Vadis

Incontro per la prima volta Vadis Fredini l’estate scorsa a un barbeque sul Lago Tai, tra costine di maiale e Grappa Nardini versata come se fosse Sprite.

E’ uno dei tanti veneti che vivono a Suzhou, città della provincia del Jiangsu, a mezz’ora di treno veloce da Shanghai.

A trentotto anni, è vicedirettore della MiniGears di Suzhou, società del Gruppo Carraro che produce macchinari per il giardinaggio, trapani, avvitatori e altre piccole macchine utensili.

Si è stabilito in Cina nel 2012, e a Suzhou ha già trovato una comunità veneta molto attiva e organizzata, nuovi amici e una fidanzata di passaporto cinese ma di etnia e lingua coreana.

Ama cucinare, e ci terrebbe molto che la trota al cartoccio o la lasagna al ragu non fossero profanate con il kimchi o il wasabi.

Vadis, raccontaci del calcio d’inizio della tua partita con la Cina

Era il 2011. Alle otto di sera dell’antivigilia di Natale, squilla il cellulare. E’ il mio capo. Visto che in azienda non ci siamo incrociati per tutto il giorno, penso: mi chiamerà per gli auguri.

– “Ho bisogno che tu vada in Cina”. Non mi sconvolgo più di tanto. Viaggio molto per lavoro e sono abituato alle partenze improvvise.

– “OK! Nessun problema”.

– “Ma parti tra poco”.

– Va bene: mi faccio il visto e vado”. Non chiedo nulla di più, perché fin qui, tutto sembra una delle tante altre volte in cui sono dovuto partire.

Lui incalza:

– Devi partire fra tre mesi”

A questo punto mi sento tranquillissimo. Tre mesi sono un’eternità. Me la rido e gli dico: “Ma mi chiami la sera del 23 per questo?”.

Lui capisce che non ho afferrato e – dopo una serie di battute sulla Cina conclude:

– Bene, vedo che la Cina ti piace, vorrà dire che ci starai per qualche anno”.

E qui c’e’ stato un po’ di silenzio da parte mia.

“Me lo puoi confermare anche dopo Natale…” aggiunge lui. Ma, sorprendendo anche me stesso, gli rispondo di sì nel giro di pochi minuti, senza avere la più pallida idea di che cosa mi aspetti.

“Ma dove dovrei andare? E a fare cosa?”.

Suzhou… Un nome che non avevo mai sentito in vita mia.

“Ah, Vadis… dimenticavo… Buon Natale”.

Tre mesi dopo, parto in perlustrazione per due settimane e il mio primo impatto con la Cina non è dei migliori: piove a dirotto per tutta la mia permanenza, passo le giornate in un prefabbricato del parco industriale di Suzhou, dal mattino presto alla serata tardi. Della tanto decantata Suzhou, dei suoi canali e dei suoi giardini classici patrimonio UNESCO, non c’è nemmeno l’ombra.

Per un attimo sono assalito dal dubbio se la mia decisione sia stata un po’ troppo affrettata, ma decido di non scoraggiarmi e vediamo il mese successivo come va. Per tre mesi faccio su e giù con l’Italia.

Il secondo viaggio va meglio, riesco mettere il naso fuori dal parco industriale e a mettere un po’ più a fuoco Suzhou, comincio a capire che mi sto catapultando in una “megalopoli” per uno che arriva da Rovigo e questo è molto divertente.

Giugno 2012: saluto tutto e tutti e parto.

Attualmente, tu sei l’unico italiano in uno stabilimento di duecentosessanta cinesi e, a trentotto anni, sei vicedirettore generale della MiniGear di Suzhou. Qual è stato il tuo percorso professionale e quali sono le tue croci e delizie quotidiane nel lavoro?

Io sono un perito elettrotecnico, ma il mio diploma l’ho usato ben poco.

Dopo la maturità, per un breve periodo, ho frequentato Economia e Commercio, lavorando contemporaneamente come tecnico alla programmazione di macchine automatiche in un’azienda di Rovigo. Poi ho deciso di abbandonare gli studi.

