“La rugiada delle piccole cose” nei campi di colza

Tianjin è una delle quattro stelline gialle sulla bandiera cinese che simboleggiano le municipalità indipendenti. 120 km a Sud di Pechino, sul Golfo di Bohai. Oltre dieci milioni di abitanti: è la quarta città per popolazione dopo Shanghai, Pechino e Canton.

Edifici ottocenteschi testimoniano le vecchie concessioni, una anche italiana: l’unica che abbiamo avuto in Cina. Oggi Tianjin è gemellata con Milano, ma probabilmente molti milanesi non ne hanno mai sentito parlare.

Giacomo vive qui dal 2010. Dirige uno stabilimento di una società italiana che produce macchinari per fonderie. 49 anni, varesotto di nascita, nomade per scelta.

Ama le cose semplici, la campagna e si autodefinisce spartano. Ha vissuto spesso in sedi disagiate, dalla Mongolia Interna a tre anni trascorsi in mezzo agli Urali.

Negli studi dice di essere stato “praticamente una bestia”, ma il suo desiderio di esplorare il mondo e la sua dedizione al lavoro (“la mia giornata lavorativa inizia alle sei di mattina”), lo hanno portato fin da ragazzo a specializzarsi nella meccanotronica per seguire la costruzione di impianti industriali.

 

 

Giacomo, tu ti sei trasferito a Tianjin nel 2010, ma hai alle spalle una vita da nomade. Com’è stato questo tuo percorso e com’è nata la tua scelta di venire a vivere in Cina?

Il mio percorso di studi è decisamente sconclusionato: abbandonato il liceo scientifico, mi sono iscritto a un istituto aeronautico di Novara, mollato anche quello, alla fine mi sono diplomato come perito meccanico. Da ragazzo, a scuola, ero una bestia, la disperazione di mio padre. E pensare che la mia mitica mamma Chiara aveva tentato di fare di me un milord, mandandomi d’estate a studiare nei Kinderheim in Germania e nelle scuole di equitazione in Inghilterra.

Il mio primo lavoro serio è stato fare fotocopie tutto il giorno nella ditta di un conoscente di mio padre. Una sorta di “punizione” che mi ha fatto maturare, mi ha stimolato a fare meglio.

E le prime ispirazioni, sono nate dai racconti dei tecnici che tornavano dai loro viaggi di lavoro all’estero: mi affascinavano enormemente. Volevo anch’io fare quelle esperienze. Quindi mi sono messo d’impegno e ho imparato il più possibile sui nostri processi di produzione e sui nostri impianti e poco dopo, è arrivato anche per me il momento di partire, prima in Europa poi in Asia e nel resto del mondo.

Sono stato il primo tecnico nella nostra azienda ad andare in India. Era il 1991. Destinazione Calcutta. Ed ho pianto, nel vedere tanta miseria sopportata con una grande dignità da questo popolo meraviglioso. L’India mi ha fatto per la prima volta mettere in discussione tante cose a proposito della vita.

L’anno successivo è stato la mia prima volta in Cina. Per lavoro, ho girato dappertutto, ma prevalentemente in Cina, in India e una parentesi di tre anni a Kachkanar, negli Urali, in Russia, un intermezzo interessante, che mi ha permesso di conoscere l’Est della Russia e imparare il russo che parlo discretamente.

Come è stato il tuo impatto con la Cina dei primi anni Novanta?

E’ stato amore a prima vista.

All’epoca, le condizioni di vita in Cina erano molto più disagiate di oggi.

Il nostro primo impianto era una ditta militare a Xiangtang nell’Hunan.

A Pechino non c’era ancora l’autostrada verso la città, l’aeroporto era scassatissimo costellato di sputacchiere, gli aerei cadevano con una certa frequenza.

Ho passato due mesi blindato dentro il residence militare, piantonato ventiquattr’ore su ventiquattro. Non sono mai uscito dalle mura… Ricordo ancora la mia stanza. Dormivo sopra le cucine e ogni mercoledì mattina alle 06:00, ero svegliato dalle grida di un maiale sgozzato.

