Direttore Marketing in Estremo Oriente: quattro chiacchiere con il batterista dei Terrablues di Wuxi

La Cina è così: veloce, dinamica, imprevedibile. E questa intervista ne è la riprova, perché quando ormai stavamo per pubblicarla, mi arriva un messaggio su WeChat: “Dobbiamo ricominciare da capo: mi sono trasferito in Vietnam, ho lasciato la Ariston e ora lavoro in Piaggio. Non che faccia una grandissima differenza perché, anche con il lavoro di prima, passavo metà del mio tempo nel Sud Est Asiatico e il resto in Cina. E poi Ma Jun e i bambini per ora restano a Wuxi.Continuerò a fare il pendolare, cambio solo senso di marcia! Dai, raccontiamola lo stesso questa storia!”

Mi ha convinto il batterista dei Terrablues…

Dario Damati nasce ad Ancona nel ’71, pugliese di sangue, anconetano di nascita, una laurea in cinese all’Orientale di Napoli e una carriera dedicata al marketing,

Wuxi, 6.5 milioni di abitanti, Provincia del Jiangsu, 100 km da Shanghai (trenta minuti di treno veloce), è una città arricchita, cresciuta rapidamente, ancora provinciale, ma con una discreta comunità internazionale, attratta qui da investimenti più vantaggiosi rispetto alla vicina Shanghai.

In uno dei pochi bar di Wuxi che servono l’espresso alla fine degli anni Novanta, Dario incontra Ma Jun, che diventerà sua moglie.

Per circa quattordici anni, Dario ha lavorato in Ariston Thermo, l’azienda del Gruppo Merloni che, da Fabriano, è approdata a Wuxi per produrre caldaie e scaldabagni fin dal 1998, ma già presente sul mercato cinese dagli anni Ottanta. Da qualche mese, si è trasferito in Vietnam, dove per Piaggio continua a ricoprire lo stesso ruolo di Marketing Director per Cina e Asia.

Dario, molti stranieri che vivono in Cina da tanti anni decidono di trasferirsi in Paesi con meno inquinamento e con un miglior stile di vita. La tua scelta è stata ponderata in questo senso o hai semplicemente colto un’opportunità al volo per una nuova sfida professionale?

La decisione di cambiare Paese racchiude molte ragioni, incluse quelle che citi. Non è stata una scelta facile, anche perché da anni viaggio in Vietnam per lavoro: è molto meno efficiente della Cina, meno sicuro, ma per altri versi molto adatto alla direzione che voglio dare alla mia famiglia. Il cambio di lavoro e di brand è stato molto entusiasmante.

Quali sono le tue prime impressioni riguardo al confronto tra la vita in Cina e in Vietnam?

Il Vietnam è molto più arretrato come servizi e infrastrutture, e la vita per una famiglia straniera è per certi aspetti più complessa. D’altra parte però, i miei figli scopriranno altre qualità, quelle del sud del mondo, la vita per le strade, le famiglie allargate, i panni stesi tra i vicoli..;-) come a Napoli [N.d.R. se è per questo, vieni a farti un giro dalle parti di casa mia, in pieno centro a Shanghai…].

In Vietnam avremo frutta che consumeremo in quantita’ industriale e molte piu’ attivita’ all’aperto per tutti.

Per te che sei laureato in cinese, venire a vivere in Cina è stata una scelta più che voluta. Oggi non è più così semplice per un neolaureato. Raccontaci come sei arrivato a Wuxi.

Mi sono laureato nel 1996. A quei tempi, i sinologhi non erano molti. Così, dopo la laurea, sono stato selezionato dal Gruppo Merloni, per seguire un Master di Management di sei mesi a tempo pieno, insieme a sei italiani, cinque russi e cinque cinesi (non è una barzelletta).

Al termine del Master, Ariston mi ha assunto nell’ufficio marketing centrale, a Fabriano, dove mi sono fatto le ossa, partendo dai mercati asiatici. All’epoca il presidio dell’azienda in Asia era molto limitato. Ariston aveva da poco aperto uno stabilimento a Wuxi ed era piuttosto raro che un’azienda italiana venisse a investire in Cina.

Durante il primo anno, ho avuto modo di conoscere i maggiori rappresentanti dell’azienda all’estero, e conquistato la fiducia dei manager che lavoravano in Asia, facilitato in questo anche dalla conoscenza della lingua e del Paesi asiatici.

Nel gennaio 2000 finalmente il trasferimento in Cina come Product Manager della nuova fabbrica di Wuxi. E da quel momento in avanti, comincia la mia carriera vera e propria sul campo cinese e asiatico.

