Avventure e disavventure da Tianjin a Wuhan: tra venditori di diamanti, calciatori e batterie

Lorenzo Mastrotto, nome in codice: (=“drago italiano”), è nato in provincia di Vicenza nell’anno della mucca e quindi, facendo due conti con l’oroscopo cinese, a breve compirà quaranta anni.

Dopo una laurea in Economia e Commercio a Verona inizia a lavorare in una delle tante aziende familiari del Veneto.

Dal 2006 vive in Cina, prima a Wuhan, poi a Tianjin e ora di nuovo a Wuhan, dove è responsabile vendite per il Nord Asia per la Fiamm Batterie Industriali.

E’ sposato con Anny (nativa di Wuhan) e ha un figlio di sedici mesi, Gianluca.

Qual buon vento ti ha portato da Vicenza a Wuhan?

Nel 2006 ero stanco di stare in Italia: che cosa fai in Italia se hai 33 anni, voglia di crescere professionalmente e non hai una famiglia da mantenere? Fai i bagagli.

Non avevo una meta precisa. L’anno prima ero stato in Himalaya per conto mio, al campo base dell’Annapurna, durante una guerra civile che stava cambiando il Nepal. Ero stato anche in India per turismo, insomma l’Asia mi attraeva.

Non si faceva altro che parlare di Cina e India. Mi sono detto: andiamo a vedere che succede laggiù.

Rispondendo alla classica inserzione sul giornale: “Azienda del Nord Est cerca per nuovo stabilimento in Cina, ecc. ecc.”, mi trovo in centro a Milano, un venerdì pomeriggio, alle 15.30.

Il colloquio inizia con queste parole: “Dottor Mastrotto, mi scusi, ma ho solo cinque minuti per lei, sa è venerdì pomeriggio anche per me”. E cinque minuti sono stati. E’ così che sono stato assunto la prima volta alla Fiamm, con il ruolo di controller di fabbrica, in seguito ampliato a controller Asia.

Dopo due anni in fabbrica, a Wuhan, in cui ho visto crescere da zero una realtà produttiva che oggi impiega mille persone, lavorando su progetti a Singapore, in Malaysia e in Corea, ho deciso di tagliare del tutto il cordone ombelicale con la madrepatria.

Dal mio bel contratto a tempo indeterminato, expat con stipendio in Italia, sono passato a un contratto senza paracadute: tempo determinato, zero coperture pensionistiche e assicurative. Ma ho deciso di fare un po’ come mi pareva e piaceva. Non mi sono pentito della scelta, anche se, vista dall’Italia, può sembrare  azzardata. Il concetto di posto fisso mi fa venire l’orticaria, infatti, ho cambiato un bel po’ di aziende e di posizioni lavorative.

Da Wuhan ti sei poi trasferito a Tianjin, dove, abbastanza rocambolescamente, hai lavorato prima per un’azienda orafa e poi alla start up dell’ex calciatore Damiano Tommasi

Sì, a Tianjin ho lavorato inizialmente per un’azienda orafa, abbastanza nota in Italia, che intendeva aprire negozi per vendere diamanti ai Cinesi.

Avevano deciso di stabilire la sede a Tianjin, città che sentii nominare allora per la prima volta e che sarebbe diventata la mia casa dal 2009 al 2011. Potrei scrivere un libro sull’anno passato come General Manager di quella società  a Tianjin, tante me ne sono capitate – interventi della polizia inclusi. Il principale problema è stato la presenza del socio cinese, un personaggio che – si è poi scoperto – si era fatto anche un periodo in carcere per contraffazione di gioielli e importazione illegale di diamanti. Arrivava in ufficio a mezzogiorno e pretendeva che le dipendenti stessero con lui fino a mezzanotte, perché lui faceva questi orari. Una delle prime occasioni in cui abbiamo violentemente litigato è stata per una scala. Il ragazzo tuttofare che si prendeva cura della manutenzione del negozio, usava una scala assai pericolante costruita da lui con pezzi di legno raccattati qua e là. Volli comprare una normale scala in alluminio, del costo di 300 RMB, perché temevo un possibile incidente. Il socio mi accusò di sperperare inutilmente il denaro, poco importava se la cifra era irrisoria.