A parte gli esordi da tecnico, la mia formazione è stata nella logistica e, con il passare degli anni, sono diventato sempre più un gestionale.

Nasco come “buyer”. I “buyer” sono quelle figure che – per loro competenze tecniche o commerciali – pianificano gli acquisti per la produzione, decidono da quali fornitori acquistare i materiali, seguono le trattative commerciali. E’ nella logistica che ho cominciato a farmi le basi per capire i flussi di materiali, i costi dei trasporti, le transazioni…

A ventiquattro anni, sono entrato in Agritalia, altra società del Gruppo Carraro, specializzata in trattori da frutteto e vigneto, e la mia carriera, che fino ad allora era stanziale, ha avuto una svolta internazionale. Sono cominciati i miei frequenti viaggi di lavoro all’estero, proseguiti quando sono passato in SIT, altro gruppo padovano, specializzato in sistemi di sicurezza per il gas.

Per diversi anni, viaggio molto, soprattutto in Olanda e Spagna, dove trascorro almeno una settimana al mese.

Dopo alcuni anni in SIT, rientro nel gruppo Carraro e divento responsabile dello sviluppo dei fornitori. Questa volta, gravito prevalentemente sulla Turchia, paese meraviglioso, dove ero pronto a trasferirmi, fino a quella sera del 23 Dicembre del 2011, quando il mio capo mi chiama e mi propone la Cina.

Non è sempre facile essere l’unico italiano in mezzo a duecentosessanta cinesi. Le differenze culturali anche nell’approccio al lavoro, ci sono e si sentono.

Raggiungere gli obiettivi comuni non è una passeggiata, ma il mio compito – come quello di tanti altri manager italiani qui in Cina – sta proprio nell’adattare (e non adottare!) il modo di lavorare cinese ai nostri standard, essere flessibili e comprensivi verso le differenze culturali che si riflettono anche nella produzione, far sì che ci sia una comunicazione continua volta al miglioramento delle prestazioni e del prodotto finale.

Nel nostro stabilimento di Suzhou produciamo ingranaggi per giardinaggio e macchine utensili: tagliaerba, tagliarami, trapani, avvitatori e piccoli sistemi di trasmissione per questo tipo di macchine.

Oltre a Suzhou, quali altre Cine conosci?

Per lavoro viaggio molto e nei posti più disparati, anche se le zone sono sempre quelle industriali e non mi capita mai vedere le campagne. Viaggio per visitare fornitori, clienti, enti governativi. E ogni tipologia di visita ha i suoi rituali da seguire.

Nella maggior parte dei casi, si tratta di visite ai fornitori, per cui si va a parlare di pezzi e di prezzi, si tratta, si firmano contratti o si passa al setaccio una nuova azienda per capire se possa diventare un tuo fornitore. Si fanno riunioni su poltrone di pelle finta, ricoperte di centrini di cattivo gusto, a bere te e fumare sigarette finché non perdi la voce. E dopo la riunione, viene la cena e dopo la cena arriva una grappa di riso dal gusto discreto, ma poi scopri che nella bottiglia sono in ammollo cadaveri di serpenti, scarafaggi, scorpioni e altri animali non identificati.

Sono viaggi in cui arrivi dopo tre ore di volo, quattro ore di ritardo e tre ore di macchina e ti ritrovi in città dove il tempo si è fermato a com’era la Cina vent’anni fa. Strade immense, traffico senza regole, dove se ti azzardi a segnalare un contromano ti prendi anche degli insulti, perché è lui che ha la precedenza.

Viaggi in seconda classe su treni popolari, perché i biglietti del treno veloce sono esauriti, ma tu devi andare lo stesso e te ne stai seduto tra bambini che ti sorridono e ti si avvicinano con il loro tablet di ultima generazione, mentre tu cerchi di lavorare sul tuo PC. Ti fissano come un marziano: probabilmente non hanno mai visto uno straniero.

