta. Entro in un film di Besson. Operai dietro i vetri, alle prese con bromografi, fotoincisioni, piastre ramate, vasche di acidi e di acqua, oro e sali di cianuro.

Un ingegnere rumeno come capo, uno stage di un anno all’ONU di New York, un Erasmus in Spagna, un’esperienza di lavoro a Tel Aviv, la passione per l’informatica fin da bambino, una laurea in Economia Industriale… e poi la Cina.

Roberto Campri, a trentadue anni, è direttore commerciale per la sede cinese di Elco Group, multinazionale dei circuiti stampati con sede in Abruzzo, che a Foshan ha uno stabilimento di circa trecento persone.

Foshan, sud della Cina, è una città satellite di Canton: sette milioni di abitanti. Una città uguale a tante altre, che vanta una storia antica lasciata alla tua immaginazione. La città delle arti marziali (c’è un parco dedicato a Bruce Lee), la città dell’industria ceramica, la città da cui è partito Giorgio Bettinelli nel suo “All China Tour”, per scrivere il meraviglioso “La Cina in Vespa“. Gru, cantieri, cemento, autostrade a quattro corsie e carretti.

Ci vivranno una trentina di italiani, che per lo più lavorano in Piaggio, Magneti Marelli e SACMI.

“Noi possediamo una rete gigantesca di informazioni a cui non abbiamo quasi nessun accesso. […] Lo stadio successivo sarebbe probabilmente il controllo di altre persone, ma per questo dovremmo accedere ad almeno il 40% delle nostre capacità cerebrali. Dopo il controllo di noi stessi e di altri ci sarebbe il controllo della materia. Ma adesso stiamo entrando nel regno della fantascienza. E ne sappiamo tanto quanto un cane che guarda la Luna”. (Samuel Norman in “Lucy” di Luc Besson)

Roberto, tutto è cominciato per caso, da un incontro con un americano che lavorava alla FAO e frequentava il ristorante della tua famiglia ad Albano Laziale…

Sì, sono cresciuto ai Castelli Romani e probabilmente sarei rimasto un provinciale, se non fosse stato grazie a uno di quegli incontri casuali che ti cambiano la vita.

Jim lavorava alla FAO, viveva ad Albano e frequentava il bar gelateria dei miei. Si sedeva in giardino, tra fiori, piante e aria pura, si prendeva un caffè lungo e si faceva una chiacchierata su questioni di informatica con un ragazzino un po’ secchione che viveva lì. Passai molti pomeriggi a parlare con lui e fu così che cominciai, tra l’altro, a masticare un minimo d’inglese.

Un giorno si presentò con un computer e mi disse: “Se da questa macchina riesci a realizzare un piccolo server Linux, ti faccio una sorpresa”. Dopo un mese, gli riconsegnai il computer pronto e lui chiese ai miei genitori di farmi studiare e lavorare per le Nazioni Unite per un anno a New York.

I miei acconsentirono immediatamente. Era il 2001. Avevo diciotto anni. Mi sembrava un sogno. Era il mio primo viaggio fuori dall’Europa. All’inizio, l’impatto con New York fu molto forte, ma mi abituai presto. Al mattino, lezione, al pomeriggio lavoravo ad un progetto per le telecomunicazioni con l’India.

La borsa di studio era di cinquecento dollari al mese. Facevo colazione in mensa e prendevo qualcosa anche per mangiare la sera e a pranzo. Non avevo molti soldi. Tornai in Italia con 15 kg in meno, che non fu nemmeno così male, visto che ero partito un po’ sovrappeso 🙂

New York è una città che lascia il segno. Tornato in Italia, tutto mi stava stretto.

Dopo un diploma in ragioneria, iniziai a Roma l’università (Economia) da non frequentante, viaggiando, lavorando occasionalmente e interessandomi sempre di più al mondo tecnologico industriale.

Dopo New York, ho lavorato in Spagna, Inghilterra, Germania e Italia, ma il vero salto qualitativo, a livello professionale, l’ho fatto lavorando nel settore elettronico a Tel Aviv.