Durante quell’esperienza, non sono mancati licenziamenti di dipendenti, con tanto di zuffe, il furto di un diamante di valore e altre cose di questo tenore.

Dopo un anno, ho concluso il capitolo da “gioielliere” ma, per una serie di curiose coincidenze, sono rimasto un altro paio d’anni a Tianjin occupandomi di sport e calcio.

Nel 2009 era arrivato a Tianjin Damiano Tommasi, ex calciatore della Roma, ex nazionale, e ora Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori. La comunità italiana di Tianjin non è molto numerosa, quindi è passato poco prima che ci conoscessimo. Varie cene assieme, poiché lui era in Cina senza famiglia e io a Tianjin da solo, la mia fidanzata rimasta a Wuhan. Ha giocato una stagione nel Tianjin, primo calciatore italiano. Gli ho dato una mano, assieme ad altri, per mettere in piedi la società in Cina. Si era, infatti, reso conto, con il suo procuratore, che la Cina è davvero la nuova frontiera. Fame di calcio, ma poche conoscenze, un modo di organizzare il lavoro di squadra molto distante dai nostri modelli. Quale occasione migliore per creare un link tra Cina e Italia?

Insieme ad altre persone abbiamo creato la Tommasi Pretti Seeber Sports Culture & Exchange Co., Ltd (TPS). Io mi sono occupato molto della fase di start-up, con l’accordo che avrei lasciato dopo un anno, com’è successo.

E poi hai deciso di ritornare a Wuhan…

Da un anno e mezzo sono tornato a Wuhan. Mia moglie era incinta e ormai era difficile continuare a mantenere la vita lavorativa a Tianjin e quella affettiva a Wuhan, a mille km di distanza.

La cosa divertente è che, pur cambiando molto, non ho mai fatto nulla per trovarmi un lavoro in Cina. E’ il bello dell’accettare di vivere in un paese come questo, ancor più se si ha lo “stomaco” per sopportare la vita di città di seconda o terza fascia, per me va bene (quasi) tutto.

Fiamm, l’azienda per cui avevo lavorato all’inizio della mia esperienza cinese, stava attraversando una fase di riorganizzazione e mi chiamo’ per offrirmi una posizione diversa da quella che avevo occupato in precedenza: responsabile vendite Nord Asia, che è il mio lavoro attuale. Una buona “scusa” per poter scappare spesso da Wuhan, con meta Hong Kong, Taiwan, Corea, talvolta l’Italia in visita agli stabilimenti. Vivere full time a Wuhan credo mi avrebbe portato al collasso nervoso già da tempo, pur avendo la famiglia lì ed essendo la città natale di mia moglie.

A parte le tue disavventure con il “gioielliere” cinese e la tua esperienza con il calciatore italiano, di Tianjin cosa ci racconti?

Tianjin è praticamente la periferia di Pechino. Solo trenta minuti di treno separano le due città. Quindi, un weekend a Tianjin e’ un po’ come un weekend a Bergamo, avendo Milano alle porte.

La città è in grande sviluppo, si da’ un po’ di arie ospitando il convegno annuale dei Nuovi Campioni del World Economic Forum (Summer Davos).

A Tianjin c’e’ una buona comunità di italiani, ed esiste l’unica concessione italiana che venne assegnata al nostro paese al seguito delle Guerre dell’Oppio. Ci vissero anche Galezzo Ciano e la moglie Edda. Ora e’ stata trasformata in una grande zona pedonale piena di bar e ristoranti.

Come ogni città cinese, non c’e’ nulla da fare se non shopping lungo la via pedonale principale, e mangiare qualcosa presso i venditori ambulanti, una delle cose che mi piacciono più dell’Asia. Poi ci sarebbe il lungomare, ma lascia alquanto a desiderare.

Naturalmente: cemento, cemento, cemento e ora anche molto acciaio e vetro.

Il periodo peggiore per visitare la città è luglio, di solito arrivano degli acquazzoni torrenziali che letteralmente mandano tutto sott’acqua. I tombini delle strade sono intasati per via delle tempeste di sabbia autunnali e nessuno pensa a svuotarli.

