Cantieri cinesi: quali opportunità per gli architetti italiani?

“L’ufficio per il direttore del cantiere, il mio, era occupato da quattro brandine, e ci dormivano in sei, alternandosi. Non fu facile mettere ordine a una situazione così priva delle più elementari condizioni di cantiere organizzato.

Un cantiere abbandonato a se stesso, una fabbrica e degli uffici di 12.000 mq da terminare entro pochi mesi, un costruttore cinese che s’improvvisa consolidata azienda costruttrice e tanta confusione”.

Così Mauro Negro descrive lo scenario che trova quando arriva a Qingdao. Cantiere cinese, proprietà italiana che lo cerca per terminare il proprio stabilimento.

E’ il 2012. Da sempre, Mauro coltiva il sogno di partire e lavorare all’estero, ma è solo a quarantatré anni che lo realizza.

Un contratto di tre mesi per seguire un cantiere a Qingdao e dopo dieci giorni è sull’aereo, diretto verso una città mai sentita prima, di circa nove milioni di abitanti, nella provincia dello Shandong, nota per la birra e per i suoi trascorsi teutonici (se vuoi rispolverare la memoria, leggi il post Qingdao: cosa vedere nella città più tedesca della Cina).

Finito il primo cantiere, seguono altri incarichi. Dopo sedici anni di lavoro in Italia, Mauro cede lo studio di architettura di Torino ai suoi dipendenti e decide di proseguire la carriera in Cina da libero professionista.

Mauro, oggi in Cina ci sono delle prospettive per gli architetti italiani?

Trovare un lavoro in Cina non è difficile, il Paese offre molte possibilità… ad un cinese.

Ormai da qualche anno, la Cina non ammette più gente armata solo di buona volontà alla ricerca di un lavoro. La Cina oggi esige che si venga qui a portare delle competenze che interessano al Paese e che i cinesi ancora non hanno.

E il primo scoglio è quindi proprio l’ingresso nel Paese. Occorre essere “invitati”, e nella richiesta di permesso di lavoro, è gradita la laurea ed occorrono almeno due anni di esperienza nel settore per cui fai richiesta del permesso di lavoro: il CV è uno dei documenti da allegare per ottenere il visto.

Una volta in Cina, il permesso di lavoro segue il contratto di lavoro, senza il quale scade il visto. Ci sono chiaramente altri modi per inserirsi nel mercato del lavoro cinese, ma per un libero professionista, soprattutto se architetto, non è cosa immediata: occorre investire. Qui ho avuto la mia seconda sorpresa. La Cina è un paese caro: vivere (in maniera decente intendo, simile ai nostri standard europei) costa più che da noi, soprattutto nelle grandi città. Servizi e prodotti per i nostri standard si pagano cari.

Come sei arrivato da Torino a Qingdao?

E’ da quando mi sono laureato che sogno un lavoro che mi faccia viaggiare. Forse ancora da prima. Ma partire senza una prospettiva e senza certezze non fa parte di me.

In Italia avevo uno studio di architettura avviato, e dopo sedici anni di professione, di cui quattordici da libero professionista, ho deciso di dare una svolta. Avevo voglia di cambiare, partire e fare l’architetto all’estero.

Mi venne proposta inaspettatamente la Cina: ricevetti una telefonata da una mia collega che mi chiese se fossi interessato a partire per una consulenza su un cantiere in Asia. Dieci giorni dopo, ero sull’aereo per Qingdao con un contratto di consulenza di tre mesi a dirigere un cantiere per una società italiana, di cui non sapevo assolutamente nulla.

Ad oggi, sono quasi due anni che vivo in Cina. Ho finito il primo cantiere, mi è stato proposto un nuovo incarico da un’altra azienda italiana e confido in un prossimo progetto, previsto per la fine di quest’anno.

Intanto ho lasciato il mio studio (lo hanno rilevato i miei dipendenti), ho chiuso la mia posizione fiscale in Italia ed ho un permesso di lavoro per un anno con il quale conto di ottenere la residenza in Cina.