Sicuramente nella vita un pizzico di fortuna aiuta, però, parlando con te, ho avuto la netta sensazione che tu abbia un bagaglio di conoscenze tecniche che in pochi hanno, soprattutto alla tua età. Che cosa consigli a chi voglia venire a lavorare in Cina come hai fatto tu?

Per prima cosa un buon libro da leggere per affrontare le quattordici ore di aereo 😉 Scherzi a parte, credo che l’importante sia buttarsi. Molto spesso rimaniamo ancorati alle nostre abitudini, comodità, piccole o grandi certezze e non andiamo in cerca di un confronto con qualcosa di nuovo che ci faccia crescere.

Oggi, se vuoi essere considerato una risorsa in Cina, devi rimboccarti le maniche, studiare, aggiornarti, essere forte in una specialità che altri non hanno, essere pronto a confrontarti con profonde differenze culturali, anche nel fare business, oltre che nella vita personale.

Senza competenze molto specifiche e senza un costante aggiornamento, sei immediatamente estromesso dal settore dell’hi-tech.

L’università mi ha insegnato a capire prima e realizzare poi sistemi di gestione aziendali e industriali. Sul lato tecnico, ho avuto la fortuna di poter imparare dai migliori ingegneri e tecnici del pianeta.

Il mio profilo è un mix: sono al tempo stesso un tecnico in un settore di nicchia e ho una formazione da economista che mi permette di sviluppare nuovi progetti commerciali. In pratica faccio il lavoro che di norma è fatto da due diverse figure professionali.

L’Italia è conosciuta nel mondo per il design, la moda, il vino e il buon cibo, ma i numeri degli scambi commerciali si fanno con i macchinari e le tecnologie. Sono ormai cinque anni che tu lavori in Elco. Che cosa consigli a un ragazzo come te che pensa di venire a lavorare o magari ad investire in Cina?

In effetti, al di là delle apparenze, esistono in Italia ancora molti settori di nicchia in cui siamo all’avanguardia nel mondo.

In un iPhone trovi tecnologia italiana. La Stazione Spaziale Internazionale è in gran parte italiana. Dietro gli armamenti tecnologici americani c’è moltissima tecnologia Italiana.

Peccato che i media non lo evidenzino abbastanza. Anche i giovani, preferiscono puntare a MBA altisonanti del mondo del lusso, quando magari troverebbero più facilmente un lavoro se si prendessero un diploma da perito meccanico o elettronico e imparassero un “mestiere”.

Non mi sento di dare giudizi o consigli specifici su corsi di studio o carriere, ma posso solo dire che nel mondo globale c’è poco spazio per il fumo, quel che conta sono i fatti e i numeri.

Devi essere consapevole di quello che sai fare, di quello che ti piace fare e partire da lì, per migliorarti di continuo, visitando altre università – anche solo in Europa – o lavorando in altri Paesi, per capire se sei in linea con il contesto globale. Il confronto con altre realtà al di fuori dell’Italia è importante.

Alcuni arrivano in Cina con la presunzione che che già solo questa cosa in sé sia segno di gloria e ricompensa. Quei tempi sono finiti da un pezzo.

Il mix perfetto, secondo me, è studiare, viaggiare, imparare e lavorare. Il resto viene da se.

Foshan ha più di sette milioni di abitanti, è la terza città del Guangdong, due ore di treno da Hong Kong e mezz’ora di taxi da Canton (se non c’è traffico). Raccontaci di questa città e di come vivi lì

Foshan è una città satellite di Guangzhou, in quaranta minuti di metropolitana sei nel centro di Guangzhou. Come tutte le città cinesi, è grandissima. È una delle prime dieci per PIL, ma offre benefici che le altre grandi metropoli cinesi non offrono. E’ a “misura d’uomo” (N.d.R. Ma sei pagato dalla proloco?), non è troppo affollata, c’è molto verde (N.d.R. rispetto a Wuhan, forse…) e poco traffico (N.d.R. rispetto a Genzano…).

