Dopotutto, domani è un altro giorno

Anni Sessanta. L’Italia in pieno boom economico. Tre sorelle legatissime, la prematura perdita dei genitori, il ricordo di quelle giornate a Lumezzane in cui, bambina, Grazia aiuta la mamma in negozio. Il matrimonio. L’adozione di Giovanni. Il divorzio. Un’azienda di casalinghi creata a venticinque anni, i primi rapporti commerciali con la Cina a metà degli Anni Novanta, una joint venture con un’azienda cinese durata un anno, il primo ristorante italiano e il frullato della vita è fatto, tra sfide e maree continue, sempre affrontate con spirito positivo e costruttivo.

“Oggi quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo: caffettiere espresso, ristorazione e progettazione d’interni”.

Dal 2007, Grazia Facchetti, 52 anni vive a Yongkang una cittadina industriale a circa 370 km a Sud di Shanghai nella provincia del Zhejiang, soprannominata la capitale della ferramenta.

A Yongkang si producono porte blindate (il 70% della produzione nazionale), stoviglie in acciaio inox (il 52% della produzione nazionale) e tantissimi scooters. C’è anche una Grande Muraglia, finta ovviamente.

Grazia arriva qui per seguire la sua azienda che produce caffettiere moka, in società con un’azienda cinese, ma le cose non vanno come programmato e dopo un anno la joint venture si scioglie e lei si rimette in gioco, continuando nel settore dei casalinghi, dove oggi segue il controllo qualità per varie aziende. Ma non è tutto…

Nel 2009 apre un ristorante italiano (il primo e unico a Yongkang) che diventa presto il punto di riferimento della comunità straniera in città. E nel 2011 costituisce con altre due aziende bresciane una società di progettazione d’interni e di vendita di infissi made in Italy.

“Forse ho esagerato? – mi dice- “Non lo so ancora, ce lo dirà il tempo. Ora so che sono abbastanza impegnata, ma che può fare una donna sola in una piccola (si fa per dire) città cinese?

Grazia, partiamo dalle origini…

Sono nata in una famiglia di piccoli imprenditori di Lumezzane: papà realizzava impianti industriali (era semplicemente un genio), la mamma, più portata per il commercio, aveva una rivendita all’ingrosso di materiale elettrico, d’appoggio a papà, e un negozio di elettrodomestici.

Ho vissuto il boom economico degli anni Sessanta lavorando sodo. In quegli anni, la valle di Lumezzane ha visto nascere grandi aziende nell’ambito dei casalinghi, della rubinetteria e non solo…

Sono cresciuta in un ambiente dov’era d’obbligo imparare a lavorare e aiutare la famiglia: ho iniziato a fare la commessa a dieci anni. La mamma mi lasciava in negozio e quando arrivava un cliente, dovevo suonare un bel campanello per chiamarla.

Ricordo ancora con emozione quelle giornate… La contabilità, le fatture, le banche… sono stati i miei primi compiti.

Lavorando, mi sono diplomata in segretaria d’azienda e, sempre lavorando, ho conseguito un diploma di maturità al liceo linguistico.

La serenità in famiglia è stata purtroppo oscurata dalla malattia sia di papà Rino che di mamma Margherita: si ammalano entrambi. Il papà ha problemi al cuore e subisce il primo intervento a 44 anni, la mamma Margherita si ammala di una di quelle malattie dove il sistema immunitario impazzisce.

Muoiono entrambi in giovane età, ma hanno avuto tutto l’affetto e le cure delle loro tre figlie; la loro malattia ha fatto sì che il legame all’interno della nostra famiglia sia, tuttora molto stretto e sereno.

Mi sposo a ventun’anni. Al tempo si era soliti seguire il marito, e così io ho fatto. Si diceva: ”dove c’è Luigi, c’è Parigi” e quindi, dopo il magico giorno del “sì”, la mia vita si è trasferita in Franciacorta, al seguito della mia dolce metà.

Insieme a mio marito inizia così la mia carriera negli articoli casalinghi, e la mia vita nel mondo delle caffettiere espresso.

Siamo stati una coppia molto attiva anche in ambito parrocchiale, promotori di varie attività ricreative con i bambini e con gli adolescenti. Venivamo entrambi dall’esperienza scout e non è stato difficile mettere in atto gli insegnamenti ricevuti dal fondatore Baden Powell: “lasciate il mondo migliore di come l’avete trovato”.

Con mio marito abbiamo affrontato l’esperienza della difficile scoperta di non poter aver figli naturali ma, con lo spirito positivo che ci contraddistingueva, abbiamo scelto la via dell’adozione internazionale.