Quando sei partito che cosa sapevi di Qingdao e che cosa ricordi del tuo primo impatto con la Cina?

Al di là di quello che si può leggere sui giornali o sui libri e reportage, sinceramente non sapevo nulla della Cina, tantomeno di Qingdao. Ne fui sorpreso: mi aspettavo una città molto diversa e forse meno occidentalizzata. Non mi aspettavo grattacieli, enormi centri commerciali e sfilate di macchine delle più costose marche europee. Allo stesso tempo, per strada tra gli alti palazzi, nei piccoli negozi con le grandi insegne luminose e incomprensibili, fino a dentro ai grandi ristoranti, durante i pranzi e le cene, abitudini di vita e di comportamento molto distanti e diverse dalle nostre. Prima di partire mi ero documentato tramite internet, cercando di capire dove sarei andato a parare, ma non avevo un’idea chiara di come potesse essere una città di quasi nove milioni di abitanti. E altrettanto grande fu il mio stupore quando, dopo qualche mese, mi venne spiegato che in Cina, città come Qingdao sono definite di “seconda fascia”. Io ho vissuto per una vita in una città di un milione scarso di persone, Torino, e già mi sembrava grande!

Com’è stato il primo impatto con il lavoro a Qingdao?

I primi tempi in cantiere sono stati molto duri: la realtà lavorativa talmente diversa, la lingua sconosciuta, l’inglese a tratti con accento incomprensibile e tanti cinesi intorno…. Se non fosse stato per l’entusiasmo che mi accompagnava, non avrei resistito oltre i tre mesi previsti.

Ricordo la persona che mi aiutava, un ragazzo cinese, semplice ma molto disponibile: aveva una scarsa conoscenza del lavoro in cantiere, ma molta voglia di imparare e questo fu d’aiuto per entrambi. Da parte della proprietà ebbi tutto l’appoggio richiesto, perché il lavoro da fare non era facile: un cantiere abbandonato a se stesso, una fabbrica e degli uffici di 12.000 mq da terminare entro pochi mesi, un costruttore cinese che si improvvisa consolidata azienda costruttrice e tanta confusione.

Arrivai che le finestre erano già state montate sui due piani fuori terra degli uffici, mancavano però i pavimenti e gli intonaci. A tratti nei bagni erano state installate le piastrelle, letteralmente appese con la malta ai muri, senza aver posato i pavimenti. Ricordo sporcizia ovunque, muratori che dormivano sui pannelli per isolamento dentro stanze spoglie, da mesi senza bagno: l’acqua usata per cucinare e lavarsi era ad una pompa appesa ad un bastone piantato a terra, in mezzo al prato di fronte alle baracche dei lavoratori. I bagni erano una latrina coperta con lamiera, che scaricava direttamente in una fossa nel terreno. Vi lavoravano più di centocinquanta persone. L’ufficio per il direttore del cantiere, il mio, era occupato da quattro brandine, e ci dormivano in sei, alternandosi. Non fu facile mettere ordine a una situazione così priva delle più elementari condizioni di cantiere organizzato.

Ricordo uno dei miei primi incontri con l’appaltatore. Ero di fronte al mio ufficio, ed arrivarono tre macchine scure con altrettanti oscuri personaggi, tutti con occhiali da sole. Scese quello che capii subito dopo fosse il titolare dell’impresa: sigaretta accesa, occhiale scuro e fare da padrone. Chiesi al mio collega di fargli spegnere la sigaretta in ufficio, dopo un attimo di disappunto decise di accontentarmi, fece l’ultimo tiro, gettò la sigaretta fuori dalla porta, si sedette di fronte alla mia scrivania e ci presentammo. Presto mi resi conto che non era facile trattare con queste persone e dare dei tempi ai lavori che erano fermi da un paio di mesi. Arrivammo ad un accordo dopo settimane. Solo oggi, dopo aver maturato un po’ di esperienza sulle trattative secondo le abitudini cinesi, mi rendo conto che, con un invito a cena e numerosi brindisi, avremmo risolto più infretta i problemi che inizialmente mi sembrarono quasi insormontabili.

Come funziona in Cina il mondo dell’edilizia?

Volendo semplificare, ci sono due tipi di imprese di costruzione: quelle serie, che lavorano secondo contratti predefiniti a livello nazionale, in grado di gestire il lavoro secondo la rigida normativa cinese e gli standard costruttivi imposti da kilometrici manuali di costruzione, e quelle meno professionali, in grado di gestire appalti malgrado non ne abbiano le certificazioni, grazie a dei prestanome. Da qui una galassia di artigiani, subappaltatori, piccoli impresari e improvvisati capisquadra che, se coinvolti nel cantiere senza una intermediazione da parte di un fidato appaltatore, sono in grado di creare seri problemi in ogni categoria di lavoro e fornitura. Sulle licenze e permessi di costruzione un capitolo a parte: vanno gestiti secondo regole governative che è meglio lasciar gestire da un professionista locale in grado di sbrogliare equivoci e lungaggini burocratiche snervanti per qualunque straniero in terra cinese.

Tanti gli aneddoti che si potrebbero raccontare.

Ricordo che dovemmo fare le tracce ai muri per posare i tubi delle luci delle scale e interruttori. Il muratore era un tipo mingherlino, basso. Non avendo a disposizione una scala, senza perdersi d’animo decise di eseguire comunque lo scasso nel muro, ma all’altezza del suo braccio: mi ritrovai una traccia che correva parallela all’andamento degli scalini per tutti i due piani, a un metro e venti in obliquo.

Durante l’installazione delle tubazioni antincendio, gli operai usavano un’impalcatura per posare i tubi ad una certa altezza. Il tecnico doveva muoversi scendendo e spostando il trabattello poi risalire, fare il lavoro e spostarsi di nuovo. Durante una di queste operazioni si stancò di scendere e salire. Decise di portarsi un asse che posizionato a mo’ di trampolino, sporgeva dal piano di lavoro (a circa otto metri da terra) abbastanza da permettergli di fare un giro su e giù in meno. Ma sporgendosi troppo, il suo peso fece crollare il castello di tubolari: nella caduta si aggrappò a un tubo traballante, mantenendo in mano il pennello con la vernice, lentamente il tubo cedeva al peso e sulla parete una striscia lunga qualche metro segnava il percorso di caduta. Caso vuole che fossi lì ad assistere alla scena con altri operai e come impietriti rimanemmo ad attendere l’arrivo a terra dell’uomo e del pennello.

Un’altra volta i lavori subirono dei ritardi e di conseguenza i pagamenti furono posticipati. Un mattino, arrivando in cantiere, mi trovai barre di ferro saldate alle colonne del cancello. Non si poteva entrare, gli operai seduti nel cortile, le macchine ferme. Furono ore di tensione: minacciavano chiusura ad oltranza se non fossero stati pagati. Solo qualche ora dopo, mi venne spiegato che l’imprenditore, per costringere il proprietario al pagamento anticipato, non pagava da due mesi i muratori, che a loro volta decisero di incrociare le braccia. Si presentò in ufficio il portavoce dell’impresario e definimmo un piano di pagamento per i mesi successivi a fronte di lavori da terminare: due giorni dopo venne aperto l’accesso al cantiere.

Trovi che sia difficile l’interazione con la Cina, viste le differenze?

In un Paese immenso e culturalmente diverso come la Cina, devi prima di tutto fare i conti con le persone con cui lavori. Le abitudini ed attitudini sul lavoro, come nella vita privata, sono completamente diverse dalle nostre e la lingua (nel caso del cinese davvero complessa) rende i rapporti spesso complicati, fuorvianti e a volte difficilmente comprensibili da entrambe le parti.

Una cosa che mi ha colpito da subito è l’assenza di privacy: non è raro che un cinese ti chieda, senza nemmeno conoscerti, quanto guadagni, quanto paghi di affitto, o se la tua famiglia è ricca o se sei sposato, separato, figli… Nella loro cultura è normale presentarsi, meglio ostentando, e generalmente i soldi sono la prima cosa che a loro interessa quando ti conoscono, poi si passa alla domanda numero due: stato di famiglia. Non tutti ti stringono la mano, ma sicuramente tutti al primo approccio ti offrono il loro biglietto da visita.

Si parla spesso dell’aumento di differenze sociali in Cina: tra ricchi e poveri, tra città e campagne. Tu, costruendo, che cosa osservi?

Il divario tra ricchi e poveri è decisamente più marcato che in Europa. Esistono zone rurali in forte trasformazione dove, intorno al cantiere, c’è il nulla al di fuori di villaggi. Sul modello comunista, le case sono uguali, rettangolari, in mattoni intonacati gialli e tetti rossi. Vie strette dove non passano auto ma solo persone a piedi o in bicicletta, improvvisate rivendite di qualsiasi cosa o direttamente ingressi di cortili chiusi alla vista, condivisi da famiglie in convivenza, generalmente con un bagno solo, all’aperto. Prima dell’ingresso dell’agglomerato, a lato, solitamente un grande piazzale, dove a cadenze fissate da un complicato calendario lunare cinese, si svolge il mercato con tutto ciò che può servire alla gente del posto.

Cosa pensi dei ritmi serrati – e anche un po’ spregiudicati – dell’urbanizzazione cinese?

Spesso durante questi mesi di spostamenti in auto ho visto demolire interi villaggi. Da un giorno all’altro le persone vengono sfollate e inizia la fase di ricostruzione, casette e stradine sono soppiantate da palazzi di quindici o venti piani… le vie si allargano per permettere il passaggio delle auto. Lungo le strade, fabbricati più bassi cedono il posto ai negozi, ristoranti, rivendite e artigiani… si perde l’idea di nucleo chiuso per lasciare spazio ai palazzi, segno di una conurbazione che dalla città ad oltre 20 km di distanza si allarga spianando ogni cosa. Vie come autostrade ogni giorno nuove segnano il territorio in ogni direzione, ponti in cemento a quattro corsie, giardini di alberi piantati in fretta e furia e siepi lungo i marciapiedi frammentano quegli spazi di terra riportata sopra le vasche naturali di acqua salmastra, un tempo allevamenti di gamberi e conchiglie, piatto tipico di queste zone. Le aree del nuovo terreno bonificato, divise in lotti vengono edificate ed in gran parte come aree industriali. La proprietà della terra resta al Governo, come era prima con i villaggi, ed i nuovi occupanti pagano per avere l’usufrutto per i prossimi 50 anni, con possibilità di rinnovo per le generazioni future, se non verranno nuovamente demoliti gli alloggi. Ai proprietari viene offerto un rimborso, generalmente un alloggio nel nuovo palazzo. Il prezzo pagato è quel senso di non appartenenza. Al posto dei cortili chiusi, privati, dove invitare i vicini di casa o amici vi sono ora i giardinetti pubblici, le panchine. Per attraversare la strada bisogna correre, facendo attenzione a non essere investiti. E gli orti sono lontani dalle case, lungo i marciapiedi sulle strade più larghe. Ho letto sulle porte imbrattate da carta rossa incollata quel tentativo di non dimenticare le usanze comuni e le credenze radicate in millenni di storia antica: carta rossa sulle porte per il nuovo anno, carta gialla sulle strade in regalo ai defunti, carta viola incollata sui tombini al passaggio di un matrimonio.

A Qingdao c’è una bella comunità italiana che, come abbiamo raccontato nell’intervista a Chiara, è anche molto partecipe alla vita cittadina avendo creato una fondazione di volontariato al 100% nostrana. Tu frequenti italiani? come passi il tuo tempo libero?

Di solito mi trovo con gli italiani alla sera a cena. La maggior parte sono impiegati presso le aziende per le quali svolgo il mio lavoro e cerco di non mancare mai agli appuntamenti più importanti, dove incontrare i miei connazionali. E’ una piccola comunità ma molto attiva: è una presenza importante che aiuta molto a non sentirsi troppo lontani da casa.

Mi raccontavi che tu hai un sogno onlus: che cos’hai in mente?

In Italia ho collaborato attivamente ad un progetto di recupero e risparmio energetico edilizio per conto della SOS VILLAGGI DEI BAMBINI ONLUS. È una associazione che opera in tutto il mondo, il cui scopo è di aiutare i bimbi abbandonati o con gravi problemi famigliari. I bimbi vengono accolti in case o appartamenti singoli, non più di cinque bambini insieme e con loro una “mamma SOS” che per tutta la durata del soggiorno gli sarà accanto come un genitore. Qui in Cina la Onlus è presente con numerosi villaggi. Vorrei poterli visitare e dare il mio supporto. In futuro il mio sogno è di entrare a far parte attiva dell’associazione per offrire la mia esperienza professionale al meglio e, chissà, realizzare un nuovo “villaggio Sos”

Ti piace vivere nella Cina di Frontiera o faresti volentieri il cambio con Pechino o Shanghai?

Pechino e Shanghai sono città affascinanti, mi piacerebbe conoscerle meglio, anche per una esperienza professionale, ma non vorrei starci troppo tempo.

Più di tutto mi interessa la Cina lontana dai grandi agglomerati urbani e ancora radicata negli usi e costumi tipici cinesi per essere completamente trasformata dai meri valori del business e dei canoni occidentali. E’ lì che vive la maggior parte della popolazione cinese, ed è lì che vorrei arrivare. Prima di lasciare la Cina vorrei poter visitare queste “piccole” città e trascorrere del tempo, magari svolgendo anche un incarico professionale, per conoscere e capirne la profonda cultura e antiche abitudini.

C’è un episodio che ti abbia colpito in particolare?

Un giorno mi ero allontanato dal cantiere per la pausa pranzo e, passeggiando per i giardini tra i palazzi a poca distanza dalla fabbrica in costruzione, mi fermai ad osservare un gruppo di persone raccolte intorno ad un concerto all’apparenza improvvisato con strumenti artigianali e una tromba. Erano sotto un gazebo di plastica davanti alla porta di uno di quei palazzi, identici uno all’altro. Era un matrimonio di una giovane coppia, tutti erano in attesa del loro arrivo prima di andare al ristorante. Sui muri carta incollata con frasi rituali di buon auspicio. Oltre ai musicisti un tavolo di fianco all’ingresso per raccogliere le offerte dei vicini. Mi è stato detto che qui i regali generalmente si fanno esponendo il prezzo pagato, tanto vale lasciare i soldi: è più sbrigativo.

Sono rimasto ad ascoltare quegli anziani suonare, osservando incuriosito il tavolo improvvisato, i colori tutti intorno, la gente vestita “da festa”, sorridente. Ho immaginato lo sfarzo che un tempo poteva e doveva essere allestito in una occasione come questa, dove per consuetudine di buona convivenza tutto il villaggio era invitato a partecipare. Vi ero ormai abituato, stando in città, di matrimoni davanti all’ingresso dell’hotel ne avevo visti già tanti, fuori città, però, era la prima volta. Ma quando sono arrivati gli sposi con quattro macchine identiche al seguito, vestiti di bianco con lei fasciata da un corpetto di pizzo che trascinava una lunga coda di tulle bianco e lui in smoking bianco e cravattino nero mi ha colto un leggero senso di amarezza e rassegnazione. Due bimbe reggevano bouquet di fiori gialli, divertite alle spalle degli sposi e al loro fianco le amiche di lei, i testimoni di lui….Mi sono guardato intorno, se per caso mi fosse sfuggita la Chiesa con il parroco… Prima di allontanarmi ho fatto qualche foto ai musicisti. Le spose, un tempo, in Cina, vestivano di rosso.

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