Dall’umbratile Zhuhai: vi presento TomcatUSA

Luciano Pinausi, in arte TomcatUSA, è ormai una figura ai confini con il mito, per noi italiani in Cina.

Ha scritto per anni un blog, Te la do io la Cina, da cui è stato tratto l’omonimo libro, pubblicato da Mursia nel 2008.

Da tredici anni ha lasciato l’Italia e da sette vive in Cina con la moglie e i due figli. Ha vissuto sempre in città di frontiera: prima a Nanchino e poi l’umbratile e verdeggiante Zhuhai, nel Guandong, non lontano da Hong Kong e Macao.

Luciano, come sei arrivato in Cina?

Sono nato a Padova, dove ho vissuto per trentatré anni, conseguendo, contro ogni pronostico, una laurea in Ingegneria Elettronica e dove ho iniziato la mia carriera in un’azienda meccanica.

Nel 2000, per celebrare il nuovo millennio, decido di trasferirmi con moglie e figlio appena, nato negli Stati Uniti, accettando la proposta della società per cui lavoravo che mi chiedeva di far partire da zero un nuovo stabilimento produttivo in Virginia.

Dopo cinque anni, una volta che lo stabilimento era stato avviato e funzionava a regime, decido di tornare in Italia, perché le radici sono importanti, la famiglia ha bisogno di stabilità (nel frattempo era nata anche una bambina) e non si può continuare a vivere come degli zingari.

Dopo un paio di mesi dal rientro in Italia, la noia aveva oltrepassato ogni limite di guardia e andare in ufficio il lunedì mattina era diventato insopportabile. Quindi, quando un emerito sconosciuto mi ha contattato, proponendomi di trasferirmi in Cina, ho accettato subito, anche se in Cina non c’ero mai stato.

Qualche problema si è presentato quando abbiamo comunicato la cosa a mio figlio, che allora aveva sette anni: faceva notare che lui, in Cina, non ci sarebbe potuto venire, perché non era capace di mangiare con le bacchette (problema ora completamente risolto…). Dopo aver promesso che avremmo portato delle forchette da casa, riceviamo il nulla osta da mio figlio ed io accetto formalmente la proposta che prevedeva un periodo transitorio di dieci mesi in Spagna e poi il trasferimento a Shanghai.

Firmato il contratto, però, c’e’ un primo colpo di scena: vengo informato che, a causa di un errore di comunicazione con il partner cinese, la sede in Cina non è la ben nota Shanghai ma la assai meno nota Nanchino. La cosa, non avendo nessuna esperienza di Cina, mi lascia un po’ perplesso… Come è possibile sbagliare una location di 300 Km??

Ripensandoci oggi, invece, mi rendo conto che un errore di soli 300 km è un risultato di tutto rispetto in Cina… Facciamo buon viso a cattivo gioco e, nel 2006 ci trasferiamo a Nanchino, dove rimaniamo fino alla fine del 2008, quando accade un altro colpo di scena. Con un’epica telefonata che ricorderò per tutta la vita, l’azienda mi comunica che, a causa della difficile congiuntura economica, i progetti che stavo seguendo in Cina sono stati temporaneamente sospesi. Come conseguenza, dopo attenta revisione, io ero diventato di colpo da asset aziendale a costo… E i costi, si sa, si tagliano.

Alla domanda se mi stessero per caso licenziando, la risposta risentita fu che l’azienda non fa di queste cose… Quello che io avevo erroneamente confuso con un licenziamento era in realtà “un’interruzione unilaterale del rapporto di collaborazione…”. Rassicurato dalla precisazione, mi trovo comunque abbandonato a Nanchino (tra l’altro dopo aver fatto un trasloco due settimane prima…), senza sapere bene cosa fare.

A quel punto decidiamo di rientrare in Italia, anche perché le radici sono importanti, la famiglia ha bisogno di stabilità e non si può continuare a vivere come degli zingari in giro per il mondo… Per cui, fatto il container, ritorniamo in Italia dove io rimango venti giorni, dopo i quali, con il container ancora in viaggio per l’Italia, mi ritrovo su un aereo per Hong Kong, destinazione Zhuhai, un’umbratile cittadina di poco più di un milione di abitanti nel sud della Cina nella provincia del Guandong, attaccata a Macao e a un’ora di ferry da Hong Kong.