E’ stata un’avventura positiva e, dopo aver superato tutti i vari iter burocratici, partivamo felici ed emozionati verso il Perù, dove ci aspettava il nostro piccolo cucciolo che ora ha ventisette anni e mi ha seguita in Cina.

Ho sempre lavorato con entusiasmo e temerarietà. La nostra azienda procedeva difendendosi egregiamente nella grande giungla della concorrenza. Quando è iniziata la pesante concorrenza cinese: abbiamo intrapreso la strada verso l’Oriente.

E così ti sei trasferita in Cina…

Sì, anche se non avrei mai immaginato un simile cambiamento nella vita, nel 2007 sono venuta a vivere a Yongkang per gestire in Joint Venture una società che produceva caffettiere.

Ricordo con infinita emozione il giorno dell’inaugurazione. I cinesi hanno la passione per la numerologia e sono molto, molto superstiziosi. La data dell’inaugurazione non è stata fissata in base alla disponibilità dei soci, ma secondo calcoli esoterici. L’esperto scrisse su un foglio di carta rossa che il momento propizio era il 3 dicembre 2007 a mezzogiorno. Questa data è stata desunta dalla data e dall’ora di nascita di tutti i membri della società. Non è dato sapere quali calcoli siano stati fatti e il foglio rosso con tutti i calcoli non si poteva avere (porta male…) questo disse lo sciamano…

Comunque, quando all’ora stabilita, nel piazzale della fabbrica si sono issate le bandiere al suono degli inni nazionali, è stato un momento magico. Ci è anche scappata la lacrimuccia.

Purtroppo però, nonostante i calcoli dello sciamano, l’esperienza della società con i cinesi non ha avuto un lieto fine e dopo un anno sono rientrata in Italia. Era la fine del 2008.

 

Non è infrequente che le Joint Venture con i cinesi si chiudano con scioglimenti e litigi. Secondo te quali sono le ragioni e che cosa ti senti di consigliare ad altri imprenditori come te?

Sai, ogni esperienza è fine a se stessa ed è difficile esprimere commenti. Forse una delle ragioni è che si cerca di gestire un’azienda cinese come se fosse italiana e allora lo scontro è inevitabile. Agli altri imprenditori come me posso solo dire che proprio perché “imprenditori” dobbiamo saper rischiare ed intraprendere sempre nuove sfide, considerandone i pro e contro. Ma non dimentichiamo che la nostra scelta professionale è il rischio.

 

Il rientro in Italia, mi dicevi che è stato duro e quindi hai deciso di ripartire per la Cina e re-inventarti una professione, ricominciando dal tuo settore (la produzione articoli casalinghi) e aggiungendo nuovi progetti e sfide imprenditoriali.

Sì, dopo due anni di assenza dall’Italia, il rientro non è stato né facile né felice. All’interno della mia azienda, non mi riconoscevo più e non ritrovavo la sintonia con soci e colleghi.

E’ stato un altro momento di grandi scelte e di radicali cambiamenti.

Vendute le quote della società, richiudo casa e decido di prendere il famoso periodo sabbatico.

Riparto per Yongkang con l’unico obiettivo di studiare cinese nell’attesa che mi venga qualche brillante idea.

Sono ripartita da quello che è sempre stata la mia specialità e che conosco meglio: la produzione di caffettiere.

Vivendo in Cina, sono spesso contattata da alcune aziende italiane che mi chiedono di seguire in loco la produzione e il controllo qualità.

Come dire di no? E’ sempre stato il mio lavoro, amo l’odore delle fonderie e delle tornerie. Tra l’altro il lavoro va comunque fatto a Yongkang, per cui riprendo il calibro e mi rimetto in pista nell’ambiente dei casalinghi.

Siamo nel 2009, sono ritornata in Cina da quattro mesi e inauguro il primo ristorante non solo italiano, ma in assoluto non cinese, nella piccola città industriosa. Lo apro quasi per gioco, soprattutto spinta dal desiderio di creare un punto di incontro in questa cittadina priva, come le altre città industriali cinesi, di un luogo di aggregazione.

Diciamo che mi riusciva difficile entrare nelle famiglie cinesi, allora ho fatto in modo che loro venissero da me.

Non vi dico quanti stranieri che frequentano la città per lavoro mi stanno ancora ringraziando per averli salvati da giorni di cibo cinese.

Il ristorante ormai ha il suo team ben affiatato ed è mio figlio Giovanni che ormai ci lavora a tempo pieno.

Siamo a fine 2011….e – non ancora stanca assecondo – un progetto con due aziende bresciane.

In realtà l’idea arriva perché alcuni amici cinesi mi chiedono di coinvolgere aziende italiane nell’ambito della costruzione e del design.