In questi momenti capisci che devi staccare dal tuo lavoro e fare l’italiano: dici quelle poche parole di cinese che sai per salutarli. E allora, timidissimi, loro corrono dai genitori o dai nonni. Chissà cosa ho detto?

Nei vagoni c’è odore di instant noodle, di dado, di tofu, di cavolo e soia, semi sgranocchiati e gusci di arachidi.

Pernotti in albergoni cinesissimi dove hai prenotato, ma alla reception (vuota) cinque inservienti non sanno come registrarti perché sei uno straniero e non hanno i moduli specifici.

Suzhou non è solo soprannominata la Venezia d’Oriente per i suoi canali, ma è anche il “covo” dei “Veneti di Cina”, un’associazione senza fini di lucro, fondata nel 2010, molto attiva per aggregare la comunità italiana, e in particolare veneta, in Cina. Ci puoi dire due parole sui Veneti di Cina o VDC?

Volentieri! Anzi, invito chi fosse interessato a iscriversi al gruppo su LinkedIn o chi vive qui, a partecipare alle nostre attività. Abbiamo anche un sito internet per chi volesse avere maggiori notizie (http://www.venetidicina.org)

A Suzhou, noi veneti siamo un discreto esercito e la seconda lingua ufficiale da queste parti è il dialetto veneto in tutte le sue declinazioni: padovano, vicentino, bellunese, veronese…

Il gruppo è stato fondato da due padovani, Renato Soggia e Fabio Antonello, e veneta è anche la maggior parte degli adepti, ma il gruppo è aperto a tutti: veneti DOC, chi lavora per aziende venete, chi ha amici veneti, mogli o fidanzate venete, chi ha sentito parlare del veneto…

Ci piace ritrovarci e stare insieme, in buona compagnia e con del buon cibo italiano. Poi… siamo veneti… quindi vino e grappa (senza cobra e insetti in ammollo) non mancano mai.

Le attività che organizziamo sono tante e sempre molto frequentate. Come ricorderai, quando abbiamo organizzato il barbeque sul Lago Tai lo scorso anno, eravamo due autobus pieni, più altre persone che ci hanno raggiunto con la loro macchina.

Altra occasione molto speciale è stata la cena di Natale del 2013. Eravamo più di cento e siamo riusciti a ricreare quel clima natalizio che in Cina non percepisci mai, anche se, per farti comprare di più, decorano le strade di luci e di alberi di Natale che spesso stanno lì ancora per mesi.

Mi ritengo molto fortunato. Qui ho trovato degli amici meravigliosi, senza i quali non potrei più vivere.

Gli amici per chi arriva da solo in Cina sono il sostituto della tua famiglia, perché quando ti trovi in un paese in cui parli poco o nulla la lingua, di cui conosci poco la cultura, sono gli unici su cui puoi contare e che in caso di bisogno ci sono. Sempre!

Oltre agli amici, a Suzhou hai trovato la tua dolce metà sino-coreana. Come vi siete conosciuti?

Il primo incontro con Helen è stato puramente casuale, grazie ad amici comuni. In quell’occasione ci siamo per lo più trattati con indifferenza. Per due motivi: io non cercavo un rapporto duraturo (ok il classico italiano in Cina…) e lei era diffidente verso gli stranieri e soprattutto verso gli italiani, visto che ci portiamo dietro questa immeritata fama di donnaioli 🙂

Se oggi siamo insieme, lo dobbiamo soprattutto a WeChat, perché la vera conversazione e conoscenza l’abbiamo avuta scrivendoci messaggi al telefono per un paio di mesi. E una volta capito che forse “beh non è proprio male”, abbiamo deciso che un secondo incontro per almeno guardarci in faccia invece di continuare a chattare sul telefono ci stava.

Il primo ostacolo non è stata la lingua, ma il cibo. Qui le differenze culturali toccano i massimi estremi.

La tradizione culinaria di Rovigo non conosce l’aggettivo “piccante”, mentre nella cucina coreana vai a fuoco col peperoncino dappertutto. Non è stato per niente facile adattarsi a questa parte, né per me né per lei credo.