Foshan offre anche collegamenti diretti con Hong Kong via bus, treno e traghetto. Non è isolata per nulla ed è considerata una meta prediletta degli hongkonghini per passare il week end o trasferirsi (N.d.R. francamente: una scelta poco condivisibile). Ammetto, non è Shanghai, ma Shanghai non è neanche Cina.

Ci sono grandi aziende italiane che hanno uno stabilimento a Foshan: Piaggio, Sacmi, Magneti Marelli… La comunità Italiana non è grande, ma abbiamo i nostri punti di ritrovo, anche se ci manca qualcuno in grado di fare un buon caffè.

Durante la settimana ho veramente poco tempo da dedicare agli svaghi. Lavoro dieci ore al giorno, dalle 9 di mattina alle 7 di sera. Nel tempo rimanente vado in piscina, a nuotare tra altri duemila cinesi che nuotano come guidano: anarchia totale.

Trovo la Cina piuttosto noiosa e ripetitiva e per questo ho dovuto reinventare il mio tempo libero. Molto sport, esplorare nuovi luoghi, creare serate made in Italy. Adoro cucinare (mia madre è romagnola). Organizziamo cene all’insegna del cibo Italiano autentico, invitando a casa anche amici cinesi e devo dire che apprezzano. Peccato che i giovani locali preferiscano passare il loro tempo a giocare con l’iPad seduti allo Starbucks.

Vivo in uno di quei residence che qui chiamano “città giardino”, a dispetto del cemento che li circonda. Sono condomini chiusi in se stessi, abbastanza piacevoli e dotati di lavanderie, piccoli supermercati, sportelli bancari… Formidabile per me, rimane la possibilità di avere uno spazio interno per fare jogging senza rischiare di finire sotto un camion.

Ci sono piscine e qualche attrezzo per fare un po’ di attività sportiva all’aperto, caldo e inquinamento permettendo.

Al mattino presto, cerco di andare a correre e mi sono accorto di avere un fan club di signore ultrasettantenni che tifano per me. Alcune hanno provato a presentarmi la nipote con scarso interesse della nipote…

Duro invece è stato crearsi un ambiente che si possa considerare casa. Dall’arredo alla pulizia. Ho impiegato un anno ad insegnare alla donna delle pulizie a pulire a livello accettabile, ad insegnarle l’uso di oggetti “strani” come aspirapolvere e detergente. La grande sconfitta rimane comunque l’impossibilità di far comprendere l’utilità dell’acqua calda.

Non mi voglio fare i fatti tuoi, ma perché dici che non ti piacciono le cinesi?

Trovo le ragazze cinesi piuttosto infantili, senza un grande spessore, prese da cose frivole o che per me non hanno il minimo senso. La mia assistente va fiera se il suo ragazzo la porta nel nuovissimo caffè di Hello Kitty, un’altra si fa fotografare con Ronald McDonald, quasi fosse il David di Donatello. Una mia ex collaboratrice un giorno mi disse che si sarebbe sposata a Venezia: quella a Shenzhen però, “tanto è uguale”. Per lo meno, cerco di evitare persone entusiaste della città più bella d’Italia: Parigi.

Una volta quando uscii con una ragazza dell’Hunan, mi liquidò con questo messaggio: “non posso avere figli con una persona che ama i ravioli”. Forse da un occidentale si aspettava ostriche e champagne?

Pensi che l’esperienza in Cina ti abbia dato un valore aggiunto o lavorare in Cina crea una professionalità “per la Cina”, difficile poi da riesportare in altri contesti?

La Cina è una grande trappola: una volta che ci sei dentro è veramente difficile uscirne, anche perché – crisi a parte – oggi buona parte del business è qui.

Per vivere e lavorare in Cina, occorre molto spirito di adattamento.