Che vita fai a Wuhan?

Wuhan è una megalopoli, composta in realtà da tre città divise da due fiumi, uno dei quali lo Yangtze. Sporchina, ora poi è molto impolverata a causa degli oltre ottomila cantieri in corso. E’ un nodo ferroviario importante.

Da qui è partita nel 1911 la rivoluzione che avrebbe affossato la dinastia Qing, proprio per ragioni legate allo sviluppo della rete ferroviaria, in mano agli odiati stranieri.

Il cibo è piuttosto piccante, famoso è il collo d’anatra. Ma se passate di qua fatevi una colazione con i ReGanMian, letteralmente “vermicelli secchi caldi”, cioè gli spaghettini asciutti tipici di Wuhan. Io ormai ci faccio spesso colazione nel weekend.

Wuhan è anche una delle tre fornaci della Cina, perché d’estate tra caldo e umidità si sta peggio che nel Sahara. La gente è abituata a stare fuori fino a tardi la sera, facendo la seconda cena dopo le undici, visto che la prima è alle sette. Lungo il fiume è tutto un pullulare di ristorantini messi in piedi alla buona.

Poiché sono sposato con un bimbo, la quotidianità non differisce molto da quello che farei in Italia. Sveglia alle 6.30, un’ora e mezza di auto per andare al lavoro, in mezzo ai cantieri in corso. Verso le sette di sera sono a casa, ceno, gioco con mio figlio. Se non siamo troppo stanchi, io e mia moglie ci guardiamo un dvd.

Nel weekend invece si va al parco, se il tempo lo consente, oppure ce ne stiamo anche a casa. D’estate un po’ di piscina e sfide al volano con qualche amico cinese.

In genere, pranziamo e ceniamo fuori nel weekend, anche in posti poco ortodossi ma dove si mangia molto bene.

Com’è la comunità straniera a Wuhan? ci sono altri Italiani?

Le principali comunità di stranieri sono l’americana e la francese, tanto che Jacques Chirac venne qui in visita durante il suo mandato presidenziale.

Gli italiani sono pochissimi e per lo più di passaggio. Molti lavorano in Wisco per installare o manutenere macchinari. Fissi siamo davvero pochi. Nel 2006, quando arrivai, credo meno di cinque, oggi forse arriviamo a venti, ma in realtà ne conosco meno di dieci. Alcuni fanno lavori assurdi, del resto ci sono sempre persone un po’ particolari che vanno all’estero non sapendo più che fare in patria. Certo finire a Wuhan…

L’obiettivo del governo cittadino è fare di Wuhan la Chicago della Cina. Ci sono molte industrie, le più grandi sono Wisco (acciaieria) e Dongfeng (auto), con Dongfeng-PSA, la joint venture con Citroen-Peugeot. L’industria automobilistica è molto forte, con presenza anche di Honda e il nuovo stabilimento Renault in costruzione.

L’aeroporto è discreto, ma ci sono pochi voli internazionali. Da un anno, c’e’ un volo diretto per Parigi, adesso dovrebbe partirne uno per Los Angeles, poi qualche paese asiatico e nient’altro. Questo è un grosso limite.

Poiché l’università è famosa e costa meno di altre città più importanti, c’e’ un certo numero di studenti stranieri.

I ristoranti sono quasi esclusivamente asiatici. Nessun vero ristorante italiano, poiché tutti sono gestiti da cinesi, alcuni anche discreti. Ma in fondo a me non cambia molto, salvo il fine settimana mangio sempre a casa, cucina cinese.

Al supermercato come va?

La spesa non è più un problema da quando su internet si trova tutto. Mia moglie è una patita degli acquisti online, compra anche i buoni per i ristoranti. Una sera torno a casa e trovo uno scatolone enorme. Dentro, un centinaio di confezioni di arachidi. Ne abbiamo avuto per più di un anno! E via così: tonno, Nutella, wafers, prosciutto, salame, formaggio… Se non li porto io dall’Italia e non li troviamo alla Metro, li compriamo su internet. Recentemente mia moglie ha vinto una bistecchiera e si è messa in testa di cucinare il filetto. La carne l’abbiamo trovata alla Metro, quella di Qingdao, è davvero molto buona. Così la domenica a pranzo ora facciamo il nostro “barbeque”.

Divertimenti a Wuhan?

Quando ero “giovane” (cioè da non sposato), di divertimenti ce n’erano a go-go, tutti parecchio cinesi: discoteche, bar sul lungofiume, KTV… Ora ci sono anche dei club un po’ più pretenziosi, cari ma molto belli. Gente di livello un po’ più alto della media. Anche Starbucks è arrivato a Wuhan .

A me piace molto il “teatro” tipico di Wuhan, una specie di cabaret con balli, gente che canta e deve bersi litri di birra portati sul palco dal pubblico, scenette con significato sconcio. Divertente, una volta sono pure finito sul palco, ovviamente tipo scimmia allo zoo da guardare e dargli le noccioline per vedere l’effetto che fa.

Ci racconti qualche episodio “di frontiera” che ti è accaduto in questi anni?

Nel 2009 la mia fidanzata mi ha dato l’aut-aut. Siccome vivevo a Tianjin e lei non voleva trasferirsi, avendo lavoro e genitori a Wuhan, era necessario comprare un appartamento a Wuhan. Nel luglio del 2009, a 40 °C all’ombra, mi sono girato una miriade di cantieri, tra la polvere, per vedere una serie di possibili appartamenti. Il prezzo allora non era ancora salito alle stelle, con 4-500 euro al mq si poteva trovare qualcosa di interessante. Nel giro di pochi anni i prezzi sono triplicati, come l’offerta di appartamenti, anche se molti restano vuoti (ma venduti).

Avevo posto due condizioni: niente bagno alla turca, ma solo wc, e riscaldamento a gas metano, con i termosifoni. Mio suocero ha ribattuto se ero pazzo a non volere il bagno alla una turca, perché era una gran comodità. Lui, a casa sua, aveva dovuto accettare due WC a causa del modo in cui erano stati fatti gli impianti. Io che potevo avere la turca, chiedevo di rompere tutto il pavimento per rifare gli impianti. Ma sul punto non ho ceduto.

Più divertente il discorso dei termosifoni. Wuhan si trova sullo Yangtze e in Cina le città sotto il grande fiume non possono dotarsi di impianto di riscaldamento. So che persino a Shanghai molti palazzi sono privi di questa comodità. A Wuhan, dove d’inverno può anche nevicare, trovare un appartamento riscaldato è una sfida. L’azienda che ha installato i termosifoni mise fuori dal mio appartamento un avviso per possibili acquirenti: “Venite a vedere il riscaldamento in casa!”.

Oggi, a distanza di tre anni, mio suocero sta seriamente pensando di installare i termosifoni in casa sua. Quando, d’inverno, noi andiamo in vacanza, i suoceri si trasferiscono da noi per usare il metano a profusione, anche se restano dei limiti all’utilizzo, cioè il gas a Wuhan è contingentato. Almeno finché non sarà completato il gasdotto che arriva dalla Russia e dovrebbe dotare di gas anche Shanghai.

Ero in una discoteca cinese, seduto al bancone. Davanti a me un tavolino con due ragazzi e due giovanissime ragazzine. Solite bottiglie di alcol tarocco tagliate con te verde o coca cola. Uno dei due ragazzi tira fuori dal taschino un sacchetto e lo apre sul tavolo: polvere bianca. Ne fa una striscia e se la sniffa davanti a tutti, senza problemi. Poi si sente leggermente male, ha una specie di svenimento e lo portano in bagno.

In un’altra occasione, sono in taxi, verso le undici di sera, fermo ad un incrocio aspettando il verde. Arriva uno all’esterno che inizia ad inveire contro il tassista, lo insulta. Il tassista non lo degna di uno sguardo, impassibile. Il tizio prende un’ascia, una vera ascia da boscaiolo, e lo minaccia con quello strumento. Il finestrino attutisce le urla e gli improperi, il tassista non muove l’auto di un metro. A quel punto il tizio all’esterno brandisce l’ascia in modo minaccioso, io mi catapulto fuori dal taxi appena in tempo, prima che l’ascia finisca per fracassarsi contro il finestrino. Getto un biglietto da 20 RMB per la corsa e me ne vado. Per un po’ ho rivisto quel taxi che se ne andava in giro con il finestrino rotto.

Ho anche visto una persona praticamente morta in mezzo alla strada, in un lago di sangue, con gente attorno che stavo infierendo contro il corpo con delle sbarre, e una moltitudine di passanti che si fermavano a prendere video e foto con i cellulari.

Ora può sembrare che Wuhan sia una città violenta, personalmente ho molta più paura in una stazione dei treni italiana dopo le dieci di sera.

In Cina non mi sono mai sentito in pericolo, la sicurezza è uno dei pochi aspetti per cui preferisco la Cina ad altri paesi. Ma credo che questi episodi siano interessanti perché non so se cose del genere siano capitate a molti stranieri. Certo non sono fatti molto divertenti.

Ti manca l’Italia?

Per nulla. Ho sempre considerato l’Italia un paese provinciale.

Non sopporto poi questo continuo dire che non se ne può più, che così non si va avanti, non si arriva a fine mese. Io vengo da una zona ricca, almeno negli ultimi venti-trent’ anni, il Veneto. Non vedo situazioni così terribili. La maggioranza della gente ha casa di proprietà, con tutte le comodità, un paio d’auto per famiglia. Ci si lamenta di tutto. In genere, se chiamato in causa, rispondo: “Compra un biglietto per New Delhi o Kathmandu. Ti lamenterai meno quando torni a casa”.

Tu hai una moglie cinese. Sono molte le differenze culturali?

Più che le differenze culturali tra un paese e l’altro, mi colpiscono le differenze in Cina tra la generazione di mia moglie e quella dei suoi genitori. Due mondi diversi che cercano di incontrarsi facendo compromessi. Una sera, mia moglie mi chiama: “Puoi comperare un nuovo bollitore per l’acqua? L’altro si è rotto”. Torno a casa con il bollitore nuovo, poi noto un buco nel muro: “Che è successo? E dov’è tua madre (la suocera)?”. “Si è arrabbiata, ha scaraventato il bollitore contro il muro e se n’e’ andata”. Avrebbe rimesso piede in casa nostra solo dopo un mese. Non ho mai saputo cosa sia successo, comunque si è trattato di una diatriba sull’educazione di nostro figlio.

La prima volta che è venuta in Italia, Anny non è quasi riuscita a mangiare. L’ultima volta, invece, avrebbe divorato tutto. A parte il formaggio, off limits, quasi tutto il resto le piace. Nuovi prodotti preferiti: crudo di San Daniele (ma tutti i prosciutti crudi vanno bene), salame Milano e Felino, olio extravergine d’oliva, carne cotta alla brace, ma non al sangue.

Anny apprezza l’arte, i miei suoceri… insomma. Siamo entrati ai Musei Vaticani alle dieci di mattina, Anny ha finito il giro alle quattro di pomeriggio. Audioguida in cinese, entusiasta. Ha dei gusti molto precisi, o è bianco o è nero. Le piacciono certe chiese di Roma (la preferita: Santa Maria Maggiore) altre proprio no. Le piacciono molto certi piatti (il ragù ad esempio), altri no. Non va pazza per Venezia, anzi. Ma adora il lago di Garda.

Ho notato che i posti preferiti dai cinesi sono quelli naturali: fiumi, montagne, laghi. Vanno pazzi per quei paesaggi con cielo pieno di nuvole, le montagne sullo sfondo, un ponte sul fiume.

In casa, tutto quello che riguarda gli aspetti legali e burocratici compete a mia moglie. A volte lei si lamenta dicendo che, nelle coppie cinesi, queste mansioni spettano al marito. In fondo, che sia una fidanzata o una collega di lavoro, una persona cinese che aiuti a vivere nella quotidianità, è necessaria. E non può che essere donna, visto che i maschi cinesi sono abbastanza inebetiti.

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