Detto fatto, a marzo 2012, abbiamo location, licenze e tutto quello che ci serve. Si parte con l’azienda: OPERA UNICA.

Che dire? Forse ho esagerato? Non lo so ancora, ce lo dirà il tempo. Ora so che sono abbastanza impegnata, ma che può fare una donna sola in una piccola (si fa per dire) città cinese?

Tra l’altro io non ho altri hobby e l’unica cosa che so fare è lavorare e non posso dire che la cosa mi dispiaccia.

Forse ora mi mancano un po’ i rapporti interpersonali e siccome sono solita scegliere e decidere cosa mi piacerebbe e cosa no, mi sona data un obiettivo: andare a Shanghai almeno un weekend al mese. E così sto facendo da ottobre.

Ho conosciuto nuovi amici, ascoltato esperienze molto simili alla mia, raccontato le mie varie vicissitudini e riso delle buffe trovate dei cinesi che a volte sono proprio “geniali”.

Com’è Yongkang?

Yongkang… Ormai ci vivo da ben 7 anni. E’ una città piccola per gli standard cinesi, ha solo 800.000 abitanti.

Il nome significa “salute per sempre”, ci sono molte fabbriche, soprattutto nel settore della ferramenta, e – a dispetto del nome – l’inquinamento non manca.

Siamo circondati da molte colline e da bellissimi laghi, dove con gli amici cinesi andiamo a pescare, a soli 20 km, nella città di Wuyi, ci sono delle bellissime terme naturali aperte anche di sera.

E’ un’esperienza da fare immergersi in quelle calde acque all’aperto, incastonate in giardini in stile cinese classico.

Yongkang, è una città à ricca e lo si vede soprattutto dai modelli lussuosi di auto che circolano per le strade. In occasione di un recente matrimonio, il corteo nuziale era formato da ben 10 Ferrari, 2 Lamborghini e 4 Roll Royce…

E’ sicuramente attiva, dinamica e in pieno sviluppo, ma gli stranieri residenti sono pochi.

 

Qualche aneddoto divertente che ti è capitato di vivere nella tua Cina di frontiera?

Ti potrei raccontare di quella volta che, in abito da sera, poco prima di andare a un ricevimento con le autorità locali, ho dovuto pulire lo scarico intasato del ristorante perché tracimava.

Oppure la prima ubriacatura della mia vita, perché è maleducazione rifiutarsi di bere, se sei il festeggiato e devi brindare per il classico “ganbei”, con tutti gli ospiti – nessuno escluso – bevendo il famoso alcool di riso fatto in casa, che ti dicono fa benissimo alla salute.

O di quando insegno a usare forchetta e coltello. Di quando intrattengo i bambini che vengono al ristorante, di quando bisticcio nelle aziende perché rispettino contratti, scadenze e soprattutto qualità? Di quando, a soli pochi giorni dal mio arrivo in Cina, nell’appartamento in cui vivevo, è caduto il lampadario e non sapevo proprio che pesci pigliare?

Forse mi è presa la mano e sto continuando a scrivere, l’elenco è lungo e tutti i giorni ne succede una nuova.

 

Che cosa ti ha insegnato la Cina?

Innanzi tutto a non arrabbiarmi più per i programmi giornalieri che regolarmente non riesco a seguire.

L’uomo propone e la Cina dispone, questo è quello che mi dico quando arrivo a sera e sorrido pensando che mi sono sempre considerata poco paziente.

Ora faccio e penso come i cinesi, domani è un altro giorno e piano piano (“man man lai”) si fa e si risolve tutto.

Loro trovano sempre il tempo per rifare le cose e mai il tempo per farle bene la prima volta.

 

Grazia, per il tuo futuro cos’altro bolle in pentola?

Sto bene, la mia famiglia (figlio, morosa del figlio e le mie care sorelle) mi è vicina e mi asseconda nelle mie varie avventure. Cosa potrei volere di più?

La Cina è stata una scelta radicale, ma a distanza di tempo penso di potermi ritenere soddisfatta. Mi piace stare qui, e amo moltissimo tornare in l’Italia che per me resta sempre casa, anche se dovessi vivere a Yongkang per non so ancora quanti anni.

E’ sempre meglio non ipotecare il futuro perché a 52 anni una cosa sicuramente l’ho imparata ed è che non c’è mai niente di certo.

Oggi puoi essere qui e domani chissà dove, soprattutto per una come me che pensa di non aver mai imparato abbastanza e che è solita dire: ”dove appendo il mio cappello, là è casa mia”.

“Lasciate il mondo migliore di come l’avete trovato” (Baden Powell)

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