Per noi stranieri, lavorare qui significa anche insegnare al proprio team locale certe regole basilari e banali che in Europa sarebbero date per scontate, perché sono l’ABC della sicurezza o di certi standard di qualità. Questo rischia di distoglierti dal tuo ruolo su questioni di più alto profilo e di crescere su certi versanti. Molte energie sono letteralmente assorbite dalla formazione che, in certi casi, è davvero terra-terra.

Mentirei però se non riconoscessi che la Cina mi ha dato grandi opportunità di crescere. Ho imparato ad essere paziente ed a calibrare gli obiettivi delle persone in base alle loro capacità, ho imparato a sviluppare la capacità di risolvere i problemi frammentandoli e delegandoli ai dipendenti in modo da condividere questa crescita.

Qui ho avuto la possibilità di interagire in ambito tecnico e sentirmi pienamente partecipe della produzione, in modo da comprendere i processi nel dettaglio e ottimizzarli. Questo lo puoi fare perché operi in un ambiente di lavoro giovane.

Non credo che in Italia sia facile trovare una persona di trentadue anni con il mio stesso titolo sul biglietto da visita.

Qui manca una casta over 50 che difende il proprio orticello e per un giovane c’è molto più spazio per affermarsi.

Tu sei piuttosto critico nei confronti della Cina….

Sì, lo sono. Per quanto oggi i media cinesi tendano ad esaltare la superiorità del Paese un po’ su tutto (io francamente non ho ancora ben capito su cosa), la Cina ha ancora bisogno di specialisti e, secondo me, ha ancora bisogno di tecnici e manager stranieri.

Il governo, per mantenere il controllo, deve evitare che la gente inizi a pensare autonomamente. Questo ha un forte impatto sull’attività lavorativa e crea grandi carenze nella capacità di ragionare in modo autonomo e di risolvere problemi.

Lo staff cinese non prende quasi mai decisioni autonome o responsabilità e la comunicazione è ancora costellata di mille fraintendimenti e barriere culturali.

Tanto per darti un’idea: qualche tempo fa, in un lotto di produzione, abbiamo avuto circa dieci pezzi di scarto. Il collaudatore mi chiede cosa farne (domanda sciocca visto che deve riciclarli). Rispondo con una battuta che, immancabilmente viene presa alla lettera, che il cliente li vuole per abbellire l’ufficio e per usarli come sotto pentola.

Il pacco con gli scarti arriva all’ufficio qualità in Italia con la spiegazione: “il cliente ne ha necessità per decorare l’ufficio”.

Com’è la vita in fabbrica, l’interazione con il resto del personale? A parte il tuo capo rumeno, naturalizzato italiano, sono tutti cinesi…

La fabbrica è un microcosmo dove gli operari lavorano e vivono. La nostra fabbrica, come molte altre, ha un dormitorio. Gli operai, finché non si sposano, vivono qui, a pochi metri dalla fabbrica in miniappartamenti.

A volte, con Razdav, cerchiamo di combinare matrimoni tra lavoratori, organizzando attività per farli socializzare. Sono perlopiù ragazzi giovanissimi, che arrivano da province lontane in cerca di un lavoro e di un marito o di una moglie.

Abbiamo poi anche presto capito che uno dei fattori chiave per trattenere il personale è la mensa. Per loro, mangiare bene e tanto, è fondamentale.

Cerchiamo di impiegare ragazzi giovani che si possano formare facilmente, incentiviamo la loro progressione nella carriera e cerchiamo di non farci scappare chi ha raggiunto un ottimo livello. Purtroppo i soldi non sempre bastano.

Quanto tempo ancora pensi di rimanere in Cina?

Il meno possibile. Scherzi a parte ormai sono già quattro anni che vivo in Cina ed inizio a considerare altre destinazioni. Difficile ipotizzare quali, ma sicuramente l’Europa rimane per me casa, specialmente la Spagna che porto nel cuore. Mi piacerebbe anche poter esplorare nuovi orizzonti professionali in Indonesia o Myanmar.

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