La Cina negli anni 90 era in forte espansione ed era il mercato trainante del nostro gruppo, così ho continuato a fare avanti e indietro di continuo, vivendo in Cina per più di sei mesi l’anno. L’ho girata tutta, dalla Mongolia Interna ai confini con il Vietnam, vivendo in paesini sperduti nelle montagne del Guizhou o nelle campagne nebbiose e fredde dello Shaanxi. La considero un’esperienza unica, anche se non sono certo il solo ad averla affrontata.

 

E dopo anni di nomadismo, nel 2010 hai deciso di stabilirti in Cina…

All’inizio del 2010 sono tornato in Cina con la mia azienda per seguire un cantiere a Hefei, nell’Anhui ed è qui che conosco Mei, la mia interprete, ed è colpo di fulmine. Anticonformista, fuori dalle regole, non esattamente la classica ragazza cinese: una persona molto sensibile, amante della natura e lontana dalle frivolezze. Molto spartana, come me.

Parlava un inglese splendido. Era la prima volta che faceva da interprete per uno straniero ed era curiosa e molto attenta ad ascoltare i miei racconti su come viviamo noi marziani occidentali. Ed è così che è cominciata la mia voglia di rimanere in Cina. Non siamo sposati, ma abbiamo fatto un piccolo capolavoro che è una peste vivace e adorabile, il piccolo Lin Lin.

La differenza di cultura si sente, ma ci accomuna la semplicità e l’anticonformismo. Non siamo affamati di consumismo, viviamo molto semplicemente.

E le vostre famiglie come l’hanno presa?

La mia assolutamente bene. La sua non benissimo. La famiglia di Mei proviene da un villaggio di campagna vicino a Cuozhen, un distretto di Feidong. Un posto bellissimo per me, ma fuori dal mondo. Sua madre è molto tradizionale. Ricordo quando ci siamo incontrati la prima volta e Mei era al settimo mese di gravidanza. La sua famiglia non sapeva ancora nulla. Interrogatorio di un giorno intero, mi hanno rivoltato come un guanto e puoi immaginare che, non parlando il cinese né tantomeno il loro dialetto locale, per me è stato un delirio.

E’ stata durissima, ma alla fine sono entrato in famiglia. Ora l’unica cosa che continuano a rinfacciarmi è che sarebbe ora che imparassi a parlare il cinese perché si sono stancati di fare discussioni a tre, con Mei che traduce. E hanno ragione ma sono pigro come un bradipo…

Il tuo livello di cinese com’è?

Abbastanza disastroso. Mi arrangio e riesco a farmi capire. Mi sono messo in testa di impararlo, ma ogni volta che comincio, devo smettere perché non trovo la giusta concentrazione. Mi sono fissato l’obiettivo di cominciare bene nel 2014 e ti farò sapere.

 

Che cosa ti attrae di più della Cina rurale dei villaggi dell’Anhui?

Io provengo dalle colline intorno alla sponda lombarda del lago maggiore. Ho vissuto in campagna tutta la mia infanzia e questi posti mi ricordano quando, da bambino, trascorrevo le mie giornate a correre per i prati o i boschi attorno casa. Una delle cose che mi attrae di questi posti è la tranquillità, il silenzio, la mancanza del traffico, la natura.

Mi piace svegliarmi con la luce del sole, con il cinguettio degli uccellini e con il gallo che canta. La vita qui non è facile, non c’è l’acqua corrente, c’è il pozzo con tanto di pompa a mano.

La toilette è il classico buco con scivolo a ridosso del fiume… non vado, oltre. Io la uso tranquillamente, perché durante i tre anni negli Urali era uguale.

La primavera e l’estate sono i mesi più belli. Tutto intorno al villaggio è come un immenso tappeto giallo dove la colza fa da padrona.