Sua madre vive a Seul e tempo fa è venuta a trovarci a Suzhou per un paio di giorni. Mi offro (tatticamente…) di preparare una buona cena italiana con del buon vino. Lasagna alla bolognese, salmone al cartoccio e contorno di patate al forno.

Aspetto la reazione. La madre di Helen le dice qualcosa in coreano. Buio assoluto, ma una parola la capisco: “KIMCHI”.

– “Mia mamma dice che la lasagna le piace, ma deve aggiungere del ” KIMCHI”, perché il tuo ragù non è abbastanza piccante” …. e va beh…

Passiamo al secondo. Servo il salmone al cartoccio con le patate al rosmarino. Madre e figlia confabulano in coreano incomprensibile, ma capisco WASABI. E qui il mondo mi crolla e forse dall’espressione non riesco a celarlo.

Helen scoppia a ridere:

– “Eh, lo sai che siamo diversi”

– “Diversi ok, ma un doppio sacrilegio così no!”

In compenso, quando siamo stati a Seul a trovare i genitori di Helen, penso di aver combinato qualche cosa di sacrilego anche io. Secondo la tradizione coreana la prima sera a cena come benvenuto mi sono involontariamente sbronzato alla grande con gli zii, i nipoti, i genitori. Gli alcolici coreani ti danno fuoco tanto quanto le loro salsine piccanti.

Nonostante queste differenze, io e Helen ci divertiamo anche molto e devo dire che sento di essere stato accolto, accettato e coccolato dalla sua famiglia.

Lo stesso vale anche per lei. Quando telefono ai miei, non mi chiedono neanche più “come stai? “, ma “come sta Helen?” e la cosa più divertente è vederli insieme, perché non hanno nessuna lingua comune, ma riescono comunque a venirne fuori egregiamente.

Anche per noi, che comunichiamo in inglese, la lingua è un handicap e credo che lo sia per molte coppie miste: certe sfumature in inglese, che è lingua straniera per entrambi, si perdono e capita che ci siano anche incomprensioni dovute al linguaggio.

Ma certe volte è anche un vantaggio che entrambi utilizziamo per prendere tempo e cercare una risposta più consona alle circostanze.

Avere una compagna locale aiuta senz’altro a integrarsi meglio. E io che non parlo cinese fluentemente, ho ricevuto da lei un aiuto prezioso in tutte quelle piccole o grandi faccende quotidiane e burocratiche.

Mi dicevi che il tuo cinese non è stratosferico, però non mi sembra che questo ti abbia impedito di fare il tuo lavoro o di avere la tua vita sociale. Come affronti il “mostro”?

Il cinese è quella barriera che ti trovi davanti tutti i giorni e che ti riporta a quando eri bambino e per qualsiasi cosa dipendevi da qualcun altro.

Ti trovi a un bivio: vivere chiudendoti nella tua bolla di incomunicabilità oppure avventurarti nello studio della lingua.

Per mesi ho comunicato con sorrisi e mutismo, nelle cene con gli amici di Helen o a incontri di lavoro, dove sei affiancato da un traduttore che ti traduce immancabilmente un decimo di quello che dicono.

Dopo il primo anno in Cina, mi sono iscritto a una scuola, anche perché vorrei fare gli esami e prendere i certificati. E’ uno studio molto impegnativo, che idealmente si dovrebbe affrontare per un periodo di sei mesi o un anno, senza fare nient’altro. Dovendo lavorare, non me lo posso permettere.

Finora ho memorizzato cinquecento caratteri e qualche centinaio di parole in più. Un vocabolarietto da principiante … lo so… Ma già sono soddisfatto perché riesco a comunicare un minimo, cosa che mi sembrava impossibile quando mi sono cimentato nell’impresa. E in ogni caso non mollo. Il mio obiettivo è parlare bene cinese da qui ad un anno.

Com’è la tua giornata tipica?

Quando non viaggio per lavoro, vengo svegliato molto prima che suoni la sveglia da un’allegra combriccola di anziani che fanno Tai Chi nel parco del nostro residence, proprio davanti alla mia finestra.

Prima di arrivare in fabbrica, controllo la posta per assicurarmi che nella notte non sia esplosa qualche grossa rogna in Italia…

Colazione (senza kimchi o wasabi) e poi via nel traffico di Suzhou. Quando sono arrivato, bastavano dieci minuti per arrivare nel nostro stabilimento, adesso ci vuole almeno mezz’ora, zigzagando tra autobus che guidano selvaggiamente, tir sovraccarichi, automobilisti cinesi tutt’altro che idonei alla guida.

Le mie giornate in ufficio prevedono almeno due o tre riunioni interne, intervallate da montagne di documenti da firmare o meeting con clienti, fornitori, rappresentanti governativi.

Nel primo pomeriggio cinese, l’Italia si mette al lavoro e qui cominciano i flussi di mail e telefonate con la casa madre.

Verso le 18.00/18.30 stacco per andare a lezione di cinese o in palestra.

A casa, due chiacchiere con Helen e cena. Ogni giorno il menu è diverso, l’unica costante è che cucino io, perché i compiti sono chiari: io cucino e lei pulisce e lava i piatti (odio farlo!)

Poi zapping alla ricerca del film della serata che deve avere una sola caratteristica: essere in inglese.

Finito il film, ricontrollo le mail, rispondo a quelle urgenti, per essere certo di poter dormire sonni tranquilli. Ogni tanto arriva qualche telefonata in tarda serata, ma sono casi rari.

Vadis, ci apri virtualmente le porte di casa tua e ci descrivi come vivi?

Vivo fuori dal centro, molto vicino al lavoro.

I costi non sono paragonabili alle case di chi vive sul lago.

Mi sono innamorato della mia casa, appena ho aperto la porta.

Il nostro residence è abbastanza anonimo: siamo l’unico complesso senza luci sfavillanti e senza neon sui tetti. E’ un residence tranquillo con quarantotto palazzi e circa cinquemila persone, di cui una decina di stranieri.

Gli appartamenti sono di standard europeo, con 23 °C tutto l’anno fissati dal residence. Gli impianti funzionano a energia solare. Il prezzo di acquisto di un appartamento è molto elevato, per cui ci abitano cinesi benestanti e devo dire educati.

La nostra padrona di casa è una shanghainese che è stata molte volte in Italia e che ha fatto arredare il mio appartamento da un architetto italiano che vive a Shanghai: stile europeo, ultramoderno con quadri e foto di Venezia, Milano, Lago di Como, Roma…

Che cos’hai imparato in questi due anni di Cina?

La Cina è un paese che mi sta (in)segnando molto. Nel bene e nel male.

Nessuno può dirsi esperto di Cina né può dire di capirla a fondo. Qui tutto cambia così velocemente che non te ne accorgi, ma ne sei inevitabilmente travolto e devi essere solido e stabile per adattarti ogni giorno a nuove cambiamenti, sia nel lavoro che nella vita.

Scusami, una curiosità, ma perché ti chiami Vadis?

Il mio nome non è proprio comune, lo so… ma devo dire che ho vita più normale in Cina che in Europa.

Se in Europa non c’era nessuno che lo pronunciasse correttamente o che capisse che dovevano scrivermi senza chiamarmi “Miss”, qui in Cina tutti lo pronunciano bene e soprattutto nessuno mi fa la classica battutina “Quo Vadis?”, perché non hanno idea del kolossal degli anni Cinquanta.

In realtà il mio nome deriva dalla passione di mio padre per la lettura. Lui non è un letterato, ma è una persona curiosissima. Prima che io nascessi, aveva letto e molto amato il romanzo “Quo Vadis”, grazie al quale lo scrittore polacco Sienkiewicz ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1905.

Non penso proprio che i miei immaginassero che, chiamandomi Vadis, io li avrei presi alla lettera!

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