Come vivi a Zhuhai?

Zhuhai è probabilmente uno dei posti più belli in Cina. E’ una cittadina con poco più di un milione di abitanti (in paese ci conosciamo tutti…) e si affaccia su un mare dal colore poco rassicurante. C’è un bel clima caldo per gran parte dell’anno. La qualità dell’aria qui è ancora assolutamente respirabile e c’è la possibilità di vedere il cielo azzurro, tutte cose che altri expat in giro per la Cina non possono che invidiare. La comunità expat è ancora relativamente piccola ma sta crescendo ogni anno perché sempre più aziende decidono di aprire nuovi stabilimenti.

Zhuhai è una delle zone a più forte espansione economica in Cina anche grazie al ponte di più di trenta chilometri attualmente in costruzione che collegherà Hong Kong con Macao e Zhuhai. Il completamento dell’opera è previsto per il 2015, ma guardando dalla finestra di casa mia non mi stupirei se finissero in anticipo… Secondo me, se gli facessimo fare il ponte sullo stretto di Messina (ammesso che serva) probabilmente lo completerebbero in un paio di mesi

A Zhuhai si vive piuttosto bene, soprattutto se si prendono come riferimento città più caotiche come Pechino, Shanghai o Guangzhou. Zhuhai è una città costruita dal niente nel 1987 ed è decisamente a misura d’uomo, con traffico ancora accettabile e molti spazi verdi che rendono la vita qui piuttosto piacevole. La vicinanza a Macao e a Hong Kong mitiga il fatto di essere in Cina. Qui non si trova sempre tutto quello che un occidentale è abituato a trovare a casa propria, ma se senti l’irrefrenabile desiderio di bere un Brancamenta, vai a Macao o Hong Kong e sicuramente sei accontentato. Personalmente a Macao e Hong Kong ci vado poco (il Brancamenta non è una delle mie bevande preferite…), ma molti stranieri qui ci vanno spesso nei week end, credo principalmente per rassicurarsi che il mondo occidentale esiste ancora e non è definitivamente scomparso…

Tu hai anche vissuto a Nanchino per circa tre anni. Facendo un confronto tra queste due esperienze in città cinesi secondarie, cosa ne trai?

Nanchino era molto più Cina rispetto a Zhuhai… soprattutto quando sono arrivato. Il colore predominante era il grigio: cielo grigio, città grigia, aria grigia… Ciononostante, dopo il primo periodo d’ambientamento, abbiamo passato tre anni indimenticabili grazie anche al fatto che lì abbiamo incontrato una comunità di expat eccezionale, che rendeva la vita anche fuori del lavoro molto interessante. A Nanchino, l’occidente era lontano e, che ti piacesse o no, ti dovevi adattare alle inevitabili differenze che la vita in Cina comporta. Se ti veniva voglia di bere un Brancamenta a Nanchino la voglia ti rimaneva. Inoltre, a Nanchino la tua condizione di straniero era sicuramente più evidente… Camminando per strada, ti sentivi osservato come un animale esotico. Ricordo quando siamo andati allo zoo per vedere il Panda: arrivati di fronte alla gabbia, tutti i cinesi, che fino a pochi secondi prima stavano fotografando il simpatico animale, hanno subito cominciato a fotografare noi chiedendo anche di fare foto ricordo con i bambini e i vari componenti della famiglia. All’inizio la cosa ti infastidisce un po’, poi ti abitui e non ci fai più caso… Alla fine entri così bene nella parte dell’animale esotico da fotografare che, quando ritorni in Italia e nessuno ti chiede la foto ricordo, un po’ ci resti male…

La Cina ti stimola ancora?