E’ bello passeggiare in queste distese, stare nel villaggio vivendo gli usi e i costumi locali. L’anno scorso, siamo venuti qui a trascorrere il capodanno cinese e Mei è poi rimasta al villaggio per sei mesi. Ogni venerdì io prendevo il solito treno notturno T63 da Tianjin e il mattino, dopo una dormita fantastica in cuccetta, arrivavo a Hefei. Mototaxi in mezzo all’inferno del traffico di Hefei, direzione stazione degli autobus e scassatissimo bus verso Cuozhen, dove Mei mi attendeva con la bici elettrica, alla fermata, altri venti minuti in mezzo alle campagne e poi finalmente si arrivava al suo villaggio.

La domenica sera T64 e altra dormita verso Tianjin dove il mattino presto arrivavo e via diretto in ufficio. L’ho fatto per sei mesi, ma ne valeva la pena. In treno ormai mi conoscevano tutti ….

L’inverno è un’altra cosa. Fa freddo nelle campagne dell’Anhui.

 

Ricordo ancora il mio primo Capodanno cinese: -14 °C fuori e -13 °C in casa, niente vetri alle finestre! Non sapevo come sarei riuscito a dormire a quelle temperature polari, Mei aveva messo una termocoperta che, abbinata a tre piumoni è stata la salvezza.

La cosa che mi rattrista è che il villaggio sarà distrutto nei prossimi anni per l’allargamento di un canale fluviale e si sta svuotando. La gente si trasferisce in città. Temo che il prossimo Capodanno cinese saremo ancora meno, ma purtroppo questo è il progresso.

Ormai al villaggio di Mei mi conoscono tutti, sono diventato una specie di cittadino onorario: mi invitano in tutte le case a bere un té o a brindare con un bicchiere di grappa cinese, sgranocchiando semi di girasole e con il solito sottofondo musicale di botti e strabotti a qualsiasi ora.

Nei giorni del capodanno, a orari prestabiliti la madre di Mei mi fa srotolare pacchi di botti, facendoli scoppiare a comando. Già alle cinque del mattino e la sera prima di chiudere il portone di casa.

E tutti sono convinti che l’Italia sia in America… Ma agli occhi dei cinesi esiste solo l’America?

Che cosa pensi di chi dice che la laurea o il master sono indispensabili per trovare un lavoro?

Una laurea è pur sempre importante, non è solo un pezzo di carta, ma un percorso che uno studente affronta. Io stimo molto chi ha avuto la tenacia di laurearsi, specialmente chi lo ha fatto con passione e impegno.

Una laurea ti dà delle conoscenze in più rispetto a un diploma, da qui non si scappa.

Devo però anche dire che la laurea non è fondamentale per trovare un lavoro, e tantomeno lo è un master. Conta molto l’esperienza che maturi e l’approccio che hai verso il lavoro e verso gli altri.

Certo, il mercato del lavoro, in Italia e non solo, ora è diventato molto più concorrenziale: le aziende pretendono sempre di più, pagano sempre di meno (quando pagano), ma vedo anche tanti neolaureati o comunque persone alla ricerca di un lavoro che mancano di umiltà e di spirito di sacrificio, inteso anche come disponibilità a trasferirsi all’estero (e non mi riferisco alle scrivanie nei grattacieli di Manhattan o della City).

E’ altrettanto importante capire quali sono le esigenze dei vari settori di mercato e prepararsi a ricoprire quel ruolo: cercano venditori? tecnici? infermieri?

Una cosa che apprezzo di molti cinesi, è la loro capacità di adattamento. Pur di guadagnare, si accontentano di lavori anche molto semplici, giusto per sopravvivere, fino a quando non riescono a trovare il posto che li soddisfi. E sono veramente abituati a prendere armi e bagagli partendo per diverse destinazioni delle varie province. In Italia questo accade molto meno, siamo tutti più legati alle nostre comodità e all’idea del posto fisso sotto casa.

Raccontaci della tua vita in fabbrica. Quali differenze noti rispetto alle esperienze che hai fatto in Italia o in altri Paesi?

La mia azienda produce macchinari per fonderie. La mia giornata comincia alle sei. Alle sette sono già dietro la scrivania e ho già fatto il solito giro in officina. Sono il primo ad arrivare in azienda, persino prima della donna delle pulizie. Ed è l’unico modo per riuscire a organizzare il lavoro, perché dalle nove comincia il mio calvario.

Quello che colpisce di più nelle realtà aziendali cinesi è l’assenza di creatività, l’assenza di autonomia decisionale e di conseguenza la refrattarietà ad assumersi le proprie responsabilità, anche per cose minime.

Qui in Cina, parlo almeno della mia esperienza, i lavoratori svolgono le loro mansioni senza problema, stile automi, ma alla minima deviazione, vanno nel pallone.

Se c’è un problema, i cinesi, di norma non cercano di risolverlo, ma di nasconderlo. Non vogliono perdere la faccia, questa è la loro preoccupazione. Pur di non sputare il rospo, s’inventano parecchie balle e non ammetteranno mai davanti a te di aver sbagliato.

Un giorno ho beccato per caso un’impiegata che ripeteva frasi in inglese prive di nesso con le sue mansioni: stava studiando inglese online e alla mia richiesta di spiegazioni, mi ha detto che stava appunto lavorando! Nel senso che studiava inglese perché era importante per il suo lavoro…

Il giorno dopo, ho fatto letteralmente chiudere Internet, chat, QQ, shopping online ed altro.

Mi hanno odiato tutti per due settimane ma ti assicuro che ho fatto bene! Anzi, lo consiglio vivamente. Vogliono internet? Concesso dalle 12:00 alle 13:00. Basta e avanza e giova al rendimento. Ricordo ancora che l’azienda era diventata come una succursale del corriere. Continuavano ad arrivare pacchi, pacchetti, scatole, casse, insomma un macello che cominciava a dare fastidio. In pratica tutti gli impiegati, durante l’orario di lavoro, compravano online e usavano l’azienda come recapito…..

E poi abbiamo l’officina con gli operai, controllata da un mio collega veneto, molto matto e molto in gamba. Certe sue espressioni parecchio colorite – che non posso ripetere qui per ovvie ragioni – sono entrate nel frasario di tutti i cinesi che adesso cominciano ad intercalare in veneto anche tra di loro.

Per avvicinare questi due mondi lavorativi così distanti – Italia e Cina – in azienda abbiamo avviato un programma di stage del nostro personale in casa madre e devo ammettere che hanno dato buoni frutti.

Quando assumi qualcuno, a che cosa guardi?

Cerco sempre di assumere personale cinese che abbia già lavorato presso aziende straniere. La differenza tra maestranze abituate a lavorare con gli stranieri e quelle che hanno lavorato in aziende private o governative cinesi è abissale sotto tutti gli aspetti. Il dinamismo è tangibile a livello comportamentale, di efficienza e modo di presentarsi.

Mi dicevi che Tianjin è molto inquinata, molto cara e con pochi divertimenti. Com’è la tua vita in una città così?

Tianjin è una delle città più inquinate che abbia mai visto. Ogni mattina prima di uscire controllo sull’iPhone la concentrazione di polveri sottili. Che l’aria non sia pulita lo si capisce però già solo mettendo il naso fuori casa. Spesso, su una scala di 500, i valori sono intorno ai 480.

Viviamo al County Garden, un falsissimo residence fuori città abitato da molti stranieri che lavorano per lo più in Airbus. il County Garden è una specie di cittadella in stile molto vagamente occidentale, dove ti accorgi che tutto è tarocco, dalle colonne in cemento rivestite di gesso alle facciate che sembrano mattoni rossi, ma sono banalissimi pannelli, una zona Vip, come la chiamano i cinesi, ma ben fuori dagli standard occidentali…

Il problema maggiore sono i mezzi. Non avendo negozi né supermercati nelle vicinanze, ogni volta è un calvario per la spesa. Ci siamo comprati un tre ruote elettrico che e’ una bomba. Mei si vergogna a usarlo, non so perché, ma io mi diverto come un matto.

Non abbiamo molte amicizie quindi usciamo raramente. I divertimenti per noi sono proprio pochini. Questo non vuol dire che non ce ne siano, anzi. In centro ci sono molti locali e ristoranti di vario genere dove il divertimento è assicurato.

La città è abbastanza cara in tutto. Uscire a cena è come in Italia se si va in ristoranti con cucina occidentale. Noi molto spesso usciamo a mangiare nei botteghini per strada oppure in posti non accettabili da molti europei e, non essendo schizzinosi possiamo veramente mangiare bene e tanto. Così come il fare la spesa; troviamo che sia molto più economico andare nei mercati rionali, dove la frutta e la verdura sono veramente freschi e più a buon mercato che nei supermercati.

 

So che a Tianjin c’è una piccola “colonia” di italiani ed avete di recente creato l’associazione degli Italiani di Tianjin: di che cosa si tratta?

A Tianjin vivono molti italiani e nell’estate 2013 abbiamo costituito un’associazione che raggruppa un po’ di rappresentanti di diverse aziende sul posto. L’associazione è nata anche sotto la spinta dell’Ambasciata durante una visita a Tianjin. Per il momento abbiamo solo avuto delle riunioni informali, siamo agli albori.

A fine 2013 è venuto a trovarci il Ministro della Pubblica Istruzione, Carrozza, che ha tenuto una splendida lectio magistralis alla facoltà di ingegneria dell’università di Tianjin e successivamente e’ stata presso la nostra Associazione, per conoscere le nostre aziende e discutere degli scambi culturali ed economici dei due paesi.

Per concludere, qualche episodio divertente che ti è capitato nella Cina di frontiera?

Parecchi. In realtà, a qualcuno potrebbero sembrare tutt’altro che divertenti. Io cerco di prendere le cose con filosofia.

Qualche anno fa ero in uno sperduto paesino tra le montagne del Guizhou. Avevamo finito la visita a un cliente ed eravamo in ritardo clamoroso per prendere l’aereo. In autostrada, troviamo un camion ribaltato nella nostra carreggiata. L’autista, senza scomporsi, fa inversione a U e comincia una folle corsa contromano in autostrada a 160 km all’ora per non farci perdere l’aereo. Prova a farti 20 Km in quella situazione e poi mi dici…. L’aereo lo abbiamo perso lo stesso e da allora il mio collega non ha mai più voluto mettere piede in Cina.

Un’altra volta, ero in Mongolia Interna per lavoro, a Baotou, rinchiuso in un complesso militare. Dopo due mesi a mangiare zampe di cammello, io e un collega troviamo uno pseudo ristorante con una cameriera che parlava un inglese comprensibile. Una sera, per curiosità, entro in cucina e ci trovo una gabbia con una nutria viva! Ci è venuto un tremendo sospetto…

A Baoji, durante un banchetto ufficiale, il cuoco si presenta col classico serpente. Vivo. Mentre procede all’immolazione del rettile secondo il consueto rito del sangue e della bile dentro un bicchierino di grappa di riso, il serpente gli scivola da una mano e gli si arrotola attorno al collo …. Ci sono voluti tre uomini per scollare il boa costrictor che poi è finito in padella.

Mei, al sesto mese di gravidanza, decide finalmente di trasferirsi in affitto in un appartamento a Hefei. Avevo molto insistito che fosse vicino alla clinica dove avrebbe partorito. Quando sono arrivato a Hefei, ho scoperto che l’appartamento era all’ottavo piano senza ascensore….

Ci sarebbe da scrivere un libro su tutte le cose surreali che ti possono capitare in Cina.

Ti vedi in Cina per sempre o pensi di ritornare in Italia con la famiglia?

Bella domanda. Al momento non ci penso nemmeno. La situazione in Italia mi fa pensare che, se non si prende una svolta, sarà dura risollevarsi. Qui non è l’Eldorado, ma si vive ancora decentemente, almeno per quel che mi riguarda.

 

Nella rugiada delle piccole cose il cuore trova il suo mattino

e si ristora (Kahlil Gibran)

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