Per quasi quattordici anni, ho seguito per Ariston Thermo le strategie di prodotto e di comunicazione, assicurando che il team in Asia potesse capire e condividere gli obiettivi del gruppo e armonizzando tutte le scelte e le strategie di singoli mercati con gli obiettivi dell’azienda.

Alla luce del tuo nuovo lavoro in Vietnam, tu pensi che un’esperienza in Cina sia facilmente rivendibile anche in altri Paesi?

Lavorare in Cina nel marketing significa confrontarsi con livelli di comunicazione molto diversi, ed è un eccellente palestra e passpartout professionale per il resto dell’Asia. In Cina oggi fare business è molto complicato, e nel business asiatico si sa bene che le capacita’ acquisite in Cina sono molto utili per aprire in mercati in via di sviluppo.

La tua prima volta in Cina è stata nel 1991. Che cosa ricordi di quell’anno a Pechino?

Ricordo l’odore dei mattoni di carbone, bruciati in tutti gli angoli delle strade dai venditori di cibo. Un odore acre e penetrante, in qualche modo piacevole, che pervadeva tutta la città in tutte le ore. Ricordo i thermos color verdino o rosa con l’acqua bollita, disseminati ovunque: fuori dalle porte, sotto le scrivanie, lungo i corridoi.

Per noi stranieri c’era una valuta diversa, il Foreign Exchange Certificate; i dormitori nel campus erano molto umili e freddi e nettamente separati dagli altri studenti cinesi (eravamo solo due occidentali in tutta l’università), le strade di Pechino erano buie, senza sopraelevate, la città era attraversata da fiumi di biciclette e da autobus vecchi, lunghi e snodati. Ad ogni fermata, all’ora di punta, c’erano cinque o sei “spingitori”, con tanto di fascetta rossa al braccio. Solo grazie a loro riuscivi a entrare nel bus. E così, presto mi sono procurato una bici…

Com’è Wuxi?

Oggi Wuxi e una città ricca, piena di grattacieli e di nuove, luccicanti strade e stazioni ferroviarie.

Quando sono arrivato nel 2000, era ancora una città di provincia, molto più arretrata rispetto a Shanghai. Poi, tra il 2004 e il 2008, la città è scomparsa dietro una nube di polvere, cosa che accade tuttora a molte città in trasformazione. Tutto veniva ristrutturato o raso al suolo, le piante urbane venivano reinventate, quartieri densi e popolati del centro venivano trapiantati in periferia.

La ventata di sviluppo e di ricostruzione è stata velocissima, il divario tra ricchi e poveri è aumentato e la possibilità di un conflitto di classe mi preoccupa un po’…

La comunità internazionale sta crescendo e, a differenza di altre città, non vedo formarsi gruppi mono-culturali, perché siamo ancora pochi. I locali di aggregazione sono molti, ma ci si muove in modo casuale, tra offerte ancora poco comprensibili.

Ho osservato vari cicli di expat, arrivati e poi ripartiti. Alcuni detestano qualsiasi cosa succeda qui in Cina, molti altri si innamorano di questa grande diversità e si avventurano alla scoperta, ma quasi per tutti, questo Paese rimane un grande sconosciuto. Parlare la lingua non è sufficiente per fare un’analisi migliore, servono nozioni molto più complesse e tempi molto lunghi.

E’ vero che Wuxi è inquinatissima?

Non è vero, se la paragoni a Pechino ☺. E mi fermo qui.

Mi hai raccontato di come hai conosciuto tua moglie, Ma Jun, possiamo dire che galeotto fu l’espresso?

Si la mia passione per il caffè mi ha fatto incontrare Ma Jun, mia moglie e madre dei miei figli, Mattia di dieci anni e Annamaria di otto.

Qualche anno fa, passeggiando per le strade di Saigon, mi colpì un’insegna di una catena di caffè che diceva: ‘find love over coffee’, trova l’amore con il caffè. Proprio come era successo a me qualche anno prima!

Nel 2001, Ma Jun aveva aperto uno dei primissimi caffè in Cina ad avere – cosa rarissima – una macchina da bar per espresso italiana meravigliosa. La macchina aveva la leva per la pressione ed era ad una sola tazzina. Per me fu una svolta. Cominciai a farmi vedere più spesso, finché conobbi Ma Jun e me ne innamorai. Per un bel periodo non pagai i miei caffè…

Com’è stato integrarsi in un mondo così diverso? Mi dicevi che Ma Jun, parlava pochissimo l’inglese e non era la classica cinese che punta a trovare un marito straniero. Anzi…

Se io non avessi parlato il cinese Ma Jun avrebbe avuto difficoltà e forse poca pazienza nella fase iniziale della nostra conoscenza. Potendo io assicurare il dialogo, ho migliorato molto il mio cinese, e lei ha cominciato ad imparare l’inglese. Da subito poi, ha passato con me lunghi periodi in italia, appassionandosi molto a tutto quello che l’Italia offre. Il divario culturale non fa che arricchire il nostro rapporto.