Dico sempre che la Cina è come una droga… Una volta che la provi, fai molta fatica a farne a meno. Ormai il ritmo frenetico, le situazioni più ingarbugliate da dover risolvere in tempi assolutamente impossibili, il caos più totale che improvvisamente si tramuta in risultati perfetti (o quasi perfetti) sono cose che, sul momento, ti fanno andare fuori di testa e rimpiangi la linearità occidentale. Poi, una volta che rientri in Italia, dopo pochi giorni ti sembra che non succeda mai niente… tutto troppo lineare e noioso… Non vedi l’ora di ritornare in Cina per poterti paradossalmente lamentare di nuovo di quanto tutto sia complicato e difficile.

Come sei diventato da noioso ingegnere padovano a blogger ed autore di un libro, probabilmente uno dei personaggi più amati da noi ITALIANI IN CINA

Il mio Blog nasce in un torrido Ferragosto con trentacinque gradi, l’umidità ai massimi storici e l’aria condizionata rotta. Mi trovavo nel mio ufficio a Nanchino ed ero in Cina da appena un paio di settimane, ma in quei pochi giorni erano già successe diverse cose piuttosto inspiegabili per una mente semplice come la mia. Cominciavo a chiedermi se la decisione di venire in Cina fosse stata effettivamente una buona idea. Mentre cercavo di giustificare a me stesso il motivo per cui mi trovassi in quell’ufficio, ho sbadatamente cliccato su un link che mi ha portato a leggere un Blog che – all’epoca –  non sapevo nemmeno bene cosa fosse.

Alla fine ne ho letti alcuni e mi è venuta l’idea di aprirne uno mio, principalmente per psicanalizzare me stesso, e mai pensando che qualcuno potesse perdere tempo a leggere quello che scrivevo. Invece, dopo un qualche giorno, mi sono accorto che sorprendentemente c’era molta gente che iniziava a leggere e soprattutto commentava quanto scrivevo. Andando avanti nel tempo, il numero delle persone continuava a crescere e, se ritardavo a scrivere, ricevevo spesso lettere di biasimo quasi fossi in ritardo con una consegna. Quello che scrivevo non era altro che ciò che mi accadeva ogni giorno. Ho cercato semplicemente di dare un’immagine di cosa voglia dire realmente vivere e lavorare in Cina.

Il successo del Blog e poi anche del libro pubblicato da Mursia credo stia proprio in questa scelta di raccontare con semplicità la mia vita quotidiana: raccontavo non tanto di complicate analisi socio politiche della Cina attuale rapportate alla situazione economica mondiale (ci sono tantissimi libri a riguardo), ma spiegavo piuttosto come si fa a comprare un pacco di detersivo per la lavapiatti quando non riesci a leggere niente di ciò che è scritto e tutti attorno a te non capiscono cosa dici… Alla fine la cosa è degenerata e mi hanno iniziato ad invitare a trasmissione radiofoniche a parlare di Cina assieme a giornalisti e scrittori famosi, richiedere interviste su quotidiani e riviste… Mah… Ma la cosa più interessante e’ stata la reazione delle mie zie, che leggendo il libro si domandavano se fossi stato veramente io a scriverlo visto che per loro ero sempre stato un noioso e musone ingegnere capace sicuramente a far di conto, ma non certo di scrivere in modo brillante e divertente (lo dicono loro, eh…) di alcunché. Alla fine il libro Te la do io la Cina è diventato mio malgrado il manuale dell’expat italiano in Cina e la cosa, non ti nascondo, mi inorgoglisce un po’.

Quali sono le difficoltà maggiori e qual è il valore aggiunto di uno straniero che lavora in Cina?

Più che difficoltà, direi che si tratta di “diversità”. Cito me stesso facendo riferimento a uno degli ultimi post che sono riuscito a scrivere: in quel post spiegavo che la Cina è come essere dall’altra parte di un buco nero dove, tralasciando l’inquietante matematica che ci sta dietro, il modello prevede un universo, in cui il tempo diventa a tre dimensioni e lo spazio diventa unidimensionale. Se tu ti ostini ad applicare le stesse regole che usavi prima in un ambiente in cui probabilmente hai bisogno di tre orologi per capire dove sei e di un righello per sapere quando hai il prossimo appuntamento, allora tutto quello che fai diventa estremamente difficile. Se invece ti compri tre orologi (e un righello) e, con umiltà, incominci a capire come usarli, allora piano piano riesci ad ottenere i risultati che ti aspetti e il tutto si semplifica enormemente.

Qui in Cina devi imparare a capire cosa stai vedendo o cosa ti stanno mostrando e interpretare cosa ti stanno dicendo il che all’inizio non è semplicissimo, perché tu tendi ad applicare il logos greco quando in Cina, nella maggior parte dei casi, la linearità di pensiero è qualcosa che non fa parte della loro cultura. Fortunatamente gli Italiani sono quelli che, alla fine, si adattano meglio alla Cina: inutile nascondercelo, noi siamo un po’ i Cinesi dell’occidente.

Per quanto riguarda la competitività dello straniero, direi che si assottiglia giorno dopo giorno. Finora gli stranieri come me portavano quello che in Cina non c’era: esperienza, metodologia e processo. La generazione attuale Cinese è la prima che riemerge dalla rivoluzione culturale e ha avuto la possibilità di ricevere un’adeguata educazione non supportata però da un’esperienza della generazione precedente. Nelle aziende Cinesi non esiste la figura del vecchio progettista vicino alla pensione al quale si è già pensato di fare un contratto di consulenza quando se ne andrà. Qui i manager sono tutti ragazzini usciti dall’università con tante nozioni (per lo più imparate a memoria), ma con nessuna possibilità di imparare dai propri genitori. Ma le cose stanno cambiando e personalmente incontro sempre più spesso manager Cinesi che ormai hanno studiato e fatto esperienza all’estero e la differenza si incomincia a vedere. A breve, il valore aggiunto che posso dare io o uno di loro diventerà lo stesso. Quanto a breve? Secondo me, vista la velocità con cui accadono le cose qui, con la prossima generazione il gap tra noi e loro sarà colmato.

Tu hai vissuto la tua esperienza nella Cina di frontiera con la tua famiglia. Com’è stato per loro vivere questa esperienza?

Quando dico che la famiglia è qui con me in Cina spesso la gente mi guarda sbigottita, domandandosi come mi sia venuto in mente di fare una cosa così crudele… Io d’altro canto rimango sbigottito quando qualcuno mi dice che la famiglia non l’ha portata. Non avrei mai deciso di partire se la mia famiglia non mi avesse seguito. Ormai sono tredici anni che siamo in giro per il mondo e sette che siamo in Cina. Nonostante le ovvie difficoltà che s’incontrano a vivere in un paese straniero, in particolare in un mondo così diverso come la Cina, l’esperienza che stiamo vivendo è qualcosa di unico. Ci ha arricchiti da ogni punto di vista. I miei figli sono cittadini del mondo e hanno qualcosa in più rispetto ai loro coetanei in Italia. E non mi riferisco solo del fatto che parlano tre lingue e che hanno visto cose che molti non vedranno in tutta la loro vita, ma soprattutto del contatto con diverse culture e diverse situazioni che li porta ad avere (credo) un’apertura mentale che li faciliterà in futuro.

Hanno l’opportunità di prepararsi alla globalizzazione del mondo di domani, cosa che, che ci piaccia o no, è inevitabile e inarrestabile e soprattutto è già iniziata…

E per me e mia moglie vale un discorso simile… Siamo molto diversi dai due incoscienti che tredici anni fa sono saliti su un aereo con un bambino in fasce per andare negli Stati Uniti, senza sapere cosa li aspettava. E ancora più diversi dai due scellerati (termine realmente usato nei nostri confronti) che sono partiti con due bambini e le forchette da casa alla volta della sconosciuta Cina. Diversi significa migliori? Non necessariamente. Diversi significa diversi e basta. Ma sicuramente l’opportunità di fare un’esperienza del genere ci ha arricchiti dal punto di vista personale. Rimanendo nella nostra comfort zone in Italia, probabilmente non avremmo potuto crescere nello stesso modo… La controprova non la potremo mai avere, per cui non ci facciamo troppe domande e continuiamo serenamente a  goderci questa esperienza nella caotica Terra di Mezzo.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *