Sulle rive (poco dorate) del lago Jinji: un’ora di jogging tra le polveri sottili e le note di Sergio Caputo. Il nuovo direttore generale di Thermowatt racconta i suoi primi dieci anni in Cina

Se è la prima volta in sette anni che, da Shanghai, prendo un treno per Wuxi un motivo ci sarà. Sono solo 134 kilometri, quarantadue minuti di treno veloce. Ma troppo grigiore. E non m’importa che Wuxi vanti una storia antichissima (di cui non vedo traccia nei casermoni di cemento), che sia stata celebrata da qualche poeta di epoca Tang per i suoi specchi d’acqua (che da un pezzo non sono più azzurri) o che abbia il suo glorioso parco industriale pieno di importanti fabbrichette. A dispetto dei suoi 6.5 milioni di abitanti, Wuxi mi lascia quell’impressione di paesone disorganico, incolore, inquinatissimo. Zerocharme.

Pierluigi Gorgoretti, una laurea in ingegneria meccanica a pieni voti, dieci anni in Cina, a 43 anni è il nuovo Direttore Generale della Thermowatt di Wuxi, lo stabilimento del gruppo Ariston Thermo che produce resistenze e termostati per l’industria degli elettrodomestici. Inaugurato negli Anni Novanta, 350 dipendenti, di cui solo tre italiani.

Dopo otto anni trascorsi a Shanghai e una parentesi di pochi mesi in Brasile, Pierluigi è rientrato in Cina. Lavora a Wuxi, ma preferisce vivere nella più “mondana” Suzhou.

“In Cina mi ha portato il lavoro. Non sono deluso della scelta e mi sento ancora appassionato nel migliorare me stesso e soprattutto nel partecipare alla crescita professionale delle persone con cui lavoro”.

Nonostante le polveri sottili e la stanchezza, ogni sera corre lungo il lago Jinji, un lago di Suzhou, che – se non fosse stato per questa intervista – ancora oggi non saprei che esiste.

“Devi ascoltare Sergio Caputo” – mi dice – “Io lo ascolto sempre mentre faccio jogging sul lago”. Obbedisco. Rispolvero questo genio del jazz e devo ammettere che la sua musica è la colonna sonora quasi perfetta per la Cina di Frontiera e – forse – per gli stati d’animo di chi ci vive.

Apri gli occhi,

che stazione è?…

“Plastic City”…

dice Jessie James…

sei confuso,

fango e diamanti, dive del muto…

arie d’after shave,

scene di caccia… caccia di che?

(Sergio Caputo, Lontano che vai)

Pierluigi, dopo otto anni a Shanghai, che effetto fa trasferirsi nella Cina di seconda fascia?

Suzhou dista solo venticinque minuti di treno veloce da Shanghai. Wuxi tre quarti d’ora, ma la differenza tra Shanghai e la “periferia” si percepisce immediatamente.

A Shanghai ho imparato a convivere con le masse. A Suzhou, invece, riesco a trovare parcheggio all’aperto senza scendere nell’afoso sotterraneo di un grattacielo, trovo la cassa libera al supermercato anche all’ora di punta, cammino per strada senza essere spintonato e il rischio di essere travolto da un motorino elettrico è molto inferiore.

Il rumore del traffico – che a Shanghai è assordante – qui in provincia è molto più ovattato. [Questo sì che è lifestyle! 🙂 N.d.R.]

In ogni caso, sono sempre in Cina, anzi ancora di più rispetto a Shanghai. Le buone maniere, l’ordine, le comodità… lasciano un po’ a desiderare.

Tutto quello che ho detto di Suzhou vale anche per Wuxi, con la differenza che la comunità internazionale di Wuxi è più limitata in numero e varietà rispetto a Suzhou.

Questo ė dovuto alle diverse nature industriali delle due città: a Wuxi l’industria più diffusa é quella elettronica, mentre a Suzhou c’é maggiore diversificazione; quindi a Wuxi ci sono principalmente comunità’ di giapponesi o taiwanesi, mentre a Suzhou ci sono molti più europei.

A Suzhou, vivo nel SIP, il Suzhou Industrial Park, un distretto nato negli anni Novanta da una cooperazione tra Singapore e Suzhou. E’ una zona ipermoderna con strade larghe, vialoni alberati e zona commerciale separata da quella residenziale.

Nel SIP, dopo le 8.30 sono praticamente tutti a casa oppure concentrati in alcuni locali e ristoranti della zona circostante il lago JinJi.

Prima di diventare Direttore Generale di Thermowatt, hai lavorato sedici anni in Fameccanica, società del Gruppo Angelini, per metà partecipata da Procter & Gamble, leader mondiale nella costruzione di macchinari per l’industria dei pannolini. E’ stato proprio con Fameccanica che sei arrivato in Cina come Project Manager. Perche la Cina?

Me la sono cercata. Ero in un momento della mia carriera in cui avevo bisogno di fare qualcosa di più, volevo mettermi in gioco. Alla fine del 2003, quando Fameccanica ha dato il via al progetto di uno stabilimento in Cina, mi sono fatto avanti. Così alla fine del 2005 si è presentata l’occasione.

Sono partito con un contratto di due anni e con l’obiettivo di creare le basi logistiche e operative per la produzione delle macchine destinate ai nostri principali clienti in Cina. Dopo quasi dieci anni sono ancora qui.

Per me l’arrivo in Cina ė stato assolutamente indolore, anzi piacevole e stimolante. Amo viaggiare e vivere in città diverse. Ho vissuto in varie parti d’Italia durante i miei primi vent’anni, ed ho avuto la fortuna di viaggiare parecchio per lavoro e per passione. Quando nel novembre 2005 sono atterrato per la prima volta a Shanghai, mi sono sentito in armonia con la città e, in un certo senso, mi sono sentito a casa.

A quel tempo Fameccanica era una start up. C’era un edificio ancora da terminare. Lo stabilimento aveva appena completato il suo primo anno fiscale, con una produzione di componentistica anziché di prodotto finito e con circa trenta persone di organico. Qui ho esattamente trovato quello che stavo cercando: la possibilità di formare un gruppo che avesse voglia di imparare e l’opportunità di toccare immediatamente con mano il risultato del mio lavoro.

Thermowatt ha aperto lo stabilimento di Wuxi negli Anni Novanta ed è oggi una realtà che conta in Cina 350 dipendentii. Quali sono le carte vincenti per fare impresa in Cina?

In Cina tutto cambia molto rapidamente, quello che era vero cinque anni fa, oggi non lo è più.

Inizialmente si veniva qui per produrre a basso costo ed esportare, poi per aggredire e sviluppare il mercato più grande del mondo. Oggi si viene in Cina perché ci sono tutti e, per molti, esserci è una condizione necessaria per evitare di perdere mercato in altre aree.

Ma le cose non sono mai state semplici.

Le aziende straniere operano all’interno di un’economia che è cresciuta a due cifre per quasi dieci anni, i clienti hanno oggi aspettative diverse rispetto a dieci anni fa, e la Cina resta un Paese dove fare affari significa conoscere e adeguarsi ad una cultura millenaria.

Dal punto di vista di prodotto è necessario un approccio ‘umile’ che tenda ad ascoltare i locali e comprendere i loro gusti; spesso ci stupiamo di come cose inutili (o trash) per noi siano necessarie per i cinesi.

Essere consapevoli che i rapporti interpersonali, e quindi il risultato delle trattative, si basano su delle regole non scritte e talvolta illogiche, ma che rappresentano un breviario valido da sempre e tramandate fino alle ultimissime generazioni.

Da ultimo, ma essenziale, ‘fare impresa in Cina’ significa accettare che si deve fare di continuo formazione, una formazione molto dettagliata; va fatta tutti i giorni e a tutti livelli, con la consapevolezza che domani si dovrà ricominciare tutto daccapo.

Questo rappresenta il punto più difficile. In un mercato dove l’educazione professionale è praticamente assente e dove l’offerta di manodopera e’ illimitata, devi fare i conti con il turnover di personale che è molto elevato.

Per essere vincenti, si deve essere efficienti, pur facendo i conti con il turnover del personale e con la scarsa specializzazione. Devi costruire un metodo ripetibile, basato su procedure, standard, best practises, regolamenti.

In pratica l’opposto della nostra tendenza italiana che dà spazio alla creatività e alla libera iniziativa: questo approccio italiano può rappresentare in effetti una barriera all’essere ‘vincenti’ in Cina.

Ma a te, la Cina piace?

Sí, ma è una risposta che nasce da un bilancio.

Per tante ragioni i cinesi sono ancora troppo proiettati alla crescita. Il rispetto della persona, dell’ambiente, del patrimonio storico, l’integrità, l’etica, sono secondari rispetto al Dio denaro. Per noi questo è difficile da accettare, ma purtroppo giornalmente dobbiamo prenderne atto.

Ma è anche per questa crescita “smodata” che ho l’opportunità’ di confrontarmi quotidianamente con i cambiamenti, di creare e crescere. Con la giusta dose di saggezza, ci sono i mezzi per fare tutto e per cambiare tutto. Questo è certamente il motivo per cui sono motivato a essere in Cina.

Certo poi, nella vita di tutti i giorni, resto infastidito dal loro parlare a voce alta, dalla mancanza di educazione, dallo scarso rispetto dello spazio, degli altri e delle cose…

E al tempo stesso, resto affascinato da alcuni aspetti della cultura cinese: quella della simbologia nascosta nei caratteri, della saggezza popolare legata al calendario lunare, dei misteriosi templi di cui pochi conoscono la vera storia, e soprattutto, dalla cultura del cibo.

Come hai visto cambiare la Cina in questi dieci anni?

Osservare il cambiamento è stata forse la cosa più emozionante. Il cambiamento si avverte fisicamente e lo si osserva per strada da un giorno all’altro.

Io sono arrivato a Shanghai a fine 2005. Il grattacielo del World Financial Center, il “cavatappi”, era un cantiere con una manciata di piani, e’ stato poi inaugurato nel 2008 con tutti i suoi 100 piani ed oltre. Il middle ring, l’anello stradale a otto corsie che oggi circonda Shanghai non esisteva nel 2005. Nel 2010 era già percorribile in gran parte.

Il cantiere dell’Expo 2010 è stato costruito in un paio di anni. Ed appena terminata l’Expo, e’ iniziato un progetto di riconversione che ha trasformato l’area in una zona destinata ad eventi musicali e sportivi. Nel 2006 l’aeroporto di Pudong aveva un solo terminal; nel 2008 è stato aperto il secondo terminal, che ha raddoppiato la capacità dell’aeroporto.

L’altra faccia della medaglia è che lo sviluppo è stato troppo veloce e molte persone sono rimaste indietro, anzi regioni intere della Cina sono indietro.

Il cinese lo parli?

Sopravvivo. Il mio cinese è frutto di lezioni private a bassissimo rendimento. Tanti soldi e poco studio.

Riesco a capire più di quanto riesca a parlare. So scrivere SMS in cinese. Conosco circa quaranta caratteri.

A Suzhou e Wuxi, anche la lingua cambia rispetto a Shanghai. Mi ero illuso di poter almeno capire un po’ di cinese, purché parlato lentamente e contestualizzato, ma qui in provincia sembra che parlino un’altra lingua.

Come passi il tempo libero ora che vivi tra Suzhou e Wuxi?

Da quando vivo a Suzhou, ho iniziato a fare jogging all’aperto in riva al lago e per le strade del SIP. Combattendo con la concentrazione di polveri sottili e con la stanchezza dell’ufficio, sto cercando di fare pace con il mio fisico.

Ormai corro da circa tre mesi, con la musica di Sergio Caputo nelle cuffie dell’iPhone, è diventato un hobby.

Qualche weekend invece lo passo a Shanghai. La concessione francese resta uno dei miei luoghi preferiti.

Come è stato integrarsi con la nuova comunità. Frequenti italiani, stranieri o cinesi?

A Suzhou frequento un paio di italiani che ho conosciuto tramite LinkedIn. La colonia italiana a Suzhou è molto popolosa. Poi ho un po’ di contatti stranieri, ma di tipo professionale.

A Wuxi, la zona frequentata dagli occidentali e’ la Nanchang Jie (Via Nanchang), un isolato che sembra una copia del più noto Xintiandi di Shanghai. In quest’area c’é il Mamma Mia, ristorante italiano, tappa necessaria della vita dell’expat di Wuxi.

Anche a Suzhou c’é il Mamma Mia e anche qui rappresenta il punto d’incontro degli italiani.

Se potessi fare lo stesso lavoro oggi in Italia, con lo stesso contratto, partiresti per Fabriano e ricominceresti una tua vita all’insegna delle radici, vicino alla tua famiglia?

Probabilmente no.

Sono arrivato in Cina per lavoro e per lavoro sono qui da circa dieci anni. Ho iniziato questa nuova esperienza professionale con Thermowatt da pochi mesi, desidero seguire un percorso e poi valutare se continuare in Cina oppure da un’altra parte.

Le radici e le relazioni sono molto forti nei confronti della mia regione, l’Abruzzo, dei miei cari e dei miei amici storici. Torno spesso a Pescara. E certamente ci tornerò definitivamente un giorno. Ma non nel breve periodo.

C’era un po’ di foschia…

sciupare un’altra fiche…

passata l’allegria.

Come un fiume che va…

lo sai che c’era un codice

e adesso chi lo sa…

c’era un po’ di foschia…

domani cosa fai…

domani è una bugia…

c’era un po’ di foschia

ma in fondo agli occhi miei

c’è un po’ di nostalgia…

(Sergio Caputo, Foschia)

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