Ma Jun alleva i nostri figli “all’occidentale”, se così si può dire, trasmettendo però anche i valori fondamentali e i rituali imprescindibili della sua cultura. Sono contento che ci sia una sfumatura di sincretismo religioso in famiglia, tra buddismo e cattolicesmo ed è interessante entrare nei rituali della famiglia in Cina, anche se continuo a scordarmi praticamente tutte le ricorrenze del calendario lunare.

A Wuxi, il tuo gruppo musicale spopola nei locali con musica dal vivo, come sono nati i Terrablues e quando riesci a trovare il tempo anche per suonare?

La musica mi ha sempre accompagnato, e l’impegno musicale mi ha mantenuto molto vivo sul fronte artistico. Ho suonato con parecchi musicisti in questi anni di Cina.

Lo dico con una punta di orgoglio, ma la scena musicale di Wuxi l’abbiamo creata e resta vitale noi, con alcuni musicisti più o meno stabili a Wuxi, e provenienti da tutte le parti del mondo.

Le band in cui ho suonato si sono alimentate di musicisti che negli anni sono passati per Wuxi. Nei primi anni, con un chitarrista americano e un bassista tedesco, suonavamo rock and roll nell’unico pub frequentato da stranieri di Wuxi, l’Australian Bar. Dal 2011 ho ricominciato a suonare frequentemente, ma oggi la competizione è molto più spinta a Wuxi. La Band suona blues, soft reggae e alcune canzoni africane. Io sono alla batteria, il cantante è un americano che suona anche l’armonica, un ruandese al basso, un birmano alla chitarra. I suoni di quattro continenti in una band: è straordinario.

I tuoi figli frequentano una scuola cinese. Cosa pensi del sistema scolastico in Cina?

Annamaria e Mattia frequentano la scuola elementare cinese, una scuola privata dove lo studio dell’inglese è importante, ma non quanto la lingua nazionale. Il sistema della scuola è in tutto paragonabile a quello delle scuole cinesi standard, molto dure e competitive. La forte attenzione posta su lingua e matematica porta i bambini fuori dalle palestre e dai punti di aggregazione. Io non pretendo dai miei figli di avere sempre e solo il massimo dei voti, come in genere succede in tutte le famiglie locali. In questo modo trovo il tempo di giocare a tennis con Mattia e di far nuotare Annamaria come una campionessa ;-).

Che lingua parlate a casa Damati?

Io parlo italiano con i miei figli, cinese e italiano con mia moglie, i bambini parlano cinese sia con la mamma che tra loro.

Dario, Forse, hai vissuto nella Cina di frontiera per troppi anni per stupirti ancora di certe stranezze, ma ricordi qualche episodio divertente?

Nel 2001, la polizia mi venne a cercare nel cinesissimo compound dove vivevo da due anni. Avevo passato un periodo di felice immersione nella vita locale, unico straniero che coraggiosamente e tenacemente tentava di amalgamarsi con la classe media ancora non arricchita e non smaliziata. Da un giorno all’altro, la polizia mi disse che non era mai stato legale vivere in quel compound, e che gli stranieri lì erano off limits. Era la stessa polizia di quartiere che mi aveva accolto all’inizio e che salutavo ogni mattina da quasi due anni.

Un’altra volta, nel 2004, una troupe di una televisione locale decise di girare un programma sulla mia vita a Wuxi. Accettai di buon grado: fa sempre piacere simulare di essere una star. Peccato che quando la trasmissione andò in onda, mi accorsi che ero finito in un programma di propaganda politica di partito. Digerii il tutto, e non mi prestai mai più a nessuna delle tante proposte di apparire che mi arrivarono da lì in poi. Ho forse perso la possibilità di diventare una star in Cina? Poco male. [N.d.R.: vuoi mettere, però, ora come ti rifai con questa intervista su Cina di Frontiera? ;-)]

Che cosa ti ha insegnato la in Cina?

Mi ha insegnato che esiste e si può accettare la diversità ai livelli più profondi. Non mi ha insegnato ad essere più forte né scaltro; piuttosto mi ha insegnato a comprendere e rispettare modi di vivere radicalmente diversi, e a capire meglio e ad amare di più le mie radici.

Pensi di ritornare prima o poi in Italia?

L’Italia rimane certamente nei miei piani, però credo che per il mio lavoro e per la mia famiglia, serva ancora un periodo di immersione nella comunità internazionale, quella che parla inglese ed altre lingue, che è pronta ad accettare traslochi repentini e che ci ci apre più facilmente altre culture. Fatto questo, allora forse saremo pronti a tornare in